La Corea del Nord secondo Guttenfelder

I suoi scatti di grande impatto nonostante siano ‘ristretti’ nel mondo Instagram fanno pensare seriamete alle trasformazioni in atto nel monde della fotografia. Ma David Guttenfelder,  scelto da TIME come fotografo Instagram dell’anno, non è proprio uno sconosciuto. Pluri-premiato al World Press Photo, ha viaggiato il mondo per l’Associated Press  tra guerre e disastri naturali. Da quando lavora nella Corea del Nord – nel 2013 ha avuto il permesso, tra i primi fotografi stranieri  –  ha conquistato un nuovo pubblico, con oltre 247mila followers su Instagram.
Questo Paese isolato, governato da un regime paranoico e brutale, è affascinante per il mondo esterno. E così chiuso e sigillato contro occhi estranei, che per anni l’ immagine dominante è stata la propaganda stalinista su schermi enormi, in occasione di eventi come i Giochi annuali del popolo, che ne ha fatto sempre meno una nazione di persone reali e più uno spettacolo totalitario inquietante,  avvolto intorno ai miti e ai culti della dinastia regnante Kim.  Guttenfelder confessa a TIME di sentire una grande responsabilità raccontando un Paese così sconosciuto. “La Corea del Nord non è il posto in cui un giornalista si aspetta di scattare una bella foto. Soltanto quando metti insieme più immagini salta fuori qualcosa di interessante. Come un puzzle che prende lentamente forma”. Nelle sue immagini Instagram vediamo il vuoto spettrale di isolati orwelliani a Pyongyang, la quiete ovattata dei passeggeri sull’autobus, il disegno di un tappeto in una sala d’attesa non meglio definita.  Dettagli di un universo kitsch, di malinconica surrealtà.
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Capa in Color

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Robert Capa, Sulla strada da Namdinh a Thaibinh, Indocina – 1954

Ava Gardner on the set of The Barefoot Contessa, Tivoli, Italy, 1954

Ava Gardner sul set di Barefoot Contessa, Tivoli, Italy, 1954

Non solo guerra, non solo bianco e nero. Robert Capa si cimentò anche a colori – in mostra a New York da gennaio, Capa in Color, the International Centre of Photography.  Le fotografie rivelano il lavoro del maestro del bianco e nero con un mezzo nuovo e perlopiù snobbato. Henri Cartier-Bresson sosteneva che fosse qualcosa di indigesto, la negazione dei valori tridimensionali di tutta la fotografia. Le foto sono scelte tra le migliaia di immagini a colori, in gran parte inedite,  scattate da Capa dal 1938 – mentre seguiva  la guerra sino-giapponese ,fino al 1954 , quando fu ucciso da una mina in Indocina. Robert Capa in colours sheds new light on a black-and-white master

Miliziano caduto, icona per caso – BartlebyCafé

Robert Capa/Magnum/ICP

Picasso con il figlio Claude, Vallauris, France, 1948 – Ph Robert Capa/ICP/Magnum

The Border

foto Alex Webb – San Ysidro, California, 1979 – © Magnum Photos

«Siamo a San Ysidro in California, a sud di San Diego. E’ l’ultimo pezzo di terra americana prima del Messico. Stavo lavorando a un progetto sul ‘lungo confine’ e quel giorno ero su una macchina della polizia di frontiera. Quando ho visto dal finestrino l’inizio di questa scena ho cominciato a gridare che fermassero la macchina. Sono corso nel campo, in mezzo ai fiori, e ho scattato. E’ stato veramente un caso.  Ho lavorato tantissimo sulla frontiera, l’ho anche attraversata quattro volte illegalmente insieme a piccoli gruppi di messicani.  Per due volte siamo stati scoperti e fermati, le altre due siamo riusciti a passare. Questa volta invece ero con i poliziotti».

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Alex Webb

La foto colpisce per l’atmosfera rarefatta, quasi sospesa. «Anch’io, riguardandola, la immagino silenziosa, non ho ricordo di rumori, anche se sicuramente si saranno sentite le pale dell’elicottero. Mi ricordo solo di essere corso nell’erba e di aver scattato prima che venissero portati via. Vennero caricati su una macchina che era poco più in là. Guarda le facce dei due messicani, sembra che ci sia rassegnazione, quasi che fosse un destino scritto, ma non c’è paura e poi c’è anche una specie di delicatezza nei movimenti degli agenti. E guarda la mano del ragazzo, sembra quasi sfiorare l’elicottero. non sembra un arresto violento. È un’immagine tipica di quegli anni, che oggi non esiste più».

«Allora molte persone passavano ogni giorno ed era oggettivamente facile attraversare illegalmente: la barriera, che è sull’altro lato di questo campo di fiori gialli, era solo un rotolo di filo spinato non troppo alto che si saltava facilmen-te. Le persone che ho fotografato sapevano che si poteva entrare, essere arrestati, spediti indietro e tornare di nuovo lo stesso giorno o la stessa notte».

A_occhi_aperti_52826485a7e74«Questa è una delle mie foto più conosciute. Penso che sia perché è bellissima ma allo stesso tempo esprime una tragedia. E poi perché parla di un fenomeno che investe il mondo, parla degli stati Uniti ma anche di tutti gli altri confini. si comprende il dramma dell’immigrazione e la tragicità di molte vite ma allo stesso tempo la foto ci regala una sensazione di armonia e di curiosità: un insieme un po’ surreale e difficile da accettare. È questo che la rende interessante».

La Storia avrebbe confermato l’intuizione della fotografia: da quel momento ogni giorno dei 34 anni successivi la scena si sarebbe ripetuta e continua a ripetersi. Ogni giorno giovani, vecchi e bambini messicani provano a saltare nel mondo del Nord, ogni giorno gli agenti della polizia di frontiera provano a fermarli per ricacciarli nel mondo del Sud e ogni giorno un elicottero osserva dall’alto la recita eterna del gatto e del topo.

(Alex Webb nell’intervista tratta da Mario Calabresi, A occhi aperti, Contrasto)