Huppert e Mapplethorpe. “La fotografia oggi è più seduttiva del cinema”

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Isabelle Huppert – AP Photo/Lionel Cironneau

Isabelle Huppert è stata tra i protagonisti di Paris Photo di quest’anno. L’attrice francese ha curato una mostra su Robert Mapplethorpe, selezionando quaranta immagini rappresentative di diversi aspetti della sua produzione, rispondendo così all’invito del gallerista austriaco Thaddaeus Ropac , che per un decennio ha chiamato curatori stellari per interagire con l’opera del fotografo. Prima di lei hanno affrontato la sfida Cindy Sherman , David Hockney, Bob Wilson, Sofia Coppola. E anche  lei ha avuto libero accesso al catalogo completo di Mapplethorpe. “Ho scelto istintivamente “, dice.

Huppert  sa di più di fotografia di quanto sia disposta a riconoscere. Nel 2005  la musa di Chabrol e Haneke ha organizzato una mostra a New York, con le sue collaborazioni con tutti i grandi fotografi degli ultimi cinquant’anni. E si è scoperta affascinata dallo sguardo di chi sta dietro l’obiettivo.

Come hai scelto le quaranta foto di Robert Mapplethorpe?
L’ho fatto spontaneamente, senza pensarci troppo. Coboscevo l’opera di Mapplethorpe , ma non molto. Confrontando le immagini ho scoperto che avrei potuto essere trasgressiva ed erotica, ma anche poetica e innocente . Ad esempio, pochi sanno che ha fotografato i bambini. Volevo far vedere quella parte meno conosciuta .

Mapplethorpe ha scelto l’arte come forma di espressione perché era l’unico modo che ha trovato per “esplorare la follia dell’esistenza”.
È chiaro che era così. C’è qualcosa di completamente trasgressivo nelle sue immagini , la volontà di affrontare i tabù che ci permettono di vedere cose che, in linea di principio , non abbiamo il diritto di osservare. Posso identificarmi con questo desiderio di trasgressione, anche se certamente non nella stessa misura. Direi che è qualcosa che colpisce il mio rapporto con me stessa. Quando si ha un giudizio morale sulle proprie azioni si riduce la propria libertà. A volte le cose dovrebbero essere fatte liberamente, senza preoccuparsi del giudizio  degli altri .

Robert Mapplethorpe

AP Photo/Julia Malakie, File

Dieci anni fa ha collaborato con i più grandi nomi della fotografia, da Robert Doisneau a Rineke Dijkstra. Che cosa significa per lei la fotografia?
Il mio rapporto con la fotografia è stata casuale. Sono sempre stata disposta a lasciarmi rappresentare. Soprattutto quando mi hanno portato in un territorio insolito per un artista conosciuto. Ad esempio , quando faccio una foto con Josef Koudelka divento un personaggio in Koudelka . Smetto di fare l’attrice e divento ancora più anonima.

Tra i ritratti che le hanno fatto a partire dagli anni Settanta qual è il suo preferito?
Direi i cosiddetti fotografi umanisti, perché mi hanno portato in un terreno naturale, senza lo spettacolo e il solito artificio che spesso ci capita di subire in qualità di attrici. Erano fotografi che sceglievano un look elegante rispetto al mondo che li circondava. Una raffinatezza naturale che trovo molto im diversi artisti, come Peter Lindbergh. Non ha nulla a che far , ma mi è piaciuto molto anche lavorare con Roni Horn; sceglie immagini molto crude, che non perseguono la bellezza. Alle attrici di solito si chiede che seducano. Mi piace di più quando non si chiede niente .

Che cosa dà la fotografia che non dà il cinema o il teatro?
Niente. L’ho fatto solo per il piacere di organizzare una bella esposizione di un un grande fotografo. E’ la stessa collaborazione che c’è in un film, nonostante la notevole differenza temporale. In sostanza, ci si affidarsi a chi osserva e ci si lascia andare. Poi ogni fotografo funziona in modo diverso. A Philip-Lorca diCorcia  servono tre giorni per una foto, a Henri Cartier-Bresson solo dieci minuti. Alcuni costruire una vera e propria impostazione loro immagini fiction, mentre altri si accontentano di trovare il momento decisivo .

Nel Mese della foto ci sono insospettabili fotografi amatoriali come lo scrittore Michel Houellebecq. Lei sarebbe disposta a esporre le sue foto?
No. Solo quelle che faccio con il telefono o il tablet, in modo rigorosamente intimo per mantenere memoria dei luoghi in cui vado o condividerli con le persone più vicine. Direi che le foto hanno preso un carattere epistolare: si fanno e si spediscono a altri come lettere.

La fotografia gode di in ottima salute. Il mercato è raddoppiato negli ultimi dieci anni e in città come Parigi è in crescita. Perché?
Non ho una spiegazione perché non sono uno storico dell’arte, ma ho un’impressione . Nei primi anni novanta ricordo di aver incontrato a New York un piccolo gruppo di collezionisti di foto. Era un fenomeno decisamente minore. In appena vent’anni quest’arte è diventata immensamente popolare. Che cosa è successo? Non lo so, ma faccio notare che l’arte e la fotografia oggi seducono allo stesso livello del cinema, o anche di più.

(da Isabelle Huppert: “El arte y la foto ya seducen más que el cine” – El Pais)