Houellebecq in mostra a Parigi

Paesaggi, architetture. Fotografati da un maestro dello sguardo freddo e malinconico, Michel Houellebecq. L’autore del bestseller Le particelle elementari – noto per la sua visione sociologica della crisi dell’Occidente, e di un mondo trasformato in un grande supermercato dalla globalizzazione – nella mostra Before Landing (Parigi, al Pavillon Carré de Baudouin) espone le immagini di un reportage che è prolungamento del suo romanzo La carta e il territorio.

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Nella sua prima grande personale Houellebecq associa un corpus di una cinquantina di immagini a dei frammenti di testo, narrativo o poetico. Focalizzate sulla Francia, le foto echeggiano i lavori di Jed Martin, l’artista contemporaneo protagonista di La carte e il territorio. E come nella sua letteratura, spesso prospettica, anche qui guarda da lontano. Ne ricava una science-fiction, questa volta visiva, di territori desertificati, città trasformate in parchi a tema,  paesaggi congelati. Scenari deindustrializzati dove la speranza sembra essere non il ritorno alla macchina ma quello alla natura selvaggia.

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Meglio la carta o il territorio, meglio l’astrazione geografica o la precisione discreta e materica dei luoghi? Proust non avrebbe avuto dubbi. Meglio, molto meglio fantasticare davanti a una geometria di nomi e linee che s’intersecano, piuttosto che esserci, in quei posti, per subirne magari il disincanto.  E’ meglio la letteratura della realtà che questa interpreta. Il romanzo di Michel Houellebecq è una sferzata di ironia e autoironia che fa un po’ dimenticare il suo consueto mondo nichilista, ma solo per ‘virare’ verso tinte grottesche e inevitabili riflessi cupamente comici. Il protagonista è Jed Martin, prototipo di artista contemporaneo concettuale dalla conturbante vacuità. Comincia fotografando carte Michelin (da qui il titolo del romanzo), diventa famoso poi passa alla pittura. Le  sue opere pittoriche sono dedicate ai ‘mestieri’, a persone colte nell’esercizio della loro professione  e culminano in una serie su dialoghi tra due personaggi eminenti di una sfera socio-produttiva. Entrerà in crisi con Jeff Koons, una faccia impossibile da rendere (vedi incipit). Houllebecq si diverte a raccontare i voli pindarici della critica che portano a sovrasignificare le cose, a spremere situazioni e persone in un vortice speculativo.

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Jed diventa famoso ma resta distaccato, triste, in qualche modo incredulo del suo stesso successo. Nel frattempo lo coinvolge il rapporto con il padre, architetto in declino anche fisico con il quale trascorre la vigilia di Natale (la madre è morta suicida quando lui era molto piccolo). Ha una storia con Olga, una russa carina e rampante che incontra all’inizio della sua carriera. Ma si sa, “l’amore è raro”, come l’autore fa dire a Frédéric Beigbeder, scrittore anche nella vita.  E poi, colpo di scena,  la mise en abyme dello scrittore dentro l’opera. Michel Houellebecq diventa uno dei protagonisti, dà una svolta di giallo al romanzo, si specchia in una feroce autocritica del suo autore, descritto come depresso alcolista e solitario. E’ anche un vezzo narcisistico, ma in un romanzo che è soprattutto un grande sberleffo all’arte di oggi il cameo horror funziona. Il finale è un desolante decrescendo. Un finale da misantropo. 

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