Il paradosso del selfie umanitario

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Tutti hanno diritto al loro quarto d’ora di celebrità, profetizzò Andy Warhol. Il guaio è che non ci sono abbastanza quarti d’ora per tutti, scrive Ferdinando Scianna. Ma per fortuna è arrivato il selfie, e allora le residue barriere auto-censorie del narcisismo sono saltate. Il primo autoritratto da smartphone che ha segnato come un limite fosse stato travalicato è quello di Obama insieme alla  Prima ministra danese e a quello britannico David Cameron alla cerimonia per Mandela. Il selfie è sempre più una pulsione irrefrenabile ed è ormai in grado di infrangere qualunque liturgia – anche i Papi Francesco e l’emerito Ratzinger si sono arresi – con il guizzo della performance.

Abbiamo visto molte versioni di questa coazione che è nello nello spirito dei tempi, ma la campagna #WakeUpCall che invita a postare un selfie appena svegli sembra davvero stridente con l’obiettivo che si prefigge. La campagna Unicef – sulla scia della moda delle secchiate gelate  per Ice Bucket Challenge (con la sua deriva esibizionistica)  – promuove una raccolta di fondi per la Siria. L’ambasciatrice Unicef Jemima Khan ha invitato tutti a postare le proprie foto al mattino, ancora assonnati e in pigiama, per svegliare le coscienze su cosa succede ai bambini siriani. Ma se guardiamo, per dire, la foto di Naomi Campbell – che ha risposto subito all’appello, ma truccata e pettinata da par suo  – viene qualche dubbio che questo scatto faccia pensare ai bambini siriani e sia una motivazione per donare una cifra.

Il selfie è l’espressione massima dello scatto narcisistico, del proprio voler essere nel mondo per un momento di celebrità. Un gesto non certo umanitario nello stile, ma semmai estremanente umano, oltre che anche, forse, rivoluzionario per gli effetti che sta già avendo sulla percezione dell’autoritratto. Comunque, un gesto rivolto all’interno, verso un Io che desidera fortemente ‘essere visto’. (Qui la fotogallery dei selfie per la Siria).

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