Mise en abyme di Lady Hawarden

«Come Margaret Cameron, anche Clementina Hawarden sceglieva i suoi modelli tra le persone della propria famiglia. Ma rinunciava alla messa in scena allegorica e al sovraccarico di simbolismo. I ritratti delle figlie eseguiti negli anni ’60 sono più spesso ambientati nella scena domestica dove, unico accessorio particolare, è lo specchio che ne concentra l’azione e il significato. Perché dove c’è specchio c’è modernità, perché c’è “mise en abyme”, quadro nel quadro, rappresentazione della rappresentazione, “autoreferenzialità”.

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(…) Si prenda per esempio il Ritratto di fanciulla che si riflette in uno specchio del 1863-64: nella scenetta del tutto vittorianamente domestica si insinua una tonalità narcisistica e allusiva, nel compiacimento della fanciulla che si offre all’obiettivo, nella differenza maliziosa tra immagine e suo riflesso (meno ingenuo, più ammiccante nel profilo della spalla scoperta e della pettinatura che appare diversa, tra l’altro), e allora anche nel piede arretrato che si va a incastrare nell’angolo della parete, e nel vestito abbandonato e appoggiato in primo piano al sostegno dello specchio.

E’ la sensualità ad aprirsi un varco nel moralismo vittoriano, la stessa che colora di perversione le candidissime, apparentemente pudiche bambine fotografate in quantità da padre Charles Lutwidge Dodgson, universalmente noto con lo pseudonimo di Lewis Carroll, celebre autore di Alice nel Paese delle meraviglie e Dietro lo specchio».

(tratto da Elio Grazioli, Corpo e figura umana nella fotografia, Bruno Mondadori).

Lady Clementina Hawarden – biography (Victoria and Albert Museum)

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