‘Penny Penny Day’ a Rencontres d’Arles. Intervista a Marco Casino

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Penny Penny Day di Marco Casino è stata inaugurata alla Manuel Rivera-Ortiz Foundation, a Rencontres d’Arles. La mostra racconta la festa popolare di origine anglosassone che nelle township sudafricane si ripete ogni anno il 5 novembre. I bambini si travestono come le loro madri e vanno in giro per strada chiedendo un penny in cambio di danze e canzoni tipiche.

Intervista a Marco Casino

Come nasce il progetto Penny Penny Day e, più in generale, il suo interesse per il Sudafrica?
Ho scoperto il Penny Penny Day nel 2013, mentre ero in Sud Africa per lavorare alla serie Staff Riding. In quel periodo ero nel Paese da poche settimane ed era il primo viaggio che facevo a Johannesburg, luogo che poi ho scelto come centro geografico del progetto più generale sulle nuove generazioni post-apartheid di cui tutte queste serie fotografiche e multimedia fanno parte, Born Free. In quel periodo ero alla ricerca di nuove storie da poter raccontare e mi sono imbattuto in questa strana commemorazione piuttosto casualmente, visto che è pressoché sconosciuta fuori dalle township. Vedere questi bambini vestiti da donna, truccati grottescamente, che cantano in gruppo per le strade, mi ha ovviamente incuriosito. Da lì sono partite le ricerche sulla genesi della festività e l’anno dopo sono tornato in Africa pronto, con un idea precisa del risultato che avrei voluto ottenere da questa serie.
Come si è trovato nella relazione con i giovani soggetti? 
Il rapporto con i soggetti in questo lavoro è stato piuttosto atipico rispetto a quanto faccio normalmente. Di solito tendo ad approfondire molto il rapporto con il o i soggetti che ritraggo, creando un rapporto empatico e duraturo con loro. In questo caso invece ho dovuto agire in maniera diametralmente opposta, girando per le strade con una grossa folder e un flash, cercando si attirare quanti più bambini possibili a me visto che il tempo per scattare tutte le immagini era piuttosto limitato.
Ho cercato di avere un atteggiamento piuttosto neutro prima di scattare, limitandomi a indicare il punto in cui posizionarsi per essere ritratti, così da lasciare che ognuno potesse esprimere la propria personalità e carattere.
Le foto che visto hanno una patina del tempo, sono vagamente vintage. Come ha ottenuto questo effetto interessante?
Tutte le foto sono delle scansioni di back di pellicole istantanee a distacco, lavorate in candeggina per eliminarne uno strato ed ottenere dei veri e propri negativi. La macchina con cui sono state scattate è una Polaroid folder 215 degli anni ’60, che avevo provveduto a connettere ad un flash via trigger wireless e modificata ad hoc per poter selezionare tempi e diaframmi manualmente. Tutti gli originali, cioè le istantanee vere e proprie, sono state consegnate ai bambini ritratti.

 

 

In queste ore è stata presentata ad Arles il suo lavoro in mostra. Emozionante?
Moltissimo! Le stampe sono attualmente esposte a Rue de la Libertè, nel pieno centro della città, in uno spazio magnifico di proprietà della fondazione Manuel Rivera-Ortiz, finito di ristrutturare pochi mesi fa. La gentilezza con cui mi hanno accolto è stata enorme e ho percepito tantissimo entusiasmo per il progetto. Le persone da ringraziare per questa mostra sono tantissime, dallo Studio Bernè che ha realizzato le stampe con la solita qualità alla velocità della luce, alla mia compagna Federica che continua a s(o)upportarmi nelle estenuanti fasi di preparazione. La persona che però ha avuto il ruolo principale per la buona riuscita della mostra è sicuramente Enrico Stefanelli, direttore e fondatore del Photolux Festival di Lucca, che ha da subito creduto in me e in queste foto, selezionandole per questa bellissima avventura.
Come si è avvicinato alla fotografia? Quali fonti di ispirazione ha avuto?
Mi sono avvicinato alla fotografia piuttosto tardi, durante i miei studi di ingegneria, e da allora è stato un continuo crescendo di interesse e dedizione. Faccio parte di quella generazione di fotoreporter nati professionalmente con internet, e questo sicuramente ha caratterizzato tantissimo la mia formazione e il mio modo di approcciarmi alle storie. Le ispirazioni sono sempre una miriade, ovviamente non solo fotografiche, e continuano ad accumularsi giorno dopo giorno. Per questo motivo ho difficoltà a dare qualche nome.
A quali progetti sta lavorando?
Il progetto Born Free non è assolutamente concluso, quindi tornerò ancora in Sud Africa per migliorarlo ed per aggiungere nuove storie. In parallelo sto seguendo altre inchieste e progetti di natura documentaristica che spero nei prossimi anni vedano la luce. Nel quotidiano invece continua sempre, con grosse soddisfazioni, la collaborazione con Leica Camera Italia, sia per lavori fotografici che per la parte di insegnamento nell’Akademie.
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