Quando abbandoniamo un libro?

Quando abbandoniamo un libro? Quando decidiamo di infrangere la regola non scritta che impone di proseguire fino in fondo a un testo, per poi dare magari un giudizio spietato? Goodreads, la grande community web di lettori e scrittori, ha analizzato il problema e questo è il risultato. Tanto per cominciare, il primo dei  cinque libri più abbandonati è l’ultima fatica di J. K Rowling, The Casual Vacancy,  per le diverse aspettative dei cultori di Harry Potter. Ma poco male, si è scoperto che Rowling, davvero ricca di risorse oltre che di soldi, ha scritto sotto lo pseudonimo maschile di Robert Galbraith una detective story in stile PD James e Ruth Rendell, The Cuckoo’s Calling, definita dalla critica un “esilarante debutto” che ha destato meraviglia tra i critici (evidentemente di poca fantasia) per il fatto che uno scrittore  potesse descrivere così bene abiti femminili.

moby-books-moby-dickAl secondo posto – a riprova che non sempre chi vende molto è altrettanto letto – Cinquanta sfumature di grigio, davanti al quale alcuni acquirenti si scoprono imbarazzati e un po’ più snob del previsto. Tra la top five dei classici  al terzo posto c’è l’Ulisse di James Joyce e al quarto Moby Dick di Herman Melville.  In cima alla lista è risultato Comma 22 di Joseph Heller, un classico della letteratura americana. Poco più in basso, i libri del Signore degli anelli.

Tra i punti di non ritorno che fanno abbandonare un libro c’è al primo posto la scrittura debole, poi non amare il personaggio principale, il ritmo lento, la trama ridicola o inesistente, quando l’autore fa succedere qualcosa che il lettore odia, o un misto di tutto questo. Se un 15 per cento di lettori lascia il libro doopo meno di cinquanta pagine, quasi il 28 per cento lo fa anche dopo 100 pagine. Ma resta un 38 per cento di lettori ostinati che lo finiscono, anche dopo anni, benché sia stato magari messo da parte più di una volta. Se un articolo del Wall Street Journal spiega perché lasciare a metà un libro spesso è così difficile e fa sentire in colpa, Daniel Pennac è molto liberatorio quando scrive – nel suo librino cult Come un romanzo – che ci sono mille ragioni per abbandonare un romanzo prima della fine: la sensazione del già letto, una storia che non ci prende, il nostro dissenso rispetto alle tesi dell’autore, uno stile che fa venire la pelle d’oca. Insomma, è un diritto di chi legge abbandonare un libro (peraltro più facile con i libri digitali). Purché questo non ci autorizzi ad assecondare le nostre idiosincrasie e a liquidare con disinvoltura i classici della letteratura, mondi che richiedono pazienza, e i libri in genere. Leggere, come sostiene Harold Bloom, resta pur sempre un piacere complesso.

Tutto Freud in e-book

Freud_Scarabottolo_e-book_3Miracoli dell’editoria digitale.  E’ disponibile per la prima volta in e-book l’opera completa di Freud nell’accurata traduzione di Bollati Boringhieri. Quindi i dieci chilogrammi di carta pari al  peso dei relativi volumi tradizionali diventano tascabili (7.500 pagine complessive e 10mila link interni all’opera).  L’operazione, fortemente voluta dalla casa editrice, è il frutto del lavoro di oltre venti persone, con un investimento di 60mila euro.

Questa digitalizzazione si rivolge soprattutto al mondo accademico e agli studenti ma, come ha spiegato Renata Colorni, Freud è anche un abile scrittore, e i suoi testi possono essere compresi da tutti grazie all’assenza di termini non tecnici.   

Renata Colorni nel corso della presentazioen dell’opera ha raccontato dei suoi inizi  come curatrice della traduzione dell’opera di Freud (Paolo Boringhieri le chiese infatti di collaborare con Cesare Musatti, padre fondatore della psicoanalisi italiana): fu nel ’73,  lei era laureata in filosofia – con un ottima conoscenza della lingua tedesca anche grazie alla madre berlinese – e aveva 33 anni. 

Il risultato è questa offerta: undici volumi al prezzo di lancio di 4,99 euro oppure un volume unico che contiene l’intero corpus degli scritti freudiani al prezzo di lancio di 49,99 euro. In più, oltre 50 volumi scelti tra i più rappresentativi della produzione di Freud, acquistabili (dal 28 marzo), separatamente, a 2,99 euro ciascuno (tra due settimane costeranno 4,99).  

