La sconosciuta Joan Fontaine di Ophüls

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Joan Fontaine nel film Lettera da una sconosciuta – Max Ophüls ,1948

“Permettimi, amore mio, di raccontarti tutto, tutto dal principio; ti prego, non stancarti di dovermi ascoltare per un quarto d’ora, di ascoltare chi per una vita intera non si è mai stancata di amarti”. In un lungo triste monologo in forma epistolare  una donna scrive il suo amore assoluto per “il famoso romanziere R.” , che riceve la lettera nel giorno del suo quarantunesimo compleanno. “Ieri il mio bambino è morto”, comincia. E poi: “Adesso al mondo mi sei rimasto solo tu, tu che di me non sai nulla”.

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Joan Fontaine con Louis Jourdan

In Lettera di una sconosciuta di Stefan Zweig lo scrittore viennese leggendo parole già di per sé drammatiche scopre che la sua autrice è già morta; e che proprio la morte le permette questa confessione. La scrittura elegiaca di questa operina compie il prodigio di farla vivere ancora, anzi di farla vivere per la prima volta nella mente di chi lei ha amato.  Lei gli racconta di averlo visto da bambina, sua vicina di casa, e di come quell’immagine abbia fatto germinare un amore durato quindici anni, “con la dedizione di una schiava, di un cane”. Un amore che declina al parossismo la capacità di forgiare un Altro, e oscilla tra fantasia di annullamento nell’Altro –  amore ”disperato, umile, sottomesso, attento e appassionato” –  e lo struggente desiderio di essere ‘riconosciuta’. Ma il ‘riconoscimento’ non avviene. Passano gli anni, loro due si rivedono, quando lei è adolescente e donna. Hanno qualche notte d’amore, ma R. non la riconosce. Del resto il volto di una donna, scrive lei con improvviso e lucido disincanto, è per un uomo “solo lo specchio di una passione, di un gesto infantile, di un moto di stanchezza, e svanisce altrettanto facilmente di un’immmagine allo specchio”. Così, tra un amato narciso che non sa vedere oltre la sua immagine, e un’amante persa nella creazione labirintica e mentale suscitata dalla sua passione, lo scrittore reinventa in modo iperbolico  l’archetipo dell’amore non corrisposto.

Ophüls nel film Lettera da una sconosciuta – interpretata da Joan Fontaine, morta all’età di 96 anni – rende l’intreccio più melodrammatico.  La scena memorabile ripropone la circolarità  tipica del suo cinema: il finto viaggio in treno al Prater, in cui Lisa è finalmente felice. Ma è solo un  giro in giostra. Una finzione. Magica, come il cinema.

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Blue Jasmine a pezzi

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Blue Jasmine riporta Woody Allen alla sua ispirazione bergmaniana. Due foto a confronto – Cate Blanchett e Liv Ulmann in Persona – mostrano una simile sofferenza  interrogativa. Come in Persona, il tema è il racconto di un’identità a pezzi,  che ricorda quell’Harry protagonista di un altro film di Woody. Ma qui Jasmine non è ripresa fuori fuoco per far capire la crisi, basta la bravura della Blachett – sprofondata da ricca wasp a nullatenente – per  raccontare la sua sfasatura. Con il crollo del suo matrimonio non ha più alibi per non guardarsi dentro. In mancanza di altro si limita a continuare a mentire, se non più a se stessa, almeno agli altri, almeno al nuovo boyfriend, giusto per irretirlo meglio. Il monologo delirante  finale è un finale aperto. Sull’abisso della coscienza, tra frammenti di ricordi, Xanax, Martini, totale spaesamento. Sulla fatica di esser-ci dopo aver inanellato tanti comodi e chic ‘come se’. Dove l’Altro – esilarante incipit – è solo un pretesto per far tracimare il proprio ego, ora ferito e prima esaltato. Allen torna a raccontare  il lato d’ombra – in sintonia con la sua natura malinconica – come in Match point e Crimini e misfatti. E Cate Blanchett mostra la disperata impotenza della ‘persona’, ma senza maschere.

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Madame de…

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“Amo moltissimo il cinema di Max Ophuls. Lo metto al primo posto. Mi piacciono moltissimo i suoi inusuali movimenti di macchina che sembrano andare avanti all’infinito, in scenari da labirinto”.
(in E. Ghezzi, Stanley Kubrick, 1977, p. 2).

Se Le plaisir è il film che contiene forse i movimenti di macchina più complessi nella storia del cinema, il successivo Madame de… (1953; I gioielli di madame de…), tratto da un racconto di Louise de Vilmorin, mostra il curioso percorso di alcuni gioielli che, passando di mano in mano, ritornano al punto di partenza, in una specie di girotondo che offre al regista l’occasione di descrivere l’incertezza dei sentimenti e delle fortune con eccezionali movimenti della cinepresa, la cui eleganza nasconde ancora una volta il gioco amaro della vicenda raccontata.
(da Max Ophuls – Treccani)

Max Ophuls e il suo capolavoro Madame de…

Master of Ceremonies – The New Yorker

A dark and laughing ringmaster

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