Barbara Kruger

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Barbara Kruger (1945) ha messo al servizio dell’arte la competenza che si è guadagnata in undici anni di lavoro come grafica di riviste patinate: utilizza la forma dei messaggi promozionali (fotografie in bianco e nero su cui si sovrappongono scritte rosse) conferendole un contenuto opposto e polemico. kruger2

L’immagine di un ciccione che mangia una banana è sovrastata dal testo Non abbiamo bisogno di un altro eroe; due gambe femminili con tacchi a spillo accompagnano l’asserzione neocartesiana Compro dunque sono. Sovente l’artista ha distribuito per la città i suoi lavoro sotto forma di falsa affissione pubblicitaria , penetrando nel sistema dell’advertising come una specie di virus.

(A. Vettese, Capire l’arte contemporanea, Allemandi, p. 346).

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Kruger usava i pronomi personali (io, noi, tu) per coinvolgere il pubblico e convincerlo con lo stesso linguaggio perentorio adottato dai professionisti delle vendite. Per le stesse ragioni, scriveva a macchina i suoi slogan utilizzando un particolare carattere in grassetto, spesso stampato in rosso su un semplice fondo bianco o su un’immagine a mezzatinta, che finì per diventare il suo ‘marchio di fabbrica’. La sua critica al consumismo non avrebbe potuto essere piuù chiara ed evidente. Ma in quanto esponente del Postmodernismo Kruger inseriva nelle sue opere molti altri riferimenti nascosti.

serio

I caratteri rossi sono un omaggio ai manifesti costruttivisti di Rodčenko; l’uso di immagini pubblicitarie era il pane quotidiano della Pop Art. Anche la scelta del font non è casuale: si tratta di Futura, un tipo di carattere senza grazie creato nel 1927 secondo i rigidi principi modernisti del Bauhaus (…). Non manca neppure un omaggio ai Futuristi. Kruger usa sempre la versione in corsivo (italico) di Futura, per aggiungere un senso marinettiano di urgenza e dinamismo ai suoi sintetici slogan.

Poi ci sono i giochi di parole, che rimandano inevitabilmente a Marcel Duchamp e ai Dadaisti in genere, che amavano sopra ogni altra cosa manipolare la lingua per prendersi gioco dell’autorità costituita e del mondo dell’arte.

(Will Gompertz, E questa la chiami arte?, pgg. 361-362, Electa).

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La Corea del Nord secondo Guttenfelder

I suoi scatti di grande impatto nonostante siano ‘ristretti’ nel mondo Instagram fanno pensare seriamete alle trasformazioni in atto nel monde della fotografia. Ma David Guttenfelder,  scelto da TIME come fotografo Instagram dell’anno, non è proprio uno sconosciuto. Pluri-premiato al World Press Photo, ha viaggiato il mondo per l’Associated Press  tra guerre e disastri naturali. Da quando lavora nella Corea del Nord – nel 2013 ha avuto il permesso, tra i primi fotografi stranieri  –  ha conquistato un nuovo pubblico, con oltre 247mila followers su Instagram.
Questo Paese isolato, governato da un regime paranoico e brutale, è affascinante per il mondo esterno. E così chiuso e sigillato contro occhi estranei, che per anni l’ immagine dominante è stata la propaganda stalinista su schermi enormi, in occasione di eventi come i Giochi annuali del popolo, che ne ha fatto sempre meno una nazione di persone reali e più uno spettacolo totalitario inquietante,  avvolto intorno ai miti e ai culti della dinastia regnante Kim.  Guttenfelder confessa a TIME di sentire una grande responsabilità raccontando un Paese così sconosciuto. “La Corea del Nord non è il posto in cui un giornalista si aspetta di scattare una bella foto. Soltanto quando metti insieme più immagini salta fuori qualcosa di interessante. Come un puzzle che prende lentamente forma”. Nelle sue immagini Instagram vediamo il vuoto spettrale di isolati orwelliani a Pyongyang, la quiete ovattata dei passeggeri sull’autobus, il disegno di un tappeto in una sala d’attesa non meglio definita.  Dettagli di un universo kitsch, di malinconica surrealtà.
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Visioni di Svizzera e Cina

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ph Irene Kung

Photographica Fine Art presenta la nuova mostra di Irene Kung, Vision of Switzerland and China. E’ la sua seconda personale a Lugano dopo Luoghi non convenzionali (2010), dove si metteva a confronto con i grandi maestri fotografi del Ventesimo secolo. La mostra raccoglie due visioni di paesaggio molto diverse: da una parte le fotografie legate al paesaggio montano svizzero, dall’altra una selezione di foto scattate durante un viaggio in Cina nel 2012. Continua a leggere