Preraffaellite sfocature di J M Cameron

 

«L’ambivalenza è una caratteristica delle fotografie di Julia Margaret Cameron. I suoi ritratti carichi di dinamismo sono fra i più nobili e impressionanti che mai siano stati prodotti dalla macchina fotografica; d’altro canto, i suoi ritratti in costume si attengono al linguaggio stilistico dei pittori preraffaelliti. (…)

cameron-margaret


Julia Margaret Cameron –  Ellen Terry at Age Sixteen, negative 1864; print about 1875, Carbon print – The J. Paul Getty Museum, Los Angeles

Sovvertiva le regole della tecnica; ricorreva a qualsiasi mezzo per ottenere gli effetti desiderati. Le immagini evanescenti, sfocate, deplorate da molti critici, erano intenzionali. Scrisse all’amico Sir John Herschel che sperava d’innalzare la sua arte

al di sopra della Fotografia topografica puramente convenzionale consistente nel fare una mappa,  nel dare a uno scheletro fattezze e forme senza quella rotondità  e quella pienezza  di forza, quel modellare di carni e di membra che soltanto la mia particolare messa a fuoco può dare, per quanto sia chiamata «fuori fuoco» e come tale condannata. Che cos’è il fuoco? e chi ha il diritto di dire qual’è il fuoco giusto? La mia aspirazione è di nobilitare la Fotografia e di assicurarle il carattere di una grande Arte combinando insieme il reale e l’ideale e nulla sacrificando della Verità pur con tutta la possibile devozione alla Poesia e alla Bellezza… »

(tratto da Beaumont Newhall, Storia della fotografia, pp. 111-112, Einaudi)

Paul and Virginia

Julia Margaret Cameron, Paul and Virginia, 1864, Albumen silver print
The J. Paul Getty Museum, Los Angeles

da quel primo momento ho maneggiato le mie lenti con tenero ardore, ed è diventato come fosse una cosa viva, con voce e memoria e vigore creativo. (J. M. Cameron)

«Questo allora il lato più affascinante del rapporto di Julia Margaret Cameron con la fotografia: usarla come uno strumento d’innesco di un’attività performativa che, per la durata della posa, è capace di far scattare l’evasione dalla realtà e la sperimentazione dell’immaginario. Per la fotografa inglese allestire e mettere in scena i tableaux vivants fotografici è come vivere una fantastica realtà parallela, credibile perché fotografica, ma suggestiva come un sogno a occhi aperti.

Non è dunque la capacità illustrativa, l’abilità pseudo-pittorica di rappresentare brani di letteratura o l’analisi filologica compiuta sui testi cui s’ispira Julia Margaret Cameron il livello più interessante dal quale misurare la sua produzione fotografica, bensì la dolce e consapevole illusione che la fotografia le concede di giocare con le sue passioni e con le sue fantasticherie, per ricreare «un mondo che non esiste se non nella fantasia dei poeti, nei sogni dei pittori, nella magia degli artisti».

(…) Ma se si sposta l’analisi dalle immagini alla performance fotografica, a quei minuti oppure ore di preparazione, allestimento, messa in posa, sguardi e pensieri fino al brivido dello scatto che avrebbe fermato le emozioni cristallizzandole fuori dal tempo, allora le sue evasioni appaiono uno splendido esempio di pratica fotografica concettuale, capace di riscattare il kitsch della finzione (anche quando male assemblata) con la verità accecante della fotografia, dove i costumi ridicoli, i visi eccessivamenti truccati, le scenografie retoriche e gli oggetti ridondanti partecipano di una delle più interessanti e ambigue simbiosi di realtà e artificio».

(da Federica Muzzarelli, L’invenzione del fotografico, Einaudi, pgg. 128-129-130).

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