L’ultimo reportage di Michel du Cille

 

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Fotografo del Washington Post ,  Michel du Cille – vincitore di tre premi Pulitzer – è morto di infarto in Liberia mentre realizzava un reportage sull’epidemia di Ebola. Il Washington Post lo ricorda per la sua capacità di catturare immagini delle lotte e dei trionfi dell’uomo e definendolo uno dei più bravi fotografi al mondoIn questa intervista parla del suo ultimo reportage.

small_120417-205413_211239_nysw115_pulitzer_priQual è stata la più grande sfida nel raccontare Ebola, fisica o mentale?
Mentale…  Credo che il mondo debba vedere quanto sono orribili e disumanizzanti gli effetti di Ebola. Dopo otto viaggi nel continente africano, non mi lamento più della durezza della vita. Per me ogni viaggio lì un’esperienza quasi spirituale. Penso sia in parte dovuto al fatto che mi relaziono bene al mondo dell’Africa occidentale. Crescere in Giamaica era molto simile; la cadenza, il linguaggio del corpo delle persone erano molto simili.

C’è una storia analoga che ti ha preparato a questa?
No, niente nei miei 40 anni come fotoreporter è mai stato paragonabile.

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Dal racconto di Lenny Bernstein, giornalista del Washinton Post, ripreso dal Post , Dodici giorni in Liberia, senza toccare nessuno:

«DuCille non si comportava alla mia stessa maniera. Nonostante si lavasse le mani col cloro tanto spesso quanto me, aveva perso da tempo l’istinto umano di autoconservazione: probabilmente era accaduto quando aveva passato sette mesi a fare foto in posti dove si commerciava droga – o dove era costretto a schivare pallottole – in Afghanistan. In Liberia, è entrato in un ex ospedale di Monrovia che fungeva da centro di trasferimento per i malati e i morti della città, dove i corpi invadevano il pavimento. Questo ha richiesto che si attrezzasse coprendo ogni centimetro della propria pelle con un “kit per la protezione personale”, quelle specie di tute da astronauta che sono diventate un simbolo dell’epidemia. Indossarla e poi togliersela di dosso è un processo lungo e complicato. Un solo errore nella procedura, e rischi che il virus venga a contatto con la pelle. Mi sono rifiutato di andare in qualsiasi posto dove fosse richiesto di indossarlo».