Anaïs Nin legge il Diario

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Il Diario di Anaïs Nin (1903-1977), reso pubblico nel 1966, fu a lungo oggetto di pettegolezzi e congetture. Solo qualche amico ne aveva potuto leggere qualche pagina. Henry Miller diceva che questo diario avrebbe trovato posto accanto ai grandi capitoli dell’autobiografismo occidentale: Sant’Agostino, Rousseau, Proust… Anaïs Nin cominciò a scriverlo all’età di undici anni e continuò fino alla morte. Qui legge alcuni brani dal IV Volume, Henry & June.

 Henry & June – film 

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image«Uno vive così, protetto, in un mondo delicato, e crede di vivere. Poi legge un libro, L’amante di Lady Chatterley, per esempio, o fa un viaggio, o parla con Richard (Wright, ndr), scopre che non sta vivendo, che è ibernato. I sintomi dell’ibernazione sono facili da individuare: primo: inquietudine, secondo, quando l’ibernazione diventa pericolosa e può degenerare nella morte: assenza di piacere. Questo è tutto…. Sembra una malattia innocua. Monotonia, noia, morte. Milioni di uomini vivono in questo modo, o muoiono in questo modo, senza saperlo. Lavorano negli uffici. Guidano una macchina. Fanno picnic con la famiglia. Allevano bambini. Poi interviene una cura “urto”, una persona, un libro, una canzone, che li sveglia, salvandoli dalla morte».

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The Anais Nin Blog

Lou seduttrice dell’Ottocento – BartlebyCafé

Legami e libertà – BartlebyCafé

Il crollo

Febbraio 1936

Va bene che la vita è tutta un  processo di disgregamento, ma i colpi di portata micidiale –  i colpacci improvvisi che arrivano, o che sembrano arrivare, dall’esterno e che restano impressi, da addurre poi a discolpa, o che confesserai agli amici nei momenti di debolezza – quelli lasciano sempre qualche strascico. C’è un altro genere di colpi che arriva dall’interno, che avverti solo quando è troppo tardi per correre ai ripari, quando prendi coscienza senza appello che per certi aspetti non sarai più quello di un tempo. Il primo tipo di incrinatura sembra prodursi in fretta; il secondo si produce quasi a tua insaputa ma, d’un tratto, ne hai piena coscienza.

Prima di andare avanti con questa breve cronistoria, vorrei fare un’osservazione di carattere generale: il banco di prova di un’intelligenza superiore è la capacità di sostenere simultaneamente due idee contrapposte senza perdere la capacità di funzionare. Uno dovrebbe, per esempio, capire che non c’è scampo ma essere comunque intenzionato a far di tutto per trovare una via d’uscita. (…)

§§§§§§

“Anziché compatirti, ascolta…” disse. (Lei dice sempre “Ascolta”, perché pensa mentre parla: pensa davvero). Così disse: “Ascolta. Mettiamo che questa crepa non sia in te… mettiamo che sia un crepaccio nel Gran Canyon”.
“La crepa è in me” dissi eroicamente.
“Ascolta! Il mondo esiste solo ai tuoi occhi: come tu lo concepisci. Puoi farlo, a piacimento, grande o piccolo. E tu riporti tutto alla tua misera persona. Perdio, se dovessi mai crepare io, cercherei di far crepare il mondo assieme  a me. Ascolta! Il mondo esiste soltanto attraverso l’idea che te ne fai, perciò sarà molto meglio dire che a creparti non sei stato tu, bensì il Grand Canyon”.
“Vedo che ci siamo sciroppato il nostro Spinoza da cima a fondo”.
“Io non so niente di Spinoza. Io so…” E si mise allora a parlare dei suoi guai passati che, a sentire lei, sembravano assai più dolorosi dei miei, e di come li avesse affrontati, superati, sconfitti. (…) 

Posizione di forza tenuta da Fitzgerald, la linea divisoria fra le due generazioni pre e post bellica; nell’era della Confusione celta tra i sassoni, cattolico tra i protestanti, buzzurro tra gli aristocratici, povero tra i milionari, aveva coltivato una visione duplice. La tecnica linguistica, sopraffina, anche di queste confessioni ha l’andamento di un discorso schizoide. Nella sua prosa risuona “un battito così selvaggio d’ali”, quel modo desultorio di passare da una metafora all’altra per il puro piacere di correre del cavallo di razza. Come in altri artisti della sua stagione – Evelyn Waugh, Jean Cocteau, René Crevel & Co. – la metafora filante taglia di sbieco i cieli plumblei della prosa quotidiana, del lavorio forzato. Senza darlo a vedere Fitzgerald praticava l’arte per l’arte nell’accezione meno intesa, perché per qualcuno potrebbe non esserci nient’altro. Al primo romanzo fungere da surrogato alla dissipazione; e una volta scoperta l’intensità dell’arte niente di quello che dovesse capitargli potrà rivaleggiare per importanza col processo creativo. Qualunque cosa scriva Fitzgerald non sarà mai davvero brutta. E lo snobismo piccoloborghese, e gli ideali di seconda mano, e i sogni adolescenziali – che cosa li riscatta? La fedeltà nell’idealizzarli e, più che mai, la dignità che a questi conferisce il suo stile “di porcellana”. Gente di porcellana, lui e Zelda, lo erano diventati già nel ’25, all’apice del successo. Avrà modo di vedere la famiglia come gli ultimi dolcetti rimasti nel piatto. Crepato. “Scrivere bene è nuotare sott’acqua trattenendo il respiro”. Il piatto crepato non è una campana di vetro, né una campana fessa. Non fa acqua e non emette note false. Fitzgerald va letto e riletto per – orecchio permettendo – coglierne il ritmo, il delicato meccanismo interno; non dovrebbe poi riuscir troppo difficile distinguere l’oro dalle scorie in quello che si legga. A distinguere il professionista, anzi il campione dal dilettante sarà un aroma, un sentore del futuro in una riga. Se scrittori come lui oggi sembrano darci le spalle è perché sono ancora davanti a noi. (da Il Crollo, Adelphi, Nota al testo)

Gatsby

La morte della farfalla

Superzelda

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New York Diaries

Nel corso degli ultimi quattro secoli, New York è stato corteggiata, raccontata e maledetta, in pubblico e in privato, da milioni di suoi cittadini. New York Diaries è un’antologia nata dal notevole lavoro di ricerca in archivi di biblioteche, musei e collezioni private, e offre un mosaico newyorchese composto dalle voci di scrittori, artisti, pensatori, e turisti, famosi e non. Scegliendo un ordine in base al giorno dell’anno e non cronologico la curatrice Teresa Carpenter valorizza i tratti comuni della vita quotidiana a New York, che siano nel Seicento o nel Novecento.

Ogni secolo – scrive Carpenter – produce un diarista che si lamenta, “Questa è la peggiore catastrofe che abbia mai colpito New York!” Sicuramente così sembra al momento. La città incassa il colpo, prende respiro, poi si sposta lungo il ritmo incalzante delle maree. New York, come emerge da queste pagine, è di volta in volta una città malvagia, compassionevole, muscolare, vulnerabile, una meraviglia artistica, un disastro estetico, ma sempre una città resistente – e ferocemente amata dai suoi abitanti. Il criterio di selezione è stato semplice. Ho scelto queste voci perché mi piacevano. Mi hanno commosso, affascinato, fatto arrabbiare, ridere, piangere, o semplicemente hanno soddisfatto la mia curiosità. Il risultato è una città viva, ben lontana dalla ‘cartolina’ e dal surreale straniamento post-Torri. Edison, Kerouac, Twain, Roosevelt, Simone de Beauvoir, si alternano a sconosciuti uomini d’affari, preti, teenagers vittoriani.

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