I luoghi di Marguerite Duras

Michelle Porte:

Marguerite Duras, lei ha scritto: «Faccio film per occupare il tempo. Se avessi il coraggio di non fare niente, non farei niente. È perché non ho il coraggio di non occuparmi di niente che faccio film. Per nessun altro motivo. Questa è la cosa più vera che posso dire su quello che faccio».

Marguerite Duras:

È vero.

M.P.:

Potrebbe dire allo stesso modo: È perché non ho il coraggio di non occuparmi di niente che faccio libri?

M.D.:

Quando facevo libri, non penso che mi trovassi in quella situazione, no. Mi ci sono trovata quando ho smesso di fare libri, praticamente. Voglio dire quando ho smesso di scrivere tutti i giorni e ho fatto film. Soltanto quando ho smesso di scrivere, ho smesso, sì, ho smesso qualcosa… di… insomma, la cosa più importante che mi era successa, cioè scrivere. Ma i motivi per i quali scrivevo all’inizio, non li so più. Forse si legano a quelli. Quello che mi meraviglia è che non tutti scrivono. Ho una segreta ammirazione per la gente che non scrive, e anche, certo, per coloro che non fanno film.

M.P.:

Molti suoi film si svolgono in una casa isolata dall’esterno.

M.D.:

Qui, sì, in questa casa. Ogni volta che sono qui ho voglia di girare. Può succedere che dei posti ti diano voglia di girare. Non avrei mai creduto che un luogo potesse avere quel potere, quella forza. Tutte le donne dei miei libri hanno abitato questa casa, tutte. Solo le donne abitano i luoghi, non gli uomini. Questa casa è stata abitata da Lol V. Stein, da Anne-Marie Stretter, da Isabelle Granger, da Nathalie Granger, ma anche da ogni tipo di donna; a volte quando ci entro ho la sensazione, come… di un brulicare di donne. È stata abitata da me, anche, completamente. Penso che sia il luogo al mondo che ho abitato di più. E quando parlo di altre donne, penso che queste altre donne mi contengano anche; è come se io e loro fossimo dotate di porosità. Il tempo nel quale nuotano, è un tempo di prima della parola, di prima dell’uomo. L’uomo, quando non può nominare le cose, è perduto, è a disagio, è disorientato. L’uomo è malato di parole, le donne no. Tutte le donne che vedo qui all’inizio tacciono; poi, non so cosa avverrà di loro, ma cominciano col tacere, lungamente. Sono incrostate nella stanza, come inserite nei muri, nelle cose della stanza. Quando sono in questa stanza, ho la sensazione di non disturbare niente di un certo ordine, come se la stanza stessa, insomma, il luogo, non si accorgesse che ci sono, che c’è una donna: quella donna aveva già il suo posto. Probabilmente parlo del silenzio dei luoghi. 

Michelet dice che le streghe sono nate in questo modo. Nel Medioevo gli uomini erano in guerra con il loro signore o alle crociate, e le donne nelle campagne rimanevano completamente sole, isolate, per mesi e mesi nei boschi, nelle loro capanne, ed è così, a partire dalla solitudine, da una solitudine inimmaginabile per noi adesso, che hanno iniziato  a parlare agli alberi, alle piante, agli animali selvaggi, ovvero a entrare, a, come dire, a inventare l’intesa con la natura, a reinventarla. Un’intesa che doveva risalire alla preistoria, se vuole, a riallacciarla. E sono state chiamate streghe, e sono state bruciate. Si dice che ce ne siano state un milione. Dal Medioevo fino all’inizio del Rinascimento. Si sono bruciate le donne fino al diciassettesimo secolo.

M.P.:

Le donne dei suoi film, dei suoi libri, penso alla donna di Nathalie Granger, cioè a Isabelle Granger, a Élisabeth Alione, a Véra Baxter in Les Plages de l’Atlantique, non sono in un certo modo ancora delle streghe di Michelet?

M.D.:

Siamo ancora lì, noi donne… Siamo ancora lì, sì. Siamo lì. Non si è veramente mosso niente. Io, in questa casa, con questo giardino, ho un rapporto che gli uomini non avranno mai con un ambiente, un luogo.

