Gli Americani di Robert Frank entrano nella Babilonia di Yasmina Reza

Jehowah Witness, Los Angeles (1955) – Robert Frank

L’ultimo affresco tragicomico sull’orrore che irrompe in vite all’apparenza  felici – scritto con i guizzi laconici e lo sguardo tagliente sulle relazioni umane a cui Yasmina Reza ci ha abituato – ci offre un riuscito esempio di raccordo tra fotografia e narrativa, con una scelta di scatti di Robert Frank, grande narratore per immagini, il cui The Americans è per Reza è il libro più triste del mondo. Comincia così, Babilonia.

«È in piedi appoggiato a un muro, per strada. In giacca e cravatta. Ha le orecchie a sventola, uno sguardo spaventato, capelli corti e bianchi. È magro, con le spalle strette. Tiene in bella mostra una rivista su cui si legge la parola Awake. La didascalia dice: Jehowah’s Witness – Los Angeles. La foto è del 1955. Aveva l’aria di un ragazzino. Ormai è morto da tempo. Per distribuire i suoi opuscoli religiosi si vestiva in modo consono. Era solo, abitato da una perseveranza triste e rabbiosa. Ai suoi piedi s’intravede una cartella (se ne scorge il manico) con dentro le decine di opuscoli che nessuno o quasi gli prenderà. Sono anche quegli opuscoli stampati in numero incongruo a evocare la morte».  E poi, mettendo più a fuoco il senso.

Yasmina Reza

«Quello che conta quando si guarda una foto è il fotografo che c’è dietro. Non tanto chi ha scattato, quanto chi ha scelto la foto, chi ha detto questa la tengo, la faccio vedere. A un occhio distratto la foto del testimone di Geova non ha niente di speciale. È priva di soggetto, priva di luce. Un tizio stanco in giacca e cravatta che vende una rivista. Il prototipo della comparsa che si metteva sullo sfondo lungo un marciapiede in un film degli anni Cinquanta. Tra le centinaia di foto che Robert Frank avrà scattato durante la sua traversata dell’America, e tra quelle che alla fine ha selezionato, c’è questa. Al centro si vede una macchia bianca, la rivista, il dorso della mano, e quel titolo, Awake, una parola in totale disarmonia con il lugubre aspetto del portatore. Eppure non è pensabile che la foto sia stata scelta per la sua valenza ironica. Io non ricordavo il titolo, ricordavo l’inquietudine della bocca, o degli occhi, ricordavo una cosa che non c’è: l’impressione di un giorno di pallido sole. Avrebbe potuto vendere fragole o giunchiglie con la stessa ostinazione, gracile dentro il suo abito, inghiottito da quel muro fatto per un’umanità conquistatrice. Ci si chiede dove torni a casa la sera. Si intuisce che un giorno la strada imboccata non era quella giusta».

Savannah, 1955 – Robert Frank

Un secondo scatto appare oltre, nel racconto ormai virato a noir, e con la scrittrice che ammette come The Americans sia diventato il suo libro preferito, anche perché pieno di risonanze con il presente straniante vissuto dalla protagonista, e con la coppia al centro del gesto fatale.

«In un incrocio di Savannah, un pomeriggio del 1955, anno di tutte le foto del libro, una coppia attraversa la strada. Lui è un soldato in uniforme, camicia e berretto. Potrebbe essere sulla cinquantina, pipa in bocca, disinvoltura americana, a dispetto del corpo grassoccio e la pancia strizzata dai pantaloni. La donna, nonostante i tacchi, è decisamente più bassa e gli tiene il braccio all’antica, nella piega del gomito. Robert Frank li ha immortalati di fronte, entrambi guardano l’obiettivo. Lei si è messa in ghingheri, fasciata in un bel vestito scuro, con le tasche e lo scollo bordati, un paio di décolleté di vernice. Sorride al fotografo. Sembra più vecchia di lui, il viso segnato dalle sofferenze, o almeno così lo vedo io. La prima cosa che le viene in mente è che non le capiti tutti i giorni di passeggiare a braccetto di un uomo, è che con la sua borsetta nuova, la sua messa in piega da signorina, il suo bel fusto col berretto da ufficiale, stia vivendo una giornata di gioia. È una di quelle domeniche della vita in cui la fortuna si abbatte su di noi».