“Una buona foto è un miracolo”. In mostra le Vestiges di Josef Koudelka

L’intervista di Frank Horvat a Josef Koudelka fa parte del libro Entre Vues, conversazioni con alcuni importanti fotografi del ’900. La versione italiana è pubblicata per la prima volta su Maledetti Fotografi. (traduzione di Giancarlo Biscardi).
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Vedi, io ti conosco da meno di un’ora, ho visto alcune tue foto e so di te solo alcune cose che mi sono state raccontate. Ma se dovessi rendere l’idea che mi sono fatta di te con una sola immagine, direi: È uno che vive con un sacco a pelo. Questo sintetizza un modo diverso di utilizzare il tempo, più efficace del mio. Non che io sia insoddisfatto della mia vita. Ma so che troppo spesso ho fatto delle cose che mi erano indifferenti o che mi allontanavano da me stesso; mi sono sforzato troppo di assecondare le idee o i desideri degli altri. Se mi fosse possibile rivivere qualche ora della mia vita, credo che sceglierei dei momenti in cui fotografavo per me, nelle strade di New York o in India. O anche dei momenti nel mio studio, come quando facevo i ritratti.

1389116384338koudelkaIo ho avuto la fortuna di poter fare sempre ciò che volevo, di non lavorare mai per altri. Forse è un principio stupido, ma l’idea che nessuno possa comprarmi è importante per me. Io rifiuto di lavorare su commissione, anche per progetti che sono deciso a portare avanti comunque, per me stesso. È un po’ uguale con i miei libri. Quando il mio primo libro, quello sugli Zingari, è stato pubblicato, ho fatto fatica ad accettare l’idea di non poter più scegliere le persone a cui mostrare le mie foto, l’idea che chiunque potesse comprarle.

Quali sono i tuoi punti di riferimento? Voglio dire in letteratura, in pittura, in musica…

Ci sono delle cose che mi piacciono molto, ma che non pratico. La musica l’ho sempre un po’ praticata e mi piacerebbe ascoltarne più spesso, ma non ne ho la possibilità, per mancanza di tempo e di spazio.
Quando ero ragazzo leggevo molto, durante i miei studi un po’ meno, da quando ho lasciato la Cecoslovacchia non leggo quasi più. Sempre per la stessa ragione: perché non ho un posto per me. Quando viaggio, non so dove dormirò e penso a dove coricarmi solo quando è il momento di aprire il mio sacco a pelo. È una regola che mi sono data. Mi sono detto che devo saper dormire bene dovunque, perché il sonno è importante. In estate spesso dormo fuori, smetto di lavorare quando non c’è più luce e ricomincio il mattino presto. Un giorno vivrò diversamente e allora ricomincerò a leggere. Non sento questo modo di vivere come un sacrificio: per me sarebbe un sacrificio vivere altrimenti. Per quanto riguarda i miei punti di riferimento… non so quali sono. 

Ma cosa ti sembra importante al mondo?

Le domande sul mondo sono difficili per me. Non mi fido delle parole. Io vengo da un sistema in cui le parole non hanno valore. Mi sono abituato a non ascoltare troppo ciò che dice la gente. O piuttosto li ascolto, ma dò più importanza al modo in cui parlano che a ciò che dicono. Quando mi si dice: sono comunista, sono socialista, sono anarchico, questo non significa niente per me. Ciò che conta è quello che la gente fa.

Ma cosa conta per te? È importante che le tue foto siano conservate dopo la tua morte?

Non mi è mai sembrato importante che le mie foto fossero pubblicate. È importante che io le abbia fatte. Ci sono stati periodi in cui non avevo soldi e immaginavo che qualcuno venisse a dirmi: Ecco i soldi, puoi andare a fare delle foto, ma non devi mostrarle. Avrei accettato subito. Ma al contrario, se qualcuno fosse venuto a dirmi: Ecco i soldi per fare le foto, ma alla tua morte dovranno essere distrutte, avrei rifiutato. Mi capisci?

L’importante è che le foto esistano.

Certamente. Non che siano pubblicate o che io sia conosciuto. Essere conosciuto può anche essere fastidioso: a me non piace sentirmi al centro dell’attenzione. Vado spesso a un mercato di cavalli nel nord dell’Inghilterra. Lì conosco quasi tutti e quando mi rivedono, chiedono: E il tuo libro, quando esce? Non lo vedrò mai, sarò morto prima. Ed è vero, alcuni sono già morti. Ma posso sempre portare a un figlio la foto del padre, a un vecchio la foto di quando era meno vecchio. Ciò che conta è che il lavoro esista. D’altra parte io non sono uno di quelli a cui piacciono tanto le proprie foto.

Ma ho sentito dire che le appendi al muro, per vedere se riesci a viverci insieme.

Lo facevo in Cecoslovacchia, e lo farei ancora se avessi una casa. Con le foto degli Zingari ci vivevo sempre. Se vivi sempre con una cosa e continui a guardarla, finisci sia per stancartene, sia per esser certo che ti soddisfa. Per me una buona foto è una con cui posso vivere. È come vivere con una musica o una persona.

Forse perché la fotografia è fatta essenzialmente di tempo. Mi dico spesso che ciò che mostriamo è una frazione di tempo, più che una finestra sullo spazio.

La filosofia della fotografia non mi interessa. Quello che mi interessa sono i limiti. Io fotografo sempre le stesse persone, le stesse situazioni, perché voglio conoscere i limiti di queste persone, di queste situazioni – e soprattutto i miei propri limiti. Non è importante che la foto riesca la prima volta, né la quinta, né la decima.

(…)

Mi hai detto che non eri molto soddisfatto del nostro primo colloquio. Ne ho riletto il testo, ho riletto anche i miei precedenti colloqui con altri fotografi, e mi sono reso conto che, nel corso dei diversi incontri, ho un po’ perso di vista il mio obiettivo iniziale, che era quello di parlare della fotografia, piuttosto che dei fotografi. Comunque vorrei cominciare con un’osservazione di carattere personale: conosco parecchie persone che ti considerano un po’ come la loro coscienza. So che non fai nulla per assumere questo ruolo di “guru”, ma è la tua severità verso te stesso che conduce gli altri a considerarsi con meno indulgenza.

Dici che sono una coscienza. È l’ultima cosa che vorrei essere. Tutto ciò suona un po’ come se io giudicassi gli altri, come se mi sentissi superiore. Io sono semplicemente uno che ha avuto fortuna. Perché, all’inizio, ero ingegnere aeronautico e potevo fare fotografie senza aver bisogno di essere pagato. Poi ho continuato ad avere fortuna, avendo potuto lavorare per diciott’anni senza fare neanche un solo lavoro su commissione. Ma questo non ha nulla a che vedere con la cattiva coscienza di chicchessia: il mio modo di fare foto non è il solo, e forse neanche il migliore.

Mi piacerebbe vedere qualche tua stampa di lavoro, per esempio di quelle dell’anno scorso, di cui dici di essere poco soddisfatto, e vorrei che tu mi spiegassi perché.

Non vedo nessuna ragione per farlo. Se non sono soddisfatto, è semplicemente perché le buone foto sono rare. Una buona foto è un miracolo.

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Le sale delle Cannoniere di Forte di Bard fino al 3 maggio 2015 ospitano la mostra Josef Koudelka, Vestiges 1991-2014, la prima esposizione in Italia del suo progetto più imponente. Vestiges, che lo vede impegnato da oltre vent’anni, propone la sua interpretazione di alcuni dei più importanti siti archeologici della cultura romana e greca, in un itinerario attraverso venti Paesi, dalla Grecia al Libano, dalla Siria all’Algeria, dalla Turchia all’Italia, e oltre duecento località che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Come i pittori romantici del XIX secolo, Koudelka coltiva una predilezione particolare per le rovine, senza celebrarne  la malinconia ma per restituirne anzi l’autentica bellezza. Attraverso l’arte intende riappropriarsi di un mondo che ci sta sfuggendo. Trasformare le macerie in speranza: è l’ambizioso progetto che Koudelka cerca di realizzare.