Il primo scatto Sartre e De Beauvoir. E la moda delle ‘fotografie da tiro’

simone Simone de Beauvoir con Jean-Paul Sartre – Parigi, 1929

Qualche anno fa la mostra londinese Shoot! Existential Photography ha ricostruito la storia di un’attrazione insolita che cominciò a farsi notare nelle fiere d’Europa dopo la Prima guerra mondiale: la galleria fotografica al tiro a segno. Funzionava più o meno così. Un concorrente pagava qualche soldo per cercare di colpire il centro di un bersaglio con una pistola. Se faceva centro una fotocamera scattava la foto, e invece di vincere un piccolo giocattolo il concorrente riceveva la foto di se stesso mentre sparava. La mostra in questione raccontava di come molti artisti e intellettuali fossero affascinati dal gioco; tra loro c’erano Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Man Ray e Lee Miller. (qui una photogallery di alcuni scatti famosi).

Certo è una forma di autoritratto insolita, che prelude in qualche modo al selfie.  Ma soprattutto, ecco una fotografia di de Beauvoir e Sartre, insieme al tiro a segno. Scattata al quartiere fieristico di Porte d’Orléans a Parigi, nel giugno 1929 – lo stesso anno in cui i due giovani  intellettuali si incontrarono –  la foto è, secondo il blog Avec Beauvoir, la prima della coppia insieme. E De Beauvoir a quanto pare fa centro con gli occhi chiusi.

Georgia O’Keeffe ‘forgiata’ da Stieglitz

Di costruzione dell’immagine pubblica e icone si era parlato con Annemarie Schwarzenbach nel saggio sulle moderne icone di moda. L’interessante stralcio citato sotto, tratto da La fotografia cambia tutto a cura di Marvin Heiferman (un saggio su come le fotografie non si limitano a mostrarci le cose, ma le determinano; l’intervento in questione è firmato da Barbara Buhler Lynes, curatrice del Georgia O’Keeffe Museummette in evidenza la formazione dell’immagine pubblica di Georgia O’Keeffe, ‘forgiata’ dagli scatti di Alfred Stieglitz – suo compagno oltre che imponente protagonista della cultura fotografica emergente – che ne fece un’icona androgina e moderna. Non fu un’operazione indolore per lei, e solo dopo molto si impose per come voleva essere vista.

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Alfred Stieglitz – Georgia O’Keeffe: A Portrait (1918)

«Le fotografie di Stieglitz alla O’Keeffe da giovane forgiarono un’immagine pubblica dell’artista non solo come forza della natura di grande sensualità, benché a prima vista ingenua e vulnerabile, ma anche come donna moderna e sessualmente emancipata. Il potere di questa immagine è misurato dal fatto che agì come equivalente visivo della entusiastica e costante promozione da parte di Stieglitz  delle sue opere come manifestazione del suo erotismo.

Anche se l’immagine pubblica costruita dalle fotografie di Stieglitz la infastidiva, così come le idee di lui sul significato del suo lavoro, negli anni Venti la pittrice non era nella posizione di contraddirlo. Era nuova nella comunità artistica di New York, mentre Stieglitz era una delle sue figure di punta, e il suo sostegno e promozione avevano il merito di aver avviato la folgorante carriera della pittrice e la sua aumentata indipendenza finanziaria. Alla fine del decennio, i ricavi delle vendite dei suoi quadri avevano reso la O’Keeffe una milionaria nella attuale valuta. Inoltre, la giovane era profondamente innamorata di Stieglitz, e avendo vissuto con lui fin dal 1918 (lo sposò nel 1924), sapeva fin troppo bene che nélei né nessun altro era in grado di fargli cambiare idea o opinione.

Eppure, sviluppò strategie silenziose per contrastare quelli che riteneva fraintendimenti della sua personalità e del suo lavoro. Associò le interpretazioni freudiane che dominavano le critiche alla sua personale del 1923 alle immagini recenti, innovative e astratte presenti nella mostra. E così inizio a spostare l’enfasi su un immaginario lontano dall’astrazione, per ridefinirsi come pittrice figurativa; oggi è conosciuta soprattutto come pittrice di fiori. (…)

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Georgia O’Keeffe – foto Yousuf Karsh (1956)

Il fatto che la O’Keeffe avesse ben valutato il potere della fotografia come mezzo di costruzione dell’identità divenne evidente soprattutto dopo che ebbe lasciato New York nel 1949 per trasferirsi in pianta stabile nel New Mexico, tre anni dopo la morte di Stieglitz. Da quel momento fino alla sua morte nel 1986, si lasciò fotografare da molti fotografi professionisti, contando sempre più sul medium per costruire un’immagine di sé basata sulle sue idee a proposito della sua personalità e della sua opera, come si vede nel ritratto scattato da Yousuf Karsh nel 1956 (sopra).

Questa immagine della O’Keeffe come severa e intransigente individualista, insieme a tante altre, fu pubblicata su molti giornali e riviste. Attraverso di esse, l’artista riuscì  a costruire un’immagine pubblica capace di veicolare il modo in cui lei stessa si concepiva (…) Descrivendosi a modo suo e alle sue condizioni, la pittrice riuscì a sostituire questa immagine pubblica con quella promossa dai primi ritratti di Stieglitz.»

L’archetipo dopo la catastrofe

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foto Na Son Nguyen

E’ tra le foto più condivise sui social media dopo il terremoto in Nepal. L’immagine straziante di due bambini abbracciati, la bambina aggrappata al fratello come a cercare riparo dal mondo esterno, gli occhi spaventati del piccolo che pure ha un gesto protettivo.

In meno di una settimana l’immagine è diventata virale su Facebook e Twitter, con la didascalia Sorella di due anni protetta dal fratello di quattro anni, in Nepal. Si sono cercati  i due bambini tra le vittime del terremoto, si sono chieste anche donazioni.

Solo che la foto è stata scattata quasi dieci anni fa nel nord del Vietnam.

Il suo autore, il fotografo vietnamita Na Son Nguyen, ha raccontato alla BBC di aver scattato la foto nel mese di ottobre 2007 a Can Ty, un remoto villaggio nella provincia di Ha Giang. Stavo passando attraverso il villaggio quando sono stato bloccato  dalla scena di due bambini che giocavano di fronte alla loro casa mentre i loro genitori erano a lavorare nel campo. La bambina, probabilmente di due anni, gridò in presenza di un estraneo e il bambino, forse di tre anni o giù di lì, ha abbracciato la sorella per consolarla. Ho trovato la scena commovente e carina, così ho scattato subito. 

bimbiSull’immagine parte un crescendo di invenzioni. Il fotografo pubblicò la foto sul blog personale e fu sorpreso di scoprire, tre anni fa, che era stata condivisa tra gli utenti vietnamiti di Facebook come foto di “orfani abbandonati”. Alcune persone – aggiunge – avevano intessuto anche intricati racconti sui bambini, come quello che la loro madre era morta e il padre li aveva lasciati. E non si ferma qui.  Na Son ha trovato questa foto con la didascalia di “due orfani birmani” e anche di “vittime della guerra civile in Siria”. I suoi sforzi per per chiarire e per rivendicare il copyright della foto hanno avuto scarso successo. Questa è forse la mia foto più nota, ma purtroppo nel contesto sbagliato, conclude il fotografo.  Come se l’inconscio collettivo fosse andato a pescare, nel mood del dopo-trauma, l’immagine più carica di pathos, e l’archetipo della inerme condizione umana davanti alla catastrofe della guerra o della natura matrigna.