Child with a toy hand grenade in Central Park – Diane Arbus

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Child with a toy hand grenade in Central Park, N. Y. C 1962 – Diane Arbus

diane-arbus-planche-contact«Quasi tutti i personaggi delle sue fotografie sembrano non accorgersi della loro “stranezza” o bruttezza”. La Arbus fotografa persone in diversi gradi di rapporto, inconscio o inconsapevole, con la propria sofferenza e la propria sgradevolezza. Ciò limita necessariamente le forme di orrore che si sentiva indotta a fotografare: esclude i sofferenti che sanno presumibilmente di soffrire, come le vittime di incidenti, guerre, carestie e persecuzioni politiche.  La Arbus non avrebbe mai fotografato un incidente, cioè un evento che irrompe in una vita; si era specializzata in lenti tracolli personali, le cui origini risalivano in genere alla nascita del soggetto. (…) Quando Diane Arbus fotografa in un parco pubblico il “bambino con bombe giocattolo”, non indica altra realtà che quella fissata sulla pellicola e cioè: ognuno per sé e la società contro tutti! Il bambino è la risposta compiuta di un gioco di guerra, teoria e pratica di liberazione, rottura del tabù; “chi trasgredisce un tabù, lui stesso diventa tabù” (Narthcote W. Thomas) e acquisisce “la pericolosa proprietà di indurre gli altri a seguire il suo esempio Quest’uomo suscita invidia. Infatti, perché a lui dovrebbe essere concesso quello che agli altri è proibito? Egli, dunque, risulta realmente CONTAGIOSO, in quanto induce col suo esempio alla tentazione: pertanto deve essere evitato” (Freud, Totem e tabù)».
(da Pino Bertelli, Della fotografia trasgressiva, TraccEdizioni, pgg. 13-14 e 68) 

Sulla stessa immagine un ricordo di Mark Jenkinson, nel  suo Corso di fotografia di ritratto.

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Diane Arbus, An Aperture Monograph

Oggi il brand Arbus è espressione del freak classico. Ma se le sue fotografie sono indimenticabili nella loro immediata riconoscibilità e ora conclamata validità mercantile, non è certo solo perché il brand,rinforzato oltretutto nella sua potenza fascinatoria dal suicidio dell’artista, funziona. C’è una forza che crediamo inesauribile in immagini che portano l’o-sceno al centro della scena, che rispettano il diverso, l’Altro nella sua accezione più eccezionale, il debole, l’ambiguo. Nei suoi gemelli, giganti, nani, travestiti c’è il mistero di un’identità irriducibile a ciò che appare. E anche in certi autoritratti la fotografa oggetto del proprio obiettivo interpreta il mistero del doppio, del perturbante. Del resto lei stessa viveva una realtà scissa, sospesa tra il milieu sociale della sua ricca famiglia ebrea  newyorchese e le sue aspirazioni ad andare oltre l’apparenza per sondare profondità e malesseri degli ‘emarginati’.

Scrisse Diane Arbus: «Il nostro aspetto esteriore è un segnale al mondo perché ci pensi in una certa maniera, ma c’è una differenza fra cio che vorresti che il mondo sapesse di te e e ciò che non puoi fare a meno che il mondo sappia. E questo è quello che io definisco il gap fra intenzione e risultato.» «La maggior parte della gente vive con la paura di avere prima o poi un’esperienza traumatica. I freaks sono nati con il trauma. Hanno già passato il loro esame. Sono degli aristocratici.»

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Diane Arbus – ph Steven Frank