Francesca Woodman

«Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate». Francesca Woodman (1958-1981). 

FRANCESCA_WOODMA_4f296db16655ePartiamo dalla fine, il suicidio.Quando lo fa un artista, specialmente da giovane, i critici possono essere molto tentati di analizzare la sua opera a posteriori e di “prevederne” la morte, o di leggere avventatamente un’infelicità nelle sue immagini. Questo può essere pericoloso e profondamente sbagliato. I prodromi della morte dell’artista non sono presenti nelle sue fotografie – scrive Gerry Badger nell’introduzione -, o comunque, non necessariamente. L’opera di un’artista non è la sua vita, … eccetera. L’avvertimento è appropriato come lo sarebbe nel caso di Diane Arbus, se un libro –  Emergency in slow motion – The inner life of Diane Arbus – non facesse proprio quell’operazione di rilettura della sua opera sotto la lente di un “disordine dell’attaccamento” e del successivo gesto estremo.

Nel 1977, a diciannove anni, Francesca Woodman è a Roma per un soggiorno studio. Trova un ambiente congeniale – oltretutto da figlia d’arte, padre pittore e madre ceramista – a una precoce evoluzione artistica, sul confine tra cultura italiana e americana. Mescola insieme Man Ray, i testi di Breton, la fotografia made in Usa.

“Secondo il racconto del padre, l’artista già a undici anni amava il Dada e il Surrealismo”.

Scriverà: “Vorrei che le parole avessero con le mie immagini lo stesso rapporto che le fotografie hanno con il testo in Nadja di André Breton. Egli coglie tutte le illusioni e i dettagli enigmatici di alcune istantanee abbastanza ordinarie ed elabora delle storie. Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dello spettatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza”.

E mette al centro il corpo e la sua metamorfosi, in un’ottica performativa in cui diventa strumento d’arte. L’obiettivo del suo lavoro è l’analisi – l’affermazione – dell’identità di un soggetto (se stessa) collocato in un ambiente chiuso, o comunque delimitato dal formato 6X6. E’ però opposto a questa claustrofia il suo linguaggio che, preservando una misteriosa ambiguità,  le permette di esprimere un ‘essere nel mondo’ aperto a varie interpretazioni. L’autrice accosta la Woodman a Francis Bacon, nella sua capacità di far ‘implodere’ il soggetto. Bonito Oliva la mette in relazione con De Chirico: “La Woodman riprende l’intenzione poetica della Metafisica che cerca il riscatto dell’insignificanza del quotidiano dandogli la profondità di un enigma improvviso. La differenza con la pittura di De Chirico sta proprio nel sottrarre l’enigma da uno stato definitivo, dall’uso moderno del mezzo fotografico portato a cogliere non soltanto la minacciosa quiete degli oggetti, ma anche il sospetto di un gesto improvviso. La scena della Woodman è sempre in movimento e mai inanimata, porta con sé la dinamica di un tempo interiore che sembra appena sospettato e mai compiutamente evidente. Un tempo minore abita sottotraccia queste immagini fotografiche che sfugge così al tempo solenne della metafisica classica, effetto di uno stato di dormiveglia che tiene in bilico il quotidiano e il sogno”. 

L’atmosfera romana le fornisce un carattere delabrée  a lei familiare, con “i muri scrostati, i frammenti, le tracce del tempo passato e tutta la suggestione dell’archeologia industriale”.  Qui accade il suo scatto, che “non è il punto finale, ma il riavvio a sua volta di tutti i linguaggi che l’hanno alimentato, in prima istanza la scrittura”.

Tornata in America, si trasferisce a New York. Nel 1981 viene pubblicato Some disordered interior Geometries, uno dei sei quaderni fotografici progettati durante il soggiorno romano. Sempre nel 1981, all’età di 23 anni, si toglie la vita. E torniamo all’inizio. La sua fotografia, costante ricerca di identità, di relazione con lo ‘specchio’, si direbbe la riproduzione di una dinamica intrapsichica di ricerca di senso. Un “essere-nel-mondo” heideggeriano, che è tragico essere “gettato” in esso.

Francesca Woodman – Contrastobooks

Achille Bonito Oliva, A volo radente

Vita, avventure e morte di Francesca Woodman

Intervista ai genitori, Betty e George Woodman