Surviving Humanity, scatti di futuro. Intervista con Alberto Giuliani

Il racconto dei luoghi in cui si progetta la resilienza umano in vista dei futuri sconvolgimenti del pianeta. Con questo progetto Alberto Giuliani, vincitore tra l’altro del premio Streamers Celeste Network, ha viaggiato per ‘far vedere’ le frontiere della scienza che è in continuo movimento, impegnata con sfide quali il cambiamento climatico, la crioconservazione, la clonazione. Scatti che sembrano emanazioni di una dimensione post-umana,  rarefatta e robotica, ma che documentano una realtà in divenire.

© Alberto Giuliani

Come è nato il progetto?
Cercando di spiegare ai miei tre figli i fatti del mondo che arrivano in casa da giornali e tv (immigrazione, guerre, cambiamento climatico etc.), loro mi hanno chiesto: come sarà il mondo quando saremo grandi? Non ho saputo dare una risposta e mi sono messo a cercare, dapprima sul web, scoprendo che le principali organizzazioni mondiali (UN, FAO etc) descrivono per il 2050 un mondo profondamente diverso da quello che conosciamo o possiamo immaginiamo.
Da queste osservazioni e con molte domande ho cercato di capire cosa si stia facendo per far fronte ai grandi cambiamenti globali che ci attendono e che per la prima volta nella storia sembrano mettere a rischio la stessa sopravvivenza di una parte importante dell’umanità. Così nasce Surviving Humanity

© Alberto Giuliani

Gli scatti sono stati concepiti in diverse e suggestive situazioni. Ci racconta questa esperienza , le sue difficoltà anche tecniche se ci sono state, gli incontri?Le immagini sono realizzate in diversi luoghi del mondo e in contesti scientifici altrettanti diversi. Alle Hawaii con gli astronauti della NASA che simulano la vita su Marte, la clonazione dei cani e di altri esseri viventi in Corea (cloneranno molto presto, forse un paio di anni, un mammut!) la ricerca genetica in Cina, la crioconservazione di esseri umani in USA, gli scienziati del cambiamento climatico al Polo Nord e molto altro ancora.
Non ci sono state particolari difficoltà tecniche o logistiche, ma probabilmente la cosa più complessa è stata comprendere i linguaggi, le volontà, le logiche di ogni contesto scientifico e cercare di tradurle in parole semplici (scrivo per diversi giornali – Vanity Fair, AD, GQ, Io Donna, Icon Design) e immagini senza perdere l’essenza delle cose. Incontrare gli scienziati che hanno in mano il destino del Pianeta è molto affascinante. Ci si ritrova in mondi incredibili. E da comune essere umano mi sono domandato a volte se sia davvero necessario esplorare mondi tanto lontani quando ancora ci perdiamo nel giardino di casa nostra.

© Alberto Giuliani

Certe foto mi hanno ricordato Afronauts di Cristina de Middel…
Conosco Afronauts della De Middel. Lavoro molto bello, poetico e ironico al tempo stesso quindi mi fa piacere il paragone. L’unica differenza che mi sento di sottolineare è che le immagini del mio progetto sono assolutamente reali, e i contenuti sono fortemente legati alle attuali verità scientifiche. E’ per me indispensabile appoggiarmi alla scienza altrimenti mi perderei in supposizioni empiriche e magari stravaganti sul futuro.

Il viaggio e la fotografia l’ hanno portata a fare reportage all’estero, fino a fondare l’agenzia Luz. Con questo lavoro ha un nuovo orizzonte narrativo. Ci racconta il suo percorso di fotografo?
E’ abbastanza lungo, articolato e certamente non classico (ho iniziato da professionista quando avevo 19 anni con un contratto con l’agenzia Grazia Neri, agenzia che mi ha rappresentato fino alla sua chiusura nel 2010). Il mio primo lavoro degno di nota nasceva dall’aver vissuto alcuni mesi da bambino di strada in Argentina per una specie di esperimento sociale.
Comunque, facendo una sintesi: ho iniziato molto giovane, pieno di ideali, e con l’idea che la fotografia avrebbe potuto contribuire a fare un mondo migliore. Quindi – quando ancora era possibile – mi occupavo di grandi eventi internazionali, a cavallo tra news e features. Ho lavorato per tutti i giornali più importanti del mondo, da Time a Stern a Le Monde etc etc. Poi con la guerra in Afghanistan – dove ero presente per USAToday – qualcosa è cambiato. Mi sembrò molto inutile essere li, era mediaticamente una grande farsa a mio modo di vedere.

Così mi sono avvicinato maggiormente all’approfondimento e a temi sociali più ampi lasciando l’attualità più stretta. Ho vissuto a Buenos Aires per tre anni occupandomi di America Latina per tutti i principali giornali internazionali. Al mio ritorno in Italia ho iniziato un lavoro di tre anni sulle mafie italiane (raccolto in un libro, Malacarne – Married to the Mob) e ho iniziato a scrivere più assiduamente perché sentivo la fotografia limitante. Ho iniziato a scrivere per D La Repubblica, poi MarieClaire e infine – da cinque anni – principalmente per Vanity Fair. Chiusa Grazia Neri ho fondato LUZ a Milano, l’ho diretta per tre anni e poi ho preferito tornare a fare ciò che mi appassiona maggiormente: raccontare storie. Ed eccomi qui.

Tra i fotografi del passato e di oggi qualcuno la ispira o è importante per lei?
Rimane una grande affezione per un primo amore, che è William Eugene Smith. Amo la fotografia di Luigi Ghirri e più in generale la scuola di paesaggisti italiani. Osservo sempre con estremo piacere e sorpresa i lavori dell’artista Sophie Calle.