La ‘fluida’ Cindy Sherman scuote Instagram. “Questa non sono io”

© Cindy Sherman – profilo Instagram

La si può definire la modella di se stessa, e certo, la pioniera dell’autoritratto ben prima che i social network si ubriacassero di selfie. Da alcuni mesi i grotteschi personaggi della sua infinita fiction sono anche su Instagram. Ma Cindy Sherman – peraltro con un’interessante operazione che salta il passaggio dell’esibizione delle sue opere sulle parete di una galleria, confrontandosi direttamente con il pubblico – abita il social  a modo suo; alimentando ambiguità, sul filo tra realtà e finzione; con immagini molto distorte – usando anche i filtri disponibili sulla piattaforma – e scene dalla sua vita, non si sa quanto autobiografiche. Se questo è vero per tutte le ‘realtà’ diffuse dai social, tra vita reale e realtà posate – i suoi distorti ritratti femminili sono una specie di risvolto amaro dell’ossessione contemporanea per la rappresentazione di sé. Nel suo profilo, partito come privato poi reso pubblico, Cindy Sherman fa comunità con i numerosissimi fan, forgiando identità declinate all’estetica ravvicinata del selfie. Ma ribalta la logica dei social che ci vuole truccati al meglio, sorridenti e smart. Le sue maschere sono se mai la denuncia della femminile corsa vana alla cancellazione dei segni del tempo, disperata e teneramente mostruosa; la sequenza di variazioni di Cindy suscita reazioni ambivalenti, non esclusa un’empatia liberatoria.

Dopo i finti frame cinematografici degli anni Ottanta che l’hanno resa famosa e le moltissime variazioni horror di mogli ed ex mogli della middle class americana, botoxate e rifinite dalla chirurgia plastica, Cindy si è presa una pausa, e quando è tornata a scattare con macchine fotografiche a risoluzione superiore le cose sono cambiate, come racconta sul Guardian a Tim Adams: «Adesso non si tratta di aggiungere rughe per sembrare più vecchia; devo usare le rughe che già ho per dire qualcos’altro. Quello che è disturbante non è vedere più rughe sulla mia faccia ma vedere che è molto più limitata la gamma di possibilità di quello che posso fare. Posso sembrare una centenaria ma sembrare più giovane di una cinquantenne adesso è uno sforzo.»

Eve Arnold – Joan Crawford

«Penso che il mio lavoro sia stato spesso centrato su come le donne sono ritratte nei media,» Sherman dice in questa intervista – «e naturalmente non vedi in realtà che molti ritratti di donne più vecchie o donne  vecchie nella moda e nel cinema». Il suo lavoro ricorda quello che fece Eve Arnold con Joan Crawford. L’intervistatore le chiede quanto lei abbia intenzione che i personaggi raccontino una determinata storia.

«Voglio che ci siano tracce di narrativa ovunque nell’immagine così da permettere alle persone di creare la loro storia al riguardo. Ma non voglio avere la mia storia e imporla a tutti.  Voglio trascendere il tempo in un certo senso». La foto – precisa Sherman – comincia a essere efficace, coinvolgente ed estraniante, quando esprime una certa ambivalenza, piuttosto che un tipo di emozione fissata.

Nell’intervista Cindy Sherman racconta dettagli della sua vita. E’ cresciuta a Long Island, minore di cinque figli, di nove anni più giovane dal fratello maggiore. «Mi sentivo una bambina sola». «Era strano perché era come se non facessi parte della famiglia quando arrivai visto che gli altri esistevano da molti anni prima di me».

L’impulso al travestimento  nasce da quell’ansia di farsi notare. Voleva mantenere vivo l’interesse della famiglia per lei. A quindici anni vive la tragedia del suicidio del fratello di 27 anni. In quel periodo decide di studiare alla scuola d’arte, come per curare il trauma. Poi la terapia e una  vita sentimentale difficile – intrappolata in relazioni  che non riusciva a troncare – culminata nella scelta della solitudine.

Certe sue immagini da diva evocano questo senso liberatorio da sopravvissuta. E intanto cresceva la passione per il travestimento. «Ci ho messo molto tempo per capire chi ero, quali erano i miei bisogni. Per molto tempo i personaggi chiedevano la stessa cosa: forse è questo che voglio essere?» Fino a quando il suo compagno, l’artista Robert Longo, la incoraggia a fotografare la sua identità fluida, adatta alla New York degli anni Ottanta. 

Un’identità così sfuggente che a volte si guarda allo specchio e pensa: questa non sono io. E’ un’altra. «Adoro quando succede. Sono estasiata che questa apparizione sia stata creata».

Panoramica berlinese di Cindy Sherman

Cindy Sherman in formato emoji

Cindy Sherman in mostra a Monaco