Marco Delogu: “Il ritratto è lentezza, ragione, errore…”

Nell’era della social photography il genere ritratto è diventato imperante. Lo racconta bene il corto Aspirational con Kirsten Dunst . Mostra a che grado di compulsività sia arrivata la pratica del selfie, che non solo ha sostituito il rito dell’autografo ma anche la consuetudine dello scambio verbale. Proprio perché siamo sommersi da ritratti di ogni tipo è interessante vederne scatti storici, e le tendenze nella fotografia contemporanea.

Intervista al direttore artistico del Festival Internazionale di Roma, Marco Delogu.

Tema della XIII edizione di  Fotografia – Festival Internazionale di Roma è il ritratto. Cosa vedremo di questo genere fondamentale della storia dell’arte e della fotografia?
Vedremo una serie di fotografie “storiche” di grandi maestri come August Sander e Helmar Lerski, grandi fotografi come Roger Ballen e Larry Fink, archivi della polizia dell’Ottocento sugli anarchici,  molta ricerca contemporanea con Jon Rafman, Carlsen e Broomberg&Chanarin. E in mezzo ricerche profonde, molto basate sulla “posa”, sulla naturalezza della posa come superamento della retorica della spontaneità. Lavori basati sull’appartenenza, sul condividere, sulla profondità della ricerca.

Ci sarà qualche nome di talento fotografico misconosciuto?
Mohammed Keita
 è un giovane ivoriano che spero abbia il successo che si merita molto presto. In questo festival esporrà dei ritratti e anche un lavoro come insegnante in un gruppo di ragazzi immigrati, organizzato da Civicozero per Save the Children.

Stiamo assistendo a una mutazione del genere ritratto,  nell’era del selfie?
No, il selfie non c’entra niente con il ritratto. Il selfie è pura compulsività, il ritratto è lentezza, ragione, errore, un vero ritratto è destinato a durare.

Non le sembra che il ritratto sia sempre più “auto”-ritratto, nel senso più egocentrato e ossessivo possibile ?
Un ritratto, e questa mostra lo dimostra, è spesso un autoritratto. Il bisogno compulsivo egocentrato non ha niente a che fare con il bisogno di guardare e ritrarre, e in quell’operazione mettere anche molto se stessi. Io parlo della “centralità dell’autore” e questo significa anche “autoritratto”.

Più in generale, secondo lei in che modo la fotografia conversazionale , da social network, sta cambiando, o ha già cambiato la pratica fotografica e la sensibilità collettiva?
Non sono così interessato a ciò, sono piani diversi. In un certo senso favorisce il bisogno di veri ritratti, scava un fossato tra l’accumulazione forzata e l’appartenenza e il sentire il ritratto. Ma questa specie di gioco ci fa anche da stimolo per lavorare sempre più sulla differenza, per non cadere in “facili” ritratti.

Lei è presente con una sua personale in cui racconta una Roma notturna …
Sì, io ho lavorato per anni su progetti di ritratto con gruppi di persone legate insieme da linguaggi o esperienze: cardinali in pensione, compositori di musica classica contemporanea, fantini del Palio di Siena, carcerati, contadini della bonifica pontini e pastori sardi emigrati in Maremma, ex-condannati a morte in USA, ecc. Dal 2008, dopo la mia retrospettiva a Villa Medici, lavoro sempre più su una mia dimensione del paesaggio: la “commissione Roma” 2014 si chiama Luce attesa ed è un lavoro complesso, senza persone. Fotografare Roma per una persona che vi è nata e vi ha sempre vissuto è difficile. Ho cercato una visione personale di una città che nessuno riuscirà mai a capire e a vedere nelle sue complessità. Per me è sempre un luogo pieno di rivelazioni, ‘apparizioni’.

In queste ore a Roma apre anche una grande mostra retrospettiva di Henri Cartier-Bresson a dieci anni dalla sua morte. Secondo lei cosa ha da insegnarci ancora oggi il maestro del “momento decisivo”?
Il momento decisivo è una formula che ha fatto da molti anni il suo tempo, ma HCB rimane sempre un fotografo importantissimo e “decisivo” nella storia della fotografia. Dobbiamo conoscerlo, studiarlo e non farci mai incastrare da molti falsi miti cresciuti nella sua ombra, o da frasi ipercitate a lui attribuite. Ho stampate in testa molte sue fotografie incredibilmente riuscite e bellissime, non mi sono mai piaciuti i suoi ritratti.

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