John Berger in Cataratta: “Come ritrovarsi in una scena di Vermeer”

«Cosa raccontava August Sander ai suoi modelli prima di fotografarli? E che parole usava per convincerli tutti ad avere uguale fiducia in lui?
Tutti guardano la macchina fotografica con la stessa espressione negli occhi. Se differenze esistono, esse sono il risultato dell’esperienza e del temperamento del modello (il prete ha avuto una vita diversa da quella del tappezziere), ma per tutti la macchina fotografica di Sander rappresenta la medesima cosa». 

E’ un passaggio dell’ultimo libro di John Berger, Capire una fotografia (ContrastoBooks) di cui già si è citata un’osservazione su Kertész. Il primo saggio sulla fotografia da lui firmato è quel About Looking uscito nel 1992 (di cui si parla sotto).

Scrittore raffinato, oltre che critico d’arte e poeta, ora Berger ripropone la sua capacità critica, in chiave dolorosamente autobiografica, con Cataratta (Gallucci). Se provassi a riassumere l’esperienza che ha trasformato il mio modo di guardare, direi che è come trovarsi d’un tratto in una scena dipinta da Vermeer”, in cui “tutto quel che guardi è ricoperto da una rugiada di luce, scrive Berger.

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da Capire una fotografia – Contrasto Editore

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In una manciata di pagine e quasi parlando a se stesso, racconta con fine precisione la rinascita visiva seguita alla rimozione della cataratta che gli offuscava la vista, prima all’occhio sinistro e poi al destro. Un banale intervento chirurgico diventa momento di transizione verso un mondo nuovo per un uomo i cui scritti sull’osservazione della realtà e delle opere d’arte hanno animato il dibattito culturale degli ultimi quarant’anni.

Il libro riesce a tradurre in parola scritta le percezioni sensoriali di chi, insieme alla vista, riacquista la consapevolezza della varietà e dell’eterogeneità dell’esistente. Insieme a Berger si riscopre l’incanto della luce, che  conferisce a tutto ciò su cui cade un carattere di ‘primità’, restituendolo alla purezza originaria e la profondità dei colori – Il blu e il viola, con le loro onde corte sono deviati dall’opacità della cataratta.

Ci si stupisce del biancore abbacinante di un foglio di carta, della pesante gravità dell’inchiostro nero e dell’ampiezza ritrovata dell’orizzonte. Accompagnano il libro i surreali disegni a china del vignettista turco Selåuk DemirelSelåuk usa spesso parti del corpo in modi asciutti e tipicamente turchi – scrive Berger – come se la commedia della condizione umana fosse lì nel corpo umano, nella malinconia dell’anatomia.

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bergerPerché guardare gli animali? In che senso possiamo accostare l’opera di Francis Bacon a quella di Walt Disney? Nella raccolta di articoli di John Berger ricorrono molte domande solo all’apparenza stravaganti, che sanno mettere in evidenza, insieme allo sguardo originale del critico inglese, la complessità celata nel semplice atto del guardare.

Guardare una fotografia è un processo che può risvegliare contraddizioni insanabili. Le fotografie di guerra per esempio – e il nostro tempo ne è tragicamente ricco – da una parte sono giustificate dall’esigenza di risvegliare le coscienze di chi guarda. Ma l’assuefazione che subentra alla violenza ‘contemplata’ è tale, per cui interviene non tanto il risveglio quanto un senso di inadeguatezza morale.

«Guardare una foto che ci mostra un momento di agonia può distogliere la nostra attenzione da un problema più generale e pressante: le guerre di cui vediamo le immagini sono in genere combattute – direttamente o indirettamente – in “nostro” nome. Se ciò che vediamo ci fa orrore, immediatamente dopo dovremmo reagire alla nostra mancanza di libertà politica. I sistemi politici attuali non ci concedono alcuna possibilità legale di influire concretamente sullo svolgimento delle guerre combattute in nostro nome».

Nell’immagine fissata dalla macchina, poi, è insita anche un’altra violenza: quella con cui lo scatto – parola usata per armi e macchine fotografiche, nota Berger – isola quel preciso momento fotografico da tutti gli altri momenti.

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O nell’impermeabile indossato da Giacometti, nella foto che Cartier-Bresson gli scattò, in un giorno di pioggia a Montparnasse, nove mesi prima che l’artista morisse: tirato su fino a coprigli la testa, gli dà l’aria di un sopravvissuto, indifferente al mondo, racchiuso nella sua – non tragica ma nemmeno evitabile – solitudine. Come le sue esili, ma irriducibili, sculture.