Il crollo

Febbraio 1936

Va bene che la vita è tutta un  processo di disgregamento, ma i colpi di portata micidiale –  i colpacci improvvisi che arrivano, o che sembrano arrivare, dall’esterno e che restano impressi, da addurre poi a discolpa, o che confesserai agli amici nei momenti di debolezza – quelli lasciano sempre qualche strascico. C’è un altro genere di colpi che arriva dall’interno, che avverti solo quando è troppo tardi per correre ai ripari, quando prendi coscienza senza appello che per certi aspetti non sarai più quello di un tempo. Il primo tipo di incrinatura sembra prodursi in fretta; il secondo si produce quasi a tua insaputa ma, d’un tratto, ne hai piena coscienza.

Prima di andare avanti con questa breve cronistoria, vorrei fare un’osservazione di carattere generale: il banco di prova di un’intelligenza superiore è la capacità di sostenere simultaneamente due idee contrapposte senza perdere la capacità di funzionare. Uno dovrebbe, per esempio, capire che non c’è scampo ma essere comunque intenzionato a far di tutto per trovare una via d’uscita. (…)

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“Anziché compatirti, ascolta…” disse. (Lei dice sempre “Ascolta”, perché pensa mentre parla: pensa davvero). Così disse: “Ascolta. Mettiamo che questa crepa non sia in te… mettiamo che sia un crepaccio nel Gran Canyon”.
“La crepa è in me” dissi eroicamente.
“Ascolta! Il mondo esiste solo ai tuoi occhi: come tu lo concepisci. Puoi farlo, a piacimento, grande o piccolo. E tu riporti tutto alla tua misera persona. Perdio, se dovessi mai crepare io, cercherei di far crepare il mondo assieme  a me. Ascolta! Il mondo esiste soltanto attraverso l’idea che te ne fai, perciò sarà molto meglio dire che a creparti non sei stato tu, bensì il Grand Canyon”.
“Vedo che ci siamo sciroppato il nostro Spinoza da cima a fondo”.
“Io non so niente di Spinoza. Io so…” E si mise allora a parlare dei suoi guai passati che, a sentire lei, sembravano assai più dolorosi dei miei, e di come li avesse affrontati, superati, sconfitti. (…) 

Posizione di forza tenuta da Fitzgerald, la linea divisoria fra le due generazioni pre e post bellica; nell’era della Confusione celta tra i sassoni, cattolico tra i protestanti, buzzurro tra gli aristocratici, povero tra i milionari, aveva coltivato una visione duplice. La tecnica linguistica, sopraffina, anche di queste confessioni ha l’andamento di un discorso schizoide. Nella sua prosa risuona “un battito così selvaggio d’ali”, quel modo desultorio di passare da una metafora all’altra per il puro piacere di correre del cavallo di razza. Come in altri artisti della sua stagione – Evelyn Waugh, Jean Cocteau, René Crevel & Co. – la metafora filante taglia di sbieco i cieli plumblei della prosa quotidiana, del lavorio forzato. Senza darlo a vedere Fitzgerald praticava l’arte per l’arte nell’accezione meno intesa, perché per qualcuno potrebbe non esserci nient’altro. Al primo romanzo fungere da surrogato alla dissipazione; e una volta scoperta l’intensità dell’arte niente di quello che dovesse capitargli potrà rivaleggiare per importanza col processo creativo. Qualunque cosa scriva Fitzgerald non sarà mai davvero brutta. E lo snobismo piccoloborghese, e gli ideali di seconda mano, e i sogni adolescenziali – che cosa li riscatta? La fedeltà nell’idealizzarli e, più che mai, la dignità che a questi conferisce il suo stile “di porcellana”. Gente di porcellana, lui e Zelda, lo erano diventati già nel ’25, all’apice del successo. Avrà modo di vedere la famiglia come gli ultimi dolcetti rimasti nel piatto. Crepato. “Scrivere bene è nuotare sott’acqua trattenendo il respiro”. Il piatto crepato non è una campana di vetro, né una campana fessa. Non fa acqua e non emette note false. Fitzgerald va letto e riletto per – orecchio permettendo – coglierne il ritmo, il delicato meccanismo interno; non dovrebbe poi riuscir troppo difficile distinguere l’oro dalle scorie in quello che si legga. A distinguere il professionista, anzi il campione dal dilettante sarà un aroma, un sentore del futuro in una riga. Se scrittori come lui oggi sembrano darci le spalle è perché sono ancora davanti a noi. (da Il Crollo, Adelphi, Nota al testo)

Gatsby

La morte della farfalla

Superzelda

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