Queen Victoria, entirely unaesthetic

George W. Wilson, La regina Vittoria, 1863

«Ma ecco la regina Vittoria, fotografata (nel 1863) da George W. Wilson; è su un cavallo, e la sua gonna copre dignitosamente la groppa dell’animale (questo è l’interesse storico, lo studium); ma, al suo fianco un servitore in kilt che tiene le redini della cavalcatura richiama la mia attenzione: è il punctum; infatti, anche se non conosco la condizione sociale di quello scozzese (domestico? stalliere?), so bene qual è la sua funzione: tenere fermo il cavallo: mettiamo che tutt’a un tratto questo s’impenni? Che accadrebbe alla gonna della regina, vale a dire alla sua maestà? Il punctum fa fantasmaticamente uscire il personaggio vittoriano (è il caso di dirlo) dalla fotografia, dota questa foto d’un campo cieco». (da Roland Barthes, La camera chiara, Einaudi, pag. 58)

Virginia Woolf fa un’apparizione inaspettata nelle meditazioni barthesiane sul punctum, e  da esigente esteta di Bloomsbury liquida così la regina: Queen Victoria, entirely unaesthetic…

The Border

foto Alex Webb – San Ysidro, California, 1979 – © Magnum Photos

«Siamo a San Ysidro in California, a sud di San Diego. E’ l’ultimo pezzo di terra americana prima del Messico. Stavo lavorando a un progetto sul ‘lungo confine’ e quel giorno ero su una macchina della polizia di frontiera. Quando ho visto dal finestrino l’inizio di questa scena ho cominciato a gridare che fermassero la macchina. Sono corso nel campo, in mezzo ai fiori, e ho scattato. E’ stato veramente un caso.  Ho lavorato tantissimo sulla frontiera, l’ho anche attraversata quattro volte illegalmente insieme a piccoli gruppi di messicani.  Per due volte siamo stati scoperti e fermati, le altre due siamo riusciti a passare. Questa volta invece ero con i poliziotti».

alexwebb

Alex Webb

La foto colpisce per l’atmosfera rarefatta, quasi sospesa. «Anch’io, riguardandola, la immagino silenziosa, non ho ricordo di rumori, anche se sicuramente si saranno sentite le pale dell’elicottero. Mi ricordo solo di essere corso nell’erba e di aver scattato prima che venissero portati via. Vennero caricati su una macchina che era poco più in là. Guarda le facce dei due messicani, sembra che ci sia rassegnazione, quasi che fosse un destino scritto, ma non c’è paura e poi c’è anche una specie di delicatezza nei movimenti degli agenti. E guarda la mano del ragazzo, sembra quasi sfiorare l’elicottero. non sembra un arresto violento. È un’immagine tipica di quegli anni, che oggi non esiste più».

«Allora molte persone passavano ogni giorno ed era oggettivamente facile attraversare illegalmente: la barriera, che è sull’altro lato di questo campo di fiori gialli, era solo un rotolo di filo spinato non troppo alto che si saltava facilmen-te. Le persone che ho fotografato sapevano che si poteva entrare, essere arrestati, spediti indietro e tornare di nuovo lo stesso giorno o la stessa notte».

A_occhi_aperti_52826485a7e74«Questa è una delle mie foto più conosciute. Penso che sia perché è bellissima ma allo stesso tempo esprime una tragedia. E poi perché parla di un fenomeno che investe il mondo, parla degli stati Uniti ma anche di tutti gli altri confini. si comprende il dramma dell’immigrazione e la tragicità di molte vite ma allo stesso tempo la foto ci regala una sensazione di armonia e di curiosità: un insieme un po’ surreale e difficile da accettare. È questo che la rende interessante».

La Storia avrebbe confermato l’intuizione della fotografia: da quel momento ogni giorno dei 34 anni successivi la scena si sarebbe ripetuta e continua a ripetersi. Ogni giorno giovani, vecchi e bambini messicani provano a saltare nel mondo del Nord, ogni giorno gli agenti della polizia di frontiera provano a fermarli per ricacciarli nel mondo del Sud e ogni giorno un elicottero osserva dall’alto la recita eterna del gatto e del topo.

(Alex Webb nell’intervista tratta da Mario Calabresi, A occhi aperti, Contrasto)