Passeggiata con Robert Walser

Le foto spesso ritraggono la sua figura malinconica nel corso di una passeggiata; mostrano Robert Walser immerso nella natura, da moderno Wanderer quale era. Immagini coerenti alla sua vita solitaria e meditabonda, grande interprete di una estetica dello sconcerto, come scrive Vila-Matas (sotto). Le foto scattate dall’amico e editore Carl Seelig sono il contrappunto visivo a un’esistenza minimalista, a una scrittura nomade che racconta ciò che è fuggevole. Una vita scandita ancora una volta da una passeggiata, e da una fotografia,  nel momento della morte, il giorno di Natale del 1956.

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walser«A volte si abbandona la scrittura semplicemente perché si è caduti in uno stato di pazzia da cui non ci si riprende più. L’esempio più paradigmatico è quello di Hölderlin, che ebbe in Robert Walser un imitatore involontario. Il primo, negli ultimi trentotto anni della sua vita, rimase rinchiuso nella mansarda del muratore Zimmer, a Tubinga, a scrivere versi bizzarri e incomprensibili che firmava con i nomi di Scardanelli, Killalusimeno o Buonarrotti. Il secondo trascorse i suoi ultimi ventotto anni di vita nei manicomi di Waldau prima e di Herisau poi, intento a una frenetica attività di scrittura microscopica: guazzabugli fittizi e indecifrabili su minuscoli pezzi di carta.

Credo si possa dire che, in qualche modo, sia Hölderlin che Walser continuarono a scrivere. Scrivere, diceva Marguerite Duras, è anche non parlare. E’ tacere. E’ urlare senza emettere suoni. (…)

Sugli urli senza suono di Walser abbiamo l’ampia testimonianza di Carl Seelig, il fedele amico che continuò a fargli visita quando finì nei manicomi di Waldau e Herisau. Scelgo fra tutti il ritratto di un momento (genere letterario che tanto amava Witold Gombrowicz) in cui Seelig sorprese Walser nell’istante esatto della verità, quando una persona, con un gesto – il movimento della testa in segno di approvazione di Hölderlin, ad esempio – o con una frase, rivela ciò che genuinamente è: Non dimenticherò mai quella mattina d’autunno in cui Walser e io passeggiammo da Teufen a Speichen, attraversando una nebbia molto spessa. Quel giorno gli dissi che la sua opera sarebbe forse durata quanto quella di Gottfried Keller. Si fermò come se avesse messo radici nel terreno, mi guardò con somma gravità e mi disse che, se avevo a cuore la sua amicizia, non me ne uscissi mai più con simili complimenti. Lui, Robert Walser, era una nullità e voleva essere dimenticato.

Tutta l’opera di Walser, compreso il suo ambiguo silenzio di ventotto anni, riflette sulla vanità di ogni impresa, sulla vanità della vita stessa. Forse solo per questo voleva essere uno zero. Qualcuno ha detto che Walser è come un corridore di fondo che, sul punto di tagliare l’agognato traguardo, si ferma sorpreso, guarda maestri e condiscepoli e abbandona la gara, confermando così una posizione che gli è propria: un’estetica dello sconcerto. A me Walser ricorda Piquemal, un curioso sprinter, un ciclista degli anni sessanta che era ciclotimico e a volte si dimenticava di finire la gara.

imageRobert Walser amava la vanità, il fuoco dell’estate e gli stivaletti delle donne, le case illuminate dal sole e le bandiere ondeggianti al vento. Ma la vanità che amava non aveva niente a che vedere con l’ambizione del successo personale, bensì con quel tipo di vanagloria che è una tenera esibizione di cose minime e fuggevoli. Walser non poteva essere più lontano dei climi d’alta quota, dove regnano la forza e il prestigio: E se una volta un’onda mi sollevasse e mi portasse verso l’alto, là dove regnano la forza e il prestigio, annienterei le circostanze che mi hanno favorito e mi butterei io stesso giù, verso le tenebre infime e insignificanti. Riesco a respirare solo nelle regioni inferiori.

Walser voleva essere una nullità e il suo maggior desiderio era venire dimenticato. Era cosciente che ogni scrittore deve venire dimenticato appena ha smesso di scrivere, perché quella pagina l’ha già persa, gli è letteralmente volata via dalle mani, è entrata ormai in un contesto di sentimenti e situazioni diversi, risponde a domande che altri uomini le rivolgono e che il suo autore non poteva nemmeno immaginare.

imageLa vanità e la fama sono ridicole. Seneca diceva che la fama è orribile perché dipende dal giudizio di molti. Ma non è esattamente questo che spingeva Walser a voler essere dimenticato. Più che orribili, per lui la fama e le vanità mondane erano completamente assurde. E lo erano perché la fama, per esempio, sembra dare per scontato che sussista un rapporto di proprietà tra un nome e un testo che conduce già un’esistenza su cui quel pallido nome sicuramente non può più influire.

Walser voleva essere una nullità e la vanità che amava era una vanità come quella di Fernando Pessoa, che una volta, mentre gettava per terra la carta stagnola di un cioccolatino, disse che così, in quel modo, aveva buttato via la sua vita».

(da Bartleby & compagnia, Feltrinelli)

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