Saggi

I Saggi di Montaigne non sono un breviario di saggezza ben temperata, un prontuario di morale salutifera, ma lo specchio delle paure e delle difese di un essere che si scopre frammentario e diversificato. È infatti Montaigne stesso il soggetto di questo libro: soggetto mutevole, di cui appunto non l’essere si può descrivere, ma solo il passaggio, e un passaggio «di giorno in giorno, di minuto in minuto», adattando la descrizione al momento. Con alcuni secoli di anticipo sulle ricerche della psicologia, Montaigne sperimenta come la personalità sia un aggregato provvisorio, incomprensibile e affascinante, di soggetti istantanei, un mosaico di io che variano secondo le contingenze. Non per nulla i Saggi sono un’opera in divenire, in continua trasformazione. I due libri consegnati al tipografo per la prima volta nel 1580 (e ristampati con alcune aggiunte nel 1582), nella successiva edizione del 1588 si trovano accresciuti d’un terzo libro, non solo, ma intarsiati di più di seicento addizioni: via via che l’io muta – senza peraltro rinnegare la sua forma precedente – l’opera, sosia dell’io, dovrà mimarne le metamorfosi. Il testo stabilito da André Tournon (corredato da un completo apparato di varianti) e la nuova traduzione di Fausta Garavini fanno di questa edizione un contributo fondamentale agli studi su Montaigne.

______________________________________________________________________

Al lettore

Questo, lettore, è un libro sincero. Ti avverte fin dall’inizio che non mi sono proposto con esso alcun fine, se non domestico e privato. Non ho tenuto in alcuna considerazione né il tuo vantaggio né la mia gloria. Le mie forze non sono sufficienti per un tale proposito. L’ho dedicato alla privata utilità dei miei parenti e amici affinché dopo avermi perduto (come toccherà loro ben presto) possano ritrovarvi alcuni tratti delle mie qualità e dei miei umori, e con questo mezzo nutrano più intera e viva la conoscenza che hanno avuto di me. Se lo avessi scritto per procacciarmi il favore della gente, mi sarei adornato meglio e mi presenterei con atteggiamento studiato. Voglio che mi si veda qui nel mio modo d’essere semplice, naturale e consueto, senza affettazione né artificio: perché è me stesso che dipingo. Si leggeranno qui i miei difetti presi sul vivo e la mia immagine naturale, per quanto me l’ha permesso il rispetto pubblico. Che se mi fossi trovato tra quei popoli che su dice vivano ancora nella dolce libertà delle primitive leggi della natura, ti assicuro che ben volentieri mi sarei qui dipinto per intero, e tutto nudo. Così, lettore, sono io stesso la materia del mio libro: non c’è ragione che tu spenda il tuo tempo su un argomento tanto frivolo e vano. Addio dunque, da Montaigne, il primo di marzo millecinquecentottanta.

Montaigne. L’arte di vivere

Il crollo

Febbraio 1936

Va bene che la vita è tutta un  processo di disgregamento, ma i colpi di portata micidiale –  i colpacci improvvisi che arrivano, o che sembrano arrivare, dall’esterno e che restano impressi, da addurre poi a discolpa, o che confesserai agli amici nei momenti di debolezza – quelli lasciano sempre qualche strascico. C’è un altro genere di colpi che arriva dall’interno, che avverti solo quando è troppo tardi per correre ai ripari, quando prendi coscienza senza appello che per certi aspetti non sarai più quello di un tempo. Il primo tipo di incrinatura sembra prodursi in fretta; il secondo si produce quasi a tua insaputa ma, d’un tratto, ne hai piena coscienza.

Prima di andare avanti con questa breve cronistoria, vorrei fare un’osservazione di carattere generale: il banco di prova di un’intelligenza superiore è la capacità di sostenere simultaneamente due idee contrapposte senza perdere la capacità di funzionare. Uno dovrebbe, per esempio, capire che non c’è scampo ma essere comunque intenzionato a far di tutto per trovare una via d’uscita. (…)

§§§§§§

“Anziché compatirti, ascolta…” disse. (Lei dice sempre “Ascolta”, perché pensa mentre parla: pensa davvero). Così disse: “Ascolta. Mettiamo che questa crepa non sia in te… mettiamo che sia un crepaccio nel Gran Canyon”.
“La crepa è in me” dissi eroicamente.
“Ascolta! Il mondo esiste solo ai tuoi occhi: come tu lo concepisci. Puoi farlo, a piacimento, grande o piccolo. E tu riporti tutto alla tua misera persona. Perdio, se dovessi mai crepare io, cercherei di far crepare il mondo assieme  a me. Ascolta! Il mondo esiste soltanto attraverso l’idea che te ne fai, perciò sarà molto meglio dire che a creparti non sei stato tu, bensì il Grand Canyon”.
“Vedo che ci siamo sciroppato il nostro Spinoza da cima a fondo”.
“Io non so niente di Spinoza. Io so…” E si mise allora a parlare dei suoi guai passati che, a sentire lei, sembravano assai più dolorosi dei miei, e di come li avesse affrontati, superati, sconfitti. (…) 

Posizione di forza tenuta da Fitzgerald, la linea divisoria fra le due generazioni pre e post bellica; nell’era della Confusione celta tra i sassoni, cattolico tra i protestanti, buzzurro tra gli aristocratici, povero tra i milionari, aveva coltivato una visione duplice. La tecnica linguistica, sopraffina, anche di queste confessioni ha l’andamento di un discorso schizoide. Nella sua prosa risuona “un battito così selvaggio d’ali”, quel modo desultