Mademoiselle Tristesse

Così la chiamavano a New York – Mademoiselle Tristesse – quando ci andò per raccogliere la fama del suo felice esordio. Senza dubbio Françoise Sagan resta una fascinosa delle cultura francese e un’icona dell’anticonformismo, della donna emancipata stile garçonne. Per questo gli editori continuano a credere nella sua leggenda, pubblicando libri, autorizzati o meno, che la riguardano. Nel 2013 è uscito  Le roman de Sagan,  scritto da Thierry Séchan, peraltro paroliere di famose canzoni. L’anno prima era uscito Sagan et fils, scritto dal figlio Denis Westhoff. Unico figlio della scrittrice, 50 anni, fotografo, alla morte della madre Denis accetto la sua eredità che consisteva anche in un debito di oltre un milione di  euro. Anche il libro di Séchan si avvale della testimonianza di Denis.

Scritto con scioltezza da chansonnier,  fa capire molto bene in cosa consiste il fascino di questa donna, rampolla di famiglia benestante, scrittrice di successo a soli diciotto anni con Bonjour tristesse, amante delle auto veloci (ebbe un incidente grave), e del whisky, delle droghe, dei casinò,  insomma dell’azzardo tout court.

Sur ce sentiment inconnu dont l’ennui, la douceur m’obsèdent, j’hésite à apposer le nom, le beau nom grave de tristesse .

L’incipit del suo primo romanzo è tra i più celebri della letteratura francese. Nell’ambiguità della protagonista, sospesa tra l’adolescenza irresponsabile e l’età adulta, c’è tutto il chiaroscuro del mondo saganiano – tra il cinico e l’ipersensibile, tra la noia indifferente e la passionalità , insomma tra opposti, ma narrati con classica compostezza. Cécile è una protagonista già ‘grande’ che  François Mauriac loda sulla prima pagina del Figaro, il 1 giugno 1954, definendo la scrittrice “un charmante petit monstre de dix-huit ans”. Critiche molto severe invece arrivarono dall’Osservatore romano, che definì i libri della Sagan “un veleno da tenere lontano dai giovani”.

Il libro racconta delle critiche che accoglievano i suoi romanzi, della sua amicizia con Mitterand, dei suoi gusti letterari – amava Proust più di ogni altro (ma anche Rimbaud e Baudelaire, e molto anche Sartre) e rubò il suo nome d’arte dalla principessa Sagan della Recherche (incoraggiata dal pade che non voleva scocciature telefoniche,  visto che c’era un solo Quoirez sull’elenco). Della sua pigrizia, “una droga violenta come il viaggio”. E della sigarette, dell’alcool che scorre copioso nei suoi romanzi e nelle sue sere. Degli amori contrastati e dei trii di personaggi tipici delle sue trame amorose (anche se nel suo secondo romanzo, ancora best seller, Un certo sorriso, c’è in scena un ‘quartetto’). 

Dopo l’iniziale ammissione di indifferenza per lei – Longtemps, je me suis détourné de Françoise Sagan – il profilo biografico di Thierry Séchan diventa appassionante e si legge come un romanzo, cita spesso parole dette o scritte dalla stessa Sagan e dalle persone circostanti. Atttraversa tutto i suoi lavori e le opere minori,  e parla dei film Bonjour tristesse e Le piace Brahms? , e delle sue conoscenze illustri.  E poi i viaggi, le amicizie, le malattie, il suo rapporto con i soldi, e con l’alcool. Un giorno dirà: “Lo charme dell’alcool è quello di riportarci alla nostra adolescenza, alle interminabili discussioni da sciocchi su Dio, l’amore, la morte. L’alcool è una specie di bozzolo tra la vita e se stessi”.

Sagan – BartlebyCafé

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