Marguerite Duras nasce nel 1914 in Cocincina, l’attuale Vietnam del Sud, dove trascorre l’infanzia e l’adolescenza. Nel 1924 si trasferisce sulle rive del Mekong. La madre acquista in Cambogia una piccola concessione che però non potrà mai essere coltivata poiché viene periodicamente inondata dal mare. Nel 1930 Marguerite va a Saigon e si innamora del giovane cinese che sarà il protagonista del suo più celebre romanzo, L’amante. Nel 1932 si trasferisce a Parigi e si sposa con Robert Antelme. Nel 1942 incontra Dionys Mascolo, da cui avrà un figlio nel 1947. Nel 1943 entra nella Resistenza, mentre il marito viene arrestato e deportato. Iscritta al Partito Comunista, impegnata sul fronte politico, si impegna nella lotta contro la guerra d’Algeria, e quindi contro il potere gaullista. Autrice di romanzi come Moderato cantabile, Il rapimento di Lol V. Stein, Una diga sul Pacifico, Il marinaio di Gibilterra, Il viceconsole, Il Dolore e di numerosi film, muore a Parigi nel 1996.

(tratto da I miei luoghi – Conversazioni con Michelle Porte)

Marguerite Duras –  Enciclopedia del Cinema

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La caccia

mattias

Quella notte mi sono svegliato e ho sentito Nord entrare nella mia mente. Non capitava da tanto tempo, ormai, credevo che il canale fosse chiuso. Ho sentito il flusso della sua mente scorrere nel mio sangue. Come sempre, sono entrato in trance. A differenza di molte altre volte, non ho provato dolore.
Quando ho sentito la telepatia scomparire ero esausto, come sempre. Il mio corpo era coperto di sudore gelato, con una sfumatura acre, da sforzo. Mi sono passato le mani sulla nuca, dove i peli si erano increspati come all’avvicinarsi di un pericolo, ma adesso ero calmo.
Questo, per alcuni, non è uno stato naturale del corpo. E’ un pericolo.
Altre volte, la mia telepatia con Nord era stata una visione perfetta. Stavolta era solo una presenza, la sensazione di un esserci. Sapevo solo che Nord, in qualche modo, era vivo.
Forse era a casa, era ridisceso dal Gora, la grande montagna. Se era così, prima o poi mi avrebbe cercato. Avevo sete. La telepatia mi lascia sempre sete. Mi facevano male braccia e gambe, sentivo le ginocchia rigide. Ho bevuto acqua gelata e sono andato a letto.
Ho dormito un sonno purissimo, senza sogni.

All’alba mi hanno chiamato per dirmi che Nord era scomparso. La milizia era  nel suo appartamento.
Ho cercato di schiarirmi la testa. Di certo i miliziani mi avrebbero interrogato e non importava cosa sapessi o non sapessi veramente. Contava essere credibile, recitare bene la parte, perché la telepatia è proibita.
Della nostra famiglia, siamo rimati solo noi due.
L’unica cosa che sapevo per certo, l’ultima informazione che avevo su mio fratello, era che pensava di salire ancora una volta sul Gora. Per lui, la grande montagna era un’ossessione. E’ lì che nostro padre è morto, andando a caccia di volpi. E’ stato dichiarato morto dopo sette anni, perché il corpo non è mai stato ritrovato.
Adesso, anche Nord era scomparso. Da qualche giorno, ha detto il miliziano con cui ho parlato al telefono. Non mi avevano avvisato subito. Avevano fatto accertamenti.
E’ stato lì che ho capito che da qualche giorno ero sorvegliato. Dal tono della voce, sembrava che il miliziano si aspettasse qualcosa. Una prova. Un miracolo.
Mi ha ordinato di raggiungerlo nell’appartamento di Nord.
Non ho provato stupore. Era come se da sempre mi aspettassi qualcosa del genere. Un giorno mi chiameranno per dirmi che anche mio fratello è scomparso.
Del resto, l’assenza di Nord è uno stato più normale della sua presenza. Qualche volta la sua mente passa nel mio sangue per calmare il dolore.
Quello che non mi aspettavo era la ragazza morta.

