Autoritratto munchiano

munch4Ha ritratto se stesso diverse volte. Questa volta si svela in una fotografia. Edvard Munch è nel suo giardino, a Ekely, intorno al  1930 (foto a sinistra).  Ha un profilo solenne, concentrato, è forse intento a dipingere uno dei suoi inquietanti chiaroscuri. In un’intervista del 1930 Munch diceva: «Ad esempio ho imparato molto dalla fotografia. Ho un vecchio apparecchio fuori moda con il quale ho scattato numerose immagini di me stesso. Spesso hanno un effetto stupefacente. Quando sarò vecchio e non avrò niente di meglio da fare che scrivere la mia autobiografia, allora anche tutti i miei autoritratti fotografici vedranno la luce del giorno».

munch2Alla soglia dei settant’anni, infatti, Munch fece una nuova serie di autoritratti. Sono incisivi, monumentali, intimi e al tempo stesso distanti. Fotografava se stesso da diverse angolazioni; forse fu proprio lui a impugnare la macchina fotografica, ripreso come dall’esterno, o forse si fece aiutare da qualcuno. In molti autoritratti manipolò intenzionalmente la ripresa fotografica usando la doppia esposizione.

Laura Letinsky, still life quasi barocchi

Spesso in questo blog ci si sofferma sul rapporto tra fotografia e pittura. Una fotografa che si è ispirata in modo particolare alla pittura è Laura Letinsky (che peraltro comincia gli studi proprio con l’intenzione di diventare pittrice). Letinsky costruisce le sue prospettive ondulate prendendo spunto dai dipinti di still life del Nord Europa (perlopiù olandese) del XVII secolo.

Le sue foto di still life ci fanno pensare, allo stesso tempo, alla natura delle relazioni umane attraverso gli avanzi di vita domestiche, e alla rappresentazione pittorica. Anche se nel suo lavoro non si suggerisce una interpretazione simbolica di fritta, cibo o fiori, come avviene in questo genere pittorico, però ci guida verso un significato metaforico e narrativo. La sensibilità barocca che la fotografa trae dalla pittura nord europea ispira delle foto formalmente molto belle; ma nello stesso tempo c’è il racconto di una precarietà – di punto di vista e poi metaforico – legata alla narrazione domestica, che suggerisce stati emozionali crepuscolari e un’idea di finitudine.

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foto Laura Letinsky

«Lei spesso realizza ritratti still life (come ad esempio la sua serieMorning, and Melancholia): cosa vuole comunicare, cosa vuole trasmettere nell’immortalare della frutta, della verdura, dei bicchieri, delle tovaglie, dei vasi o degli angoli di una cucina?

Ho menzionato precedentemente la mia attrazione per come la fotografia comprenda in sé le nozioni del vedere e del rappresentare del 17esimo secolo. Durante questo periodo, in modo particolare nel Nord Europa, la cultura capitalistica, imperialista protestante, celebrava il suo successo e la sua moralità con il genere “still life”. “Looking at the Overlooked” di Normal Bryson, per esempio, è un’eccellente esplorazione di questo tema. Sono continuamente presa dal modo in cui questo lavoro rivela le condizioni socio-politiche della produzione e ricezione della popolazione di quel tempo, che aveva così tanta cura dei propri manufatti da immortalarli in una foto. E riscontro delle similarità tra quella cultura e la nostra, una cultura globale tardo-capitalistica che si è rivolta alla casa come a un luogo che racchiude la nostra identità e che nello stesso tempo rivela (a livello conscio e inconscio) chi siamo veramente.

Gli oggetti sul tavolo sono una cosa familiare, ordinaria, qualcosa che quasi tutti noi abbiamo nelle nostre case. La cura e l’attenzione che ne conserviamo, rivela molto sulla nostra classe, sulla nostra sensibilità estetica, sul lavoro che serve per creare il concetto di “casa”, una categoria non naturale che necessita, da parte della persona, di un duro lavoro per poter così dare origine al proprio spazio.
Inoltre, io amo cucinare e mangiare. Mi piacciono le cose, i piatti, le acciughe, il verde dei limoni quando cominciano ad ammuffire…»

( dall’intervista a Laura Letinsky di Umberto Lisiero – Fucinemute )

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foto Laura Letinsky

Variazioni su Las Meninas

affichevelazque_0L’occasione per parlarne è la grande retrospettiva su Diego Velázquez al Grand Palais di Parigi. Parliamo di una delle sue opere più straordinarie, Las Meninas. Nel dipinto il pittore stesso si rappresenta nell’atto di dipingere, in una sorta di prefigurazione ironica del selfie. E’ un’opera interessante perché per la prima volta mette in scena la scissione del pittore rispetto al mondo che rappresenta, e il suo atteggiamento coinvolto/distaccato. Il distacco verso ciò che è rappresentato, insieme alla sua componente enigmatica, sono nodi fondamentali anche nella fotografia.  Così parla del quadro Las Meninas il sociologo Norbert Elias in Coinvolgimento e distacco (Il Mulino 1988, da pag. 74).

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«Molti aspetti di ciò che è mostrato nel quadro non sono resi espliciti. Il pittore non spiega con chiarezza quali siano le fonti della luce nella stanza che ha ritratto, e neppure la distribuzione della luce e dell’ombra nel quadro. Non spiega il pieno splendore della luce sulla scalinata che appare dietro la porta aperta sullo sfondo della stanza. Soprattutto, è evidente che Velasquez con precisa determinazione ha voluto nascondere a coloro che guardano il quadro, che cosa realmente egli stia dipingendo. Ciò che mostra è parte di un enorme cavalletto, grande quasi quanto tutto il quadro. Sul cavalletto ci mostra una parte di ciò che sta sulla tela.
(…)
Nell’ambito della pittura europea, è questo uno dei primi quadri in cui un pittore presenta se stesso in atto di dipingere, e illustra molto bene il progresso compiuto verso un maggior distacco. Non si sa con esattezza quale tecnica abbia usato Velasquez per riprodurre se stesso sulla tela; forse uno specchio che lo ritraeva a figura intera gli servì per l’autoritratto. Un passo in questa direzione ha un ruolo centrale in tutti i progressi verso un maggior distacco. Egli compì questo passo osservando se stesso più chiaramente di quanto potessero fare gli altri: prese cioè le distanze da sé.
(…)
Nella lunga serie di autoritratti di pittori, la rappresentazione a figura intera che Velasquez fa di se stesso nel quadro che chiamiamoLas Meninas è una delle più strane. Essa è infatti insolita non soltanto perché il pittore dipinge se stesso all’opera, con in mano gli strumenti del mestiere, ma anche perché si raffigura come facente parte di un gruppo insieme ad altre persone. (…) Presentando se stesso in questo ritratto di gruppo, egli fece risaltare il suo orgoglio personale per tutto ciò che aveva raggiunto come pittore di Corte e come servitore personale del re; ma al tempo stesso si mostrava consapevole di non essere al centro di quel mondo.  Continua a leggere