“I must have been blind”. Intervista a Simone D’Angelo

Il titolo di questo lavoro può essere un memento per molti aspiranti fotografi. Sappiamo bene quanto sia difficile saper guardare il mondo che ci è vicino, magari – è questo il caso – con uno spirito di denuncia, e però mantenendo uno sguardo ‘incantato’ verso i luoghi.

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© Simone D’Angelo

Il suo progetto nasce con l’intento di denunciare una situazione di inquinamento ambientale. com’è arrivato a questa idea? Perché questo titolo?
Conoscevo la situazione ambientale della Valle del Sacco perché sono nato e cresciuto proprio lì, a pochi minuti dalla zona industriale in cui anche i miei genitori hanno lavorato. Tuttavia, non avevo mai valutato seriamente l’intenzione di farne un progetto fotografico probabilmente perché assuefatto dall’auto-convincimento che la fotografia fosse legata soprattutto ad un mio bisogno di evasione dall’ordinario. Le cose sono cambiate solo pochi mesi fa, quando ho voluto rimodellare il mio rapporto con la fotografia aprendolo a nuovi stimoli, compreso un ridimensionamento obbligato del raggio d’azione (in questo mi ha aiutato una masterclass di fotografia documentaria tenuta da Massimo Mastrorillo all’Associazione 001 di Roma). Così sono tornato a casa e da lì sono ripartito, scoprendo quanta più attenzione sia necessaria per vedere l’ambiente in cui si vive e quante possano essere, di conseguenza, le ri-scoperte. Da qui il titolo I must have been blind, preso in prestito da un canzone di Tim Buckley del 1969. L’ho trovato indicato per evocare questo ritorno alla consapevolezza, personale o collettiva che sia.

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© Simone D’Angelo

Quali difficoltà ha incontrato?
Soprattutto quella di confrontarmi con un ambiente, la campagna industrializzata, in cui la figura umana sembra solo accessoria, offuscata da una lotta continua tra crisi e sviluppo, cemento e vegetazione: crescono piccole giungle sui parcheggi abbandonati delle fabbriche chiuse e nascono nuove strutture sui terreni agricoli non più coltivati o coltivabili. Abituato a raccontare i luoghi attraverso le persone che li vivono, ho finito per arrendermi a quest’assenza e mi sono lasciato guidare dalle tracce umane, spesso disutili, lasciate sul paesaggio.

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© Simone D’Angelo

C’è qualcuno, non necessariamente un fotografo, a cui si ispira?
Non mi sono mai ispirato ad un fotografo in particolare, non ne ho la costanza. Piuttosto credo di aver assimilato negli anni milioni di frammenti disordinati di immagini, prese soprattutto dal cinema o fantasticate dalla letteratura e dalla musica, che mescolati ai ricordi hanno finito per formare l’immaginario mutevole che mi ispira. Forse è per questo che ho sempre provato una sana invidia sia per i fotografi ai quali mi pare di riconoscere una visione non contaminata, o quantomeno coerente, che per quelli ai quali, al di là dello stile, associo a particolari situazioni storico-politiche che mi affascinano. Oggi ho imparato che è soprattutto tra i propri limiti che si nascondono belle risorse.

Come si è avvicinato alla fotografia? A quale progetto sta lavorando ora?
Da piccolo scattavo qualche foto durante i viaggi con i miei genitori e ho continuato a farlo nel corso degli anni, ma senza mai sviluppare una particolare passione. Questa è scattata abbastanza tardi, quando ho capito che la macchina fotografica non fosse solo uno strumento per la produzione di ricordi, ma anche un mezzo utile per esprimermi. Sono tra quelli a cui la fotografia ha permesso di accordare curiosità e timidezza. Oggi mi sto occupando della promozione e della mostra di I Must Have Been Blind. Ho il mente di ampliare il progetto seguendone alcune ramificazioni, ma non prima di aver soddisfatto quel bisogno di evasione con un viaggio in Iran.

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Mostra a cura di Laura Pandolfo (22 giugno-23 luglio) al Teatro Ambra, Garbatella di Roma – FotoLeggendo

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© Simone D’Angelo

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