tratto da Laura Pugno, La caccia, Ponte alle Grazie, pgg. 13-15)

Luigi Spagnol parla di Scrittori

Jezabel

L’avaro non pensa ad altro che al suo oro, l’ambizioso agli onori: al pari di loro Gladys era totalmente posseduta dal desiderio di piacere e dall’ossessione dell’età. (…) Cercava di rassicurarsi: era colpa dei tempi… Quella disinvoltura brutale, quegli amplessi frettolosi, avidi, e subito dopo quella fredda rozzezza, ‘mollare una donna’, andare agli appuntamenti con una faccia annoiata e stanca, attribuire un gran valore ai propri favori, proprio come fanno le donne, e se lei domandava: ‘Mi ami?’ rispondere: ‘Oh, mia cara, come sei fin de siècle…’.

La storia ripercorsa à rebours della alto-borghese Gladys – che resta fin de siècle e pensa che dopo la Prima Guerra Mondiale gli uomini siano diventati nichilisti e annoiati – è tra le più belle di Irène Némirovsky e risuona di modernità; come una sorta di versione iperbolica e criminale  dell’ossessiva (femminile) negazione del tempo, alla ricerca di una cristallizzata e intangibile versione di seduttiva giovinezza di fronte alla quale impallidisce anche il già flebile istinto materno.

Libri di Irène Némirovsky – ebook Adelphi

David Golder

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Incipit

Una donna entrò nella gabbia degli imputati. Nonostante il pallore, nonostante l’aria stanca e stravolta, era ancora bella; solo le palpebre, di forma squisita, erano sciupate dalle lacrime e la bocca aveva una piega amara, ma la donna sembrava giovane. I capelli erano nascosti dal cappello nero.
    Con un gesto automatico si portò le mani al collo, cercando, probabilmente, le perle del lungo sautoir che lo ornavano un tempo, ma il collo era nudo; le mani esitarono; con un movimento lento e desolato lei si torse le dita e dal pubblico trepidante che seguiva con lo sguardo ogni suo minimo gesto si levò un sordo mormorio.
    «Si tolga il cappello» disse il presidente. «I giurati vogliono vederla in faccia».
    Lei se lo tolse, e di nuovo tutti gli sguardi si appuntarono sulle sue mani nude, piccole e dal disegno perfetto.
    La sua cameriera, seduta in prima fila fra i testimoni, si protese istintivamente in avanti, come per andarle in aiuto, poi riacquistò la consapevolezza della situazione e, confusa, arrossì.
    Era un giorno d’estate parigino, freddo e scialbo; la pioggia scorreva lungo le alte finestre; sugli antichi rivestimenti di legno, sul soffitto a cassettoni dorati, sulle toghe rosse dei giudici cadeva una luce livida, da temporale. L’imputata guardò i giudici seduti di fronte a lei, poi la sala, dove grappoli di spettatori stavano abbarbicati in ogni angolo.
    Il presidente domandò:
    «Nome e cognome?… Luogo di nascita?… Età?…».
    Dalle labbra dell’imputata uscì un mormorio che non arrivò al pubblico, Alcune donne sussurrarono:
    «Ha risposto… Ma cosa ha detto?… Dov’è che è nata?… Non ho sentito… Quanti anni ha?… Non si sente niente!…».
    I suoi capelli erano fini, di un pallido biondo; vestiva di nero. Una donna disse sottovoce: «È molto bella» e sospirò deliziata, come fosse a teatro.
    La gente in piedi non riusciva bene a cogliere l’esposizione dell’atto d’accusa. L’ultima edizione dei giornali che riportava in prima pagina il volto dell’imputata e il resoconto del delitto passava di mano in mano.
    La donna si chiamava Gladys Eysenach ed era accusata di aver ucciso il suo amante: Bernard Martin, vent’anni.
    II presidente dette inizio all’interrogatorio:
    «Dov’è nata?».
    «A Santa Paloma».
    «È un villaggio al confine tra il Brasile e l’Uruguay» spiegò il presidente, rivolto ai giurati. «Qual è il suo nome da ragazza? ».
    «Gladys Burnera».
    «Non parleremo, in questa sede, del suo passato… Intendo dire dell’infanzia e dell’adolescenza, che lei ha trascorso viaggiando in paesi lontani, molti dei quali sono stati teatro di rivolgimenti sociali che hanno reso impossibile procedere alle normali indagini. Per quanto riguarda quegli anni dovremo dunque basarci principalmente sulle sue dichiarazioni. Durante l’istruttoria lei ha affermato di essere figlia di un armatore di Montevideo che sua madre, Sophie Burnera, ha lasciato due mesi dopo il matrimonio, così che lei è nata lontano da suo padre e non lo ha mai conosciuto. È esatto? ».
    «Sì, è esatto».
    «Ha trascorso l’infanzia viaggiando di continuo e si è sposata giovanissima, quasi bambina, secondo l’uso del suo paese d’origine; ha sposato il finanziere Richard Eysenach e nel 1912 è rimasta vedova. Lei fa parte di una società instabile, cosmopolita, senza legami e senza patria. Dopo la morte di suo marito, ha dichiarato di aver soggiornato in vari paesi, Sudamerica, America del Nord, Polonia, Italia, Spagna, per citarne solo alcuni… Senza contare le numerose crociere sul suo yacht, che ha venduto nel 1930. Lei è estremamente ricca; deve l’ingente patrimonio di cui gode in parte a sua madre e in parte al suo defunto marito. Prima della guerra ha vissuto in Francia a più riprese, e a partire dal 1928 vi si è stabilita. Dal 1914 al 1915 ha abitato nei pressi di Antibes. La data e il luogo devono richiamarle alla memoria tristi ricordi: là, nel 1915, è morta la sua unica figlia. Dopo la disgrazia, lei conduce una vita ancora più capricciosa, più vagabonda… Nell’atmosfera del dopoguerra, propizia agli amori passeggeri, ha avuto innumerevoli e fugaci avventure sentimentali. Infine, nel 1930, ha conosciuto in casa di amici comuni il conte Aldo Monti, di antica e onorata famiglia italiana, che le ha chiesto di sposarlo. Il matrimonio era deciso, vero?».
    «Sì» disse Gladys Eysenach sottovoce.
    «Ci fu un fidanzamento quasi ufficiale che lei, bruscamente, ruppe. Per quale ragione?… Non vuole rispondere?… Probabilmente non intendeva rinunciare alla sua vita libera e stravagante né a tutti i vantaggi della libertà. Così, il suo fidanzato diventò il suo amante. È esatto?».
    «È esatto».
    «Dal 1930 all’ottobre del 1934 sembra che lei non abbia avuto altri legami sentimentali: per quattro anni è stata dunque fedele al conte Monti. Ma un giorno il caso ha messo sulla sua strada colui che sarebbe diventato la sua vittima: Bernard Martin, un ragazzo di vent’anni, di modestissima estrazione sociale, figlio naturale di un ex maggiordomo. Circostanza che feriva il suo orgoglio e che l’ha spinta a negare per molto tempo, contro ogni verosimiglianza, la sua relazione con la vittima. Bernard Martin, dunque, studente ventenne presso la Facoltà di Lettere di Parigi, abitante al numero 6 di rue des Fos-sés-Saint-Jacques, ha saputo sedurre lei, una donna dell’alta società, di rara bellezza, ricca, vezzeggiata da tutti. Risponda… E lei gli ha ceduto con una rapidità davvero sorprendente, davvero scandalosa. Lo ha corrotto, gli ha dato del denaro, e alla fine lo ha ucciso. Di questo delitto lei oggi è chiamata a rispondere».
    L’imputata premette le mani tremanti l’una contro l’altra, lentamente, conficcando le unghie nella pelle cerea; a fatica le labbra esangui si dischiusero, ma non ne uscì alcuna parola, alcun suono.

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