Czech Fundamental al Museo di Roma in Trastevere. Con Josef Sudek

Dopo il successo a Berlino la mostra Czech Fundamental arriva in Italia. 180 opere di 43 grandi fotografi saranno esposte nel Museo di Roma in Trastevere (27 maggio- 19 luglio). Il percorso espositivo ci guida in un dialogo con la fotografia di origine ceca tra il nuovo e lo storico: dai primi movimenti d’avanguardia degli anni Venti si arriva ad un’ampia selezione di artisti contemporanei i cui lavori incarnano un approccio autoriale e sperimentale al mezzo fotografico.

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František Drtikol

Nella prima sezione – Costruttivismo, il Surrealismo e la Nuova Oggettività dal 1920 al 1945 – sono esposte fotografie fondamentali a una visione specificatamente ceca: i nudi di František Drtikol, le composizioni contemplative di Jaroslav Rossler e Jaromir Funke, gli arrangiamenti surreali di Vaclav Zykmund e le nature morte poetiche di Josef Sudek. La seconda sezione presenta l’Arte Informale, il Surrealismo e il Minimalismo del periodo che va dal Dopoguerra agli anni ‘70. La terza e ultima sezione abbraccia la fotografia di studio, il Postmodernismo e la Nuova Sperimentazione degli anni ‘90, concentrandosi sulle diverse visioni moderne e contemporanee di autori cechi e slovacchi che sono stati punto di riferimento nell’arco degli ultimi trent’anni; sono l’ultima generazione non ancora assorbita dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione, che nei decenni successivi hanno cambiato radicalmente la visione della fotografia ceca (e non solo).

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Josef Sudek, Rose in a Glass

 

«Un pomeriggio vado a trovare Phil Rolla nella sua dimora – quella che fu la casa dei doganieri sopra il paese di Bruzella – e improvvisamente il tempo si ferma. Come quando nevicava negli inverni dell’infanzia: la neve ha un effetto incantatorio, trasfigura il mondo. È simile alla poesia che, nelle immagini di Josef Sudek, rende le cose silenziose e diversamente abitabili. Ma non solo neve vedo, nelle foto appese alle pareti della labirintica casa. Anche pioggia, caligine, ombre si posano sulle foglie umide d’acqua, sulla pagnotta avvolta in carta stropicciata, sulla bottiglia cangiante di riflessi accanto alla mezzaluna dell’anguria, sulle striature del legno, sugli oggetti silenti e sui fili d’erba inclinati dal vento. In quelle fotografie, una sedia in metafisico biancore nel giardinopalcoscenico sembra attendere un attore di teatro e parole non dette aleggiano sopra la rosellina inclinata nel bicchiere vivo di bollicine sulle sfumature dei grigi. Questo sbocciare di rosa contrasta con la pera corrosa dal livore, eternata dalla gelatina di sali d’argento: emblema bordato di nero, ematoma mortifero.

In un’altra immagine, la grande squadra appoggiata al muro forma una piramide sopra una brocca: ma in Sudek la geometria non riesce a imporsi. Il chiaroscuro della vita prevale. Lo ritroviamo nei grovigli vegetali, nei fiori alla Chardin dentro il vaso posato sul davanzale: fiori di campo, trovati appena fuori casa. Lo cogliamo, quel vitale chiaroscuro, negli esterni visti dalla finestra dello studio, quasi sempre appannata, dove il cacciatore di magia attendeva con pazienza il momento giusto per aprire l’obiettivo su gocce, rami, steli, brandelli di muro, bagliori, sagome umbratili impastate in musica crepuscolare. Non aveva fretta, l’uomo dall’unico braccio. Sapeva aspettare.

Praga, la città di tre popoli – il ceco, il tedesco, l’ebraico – la capitale della Boemia, la città dei poeti e dei cabalisti accompagnata dalle onde della Vtlava, la capitale magica d’Europa – così la definisce André Breton – nelle fotografie in mostra appare talvolta dietro un ricamo di pesco, colto nel momento del risveglio di primavera o in quello dell’abbandono autunnale. La città d’oro, dove Sudek è vissuto tutta la vita alla ricerca dello stupore.

In certe vedute si profila una pianura increspata sotto un cielo di nuvole; o ci vengono incontro tronchi spogli e dilaniati come il braccio perduto dal fotografo durante la Prima guerra mondiale; stavo per scrivere artista, ma lui non considerava arte la fotografia».

(da Cacciatore di magia – Alberto Nessi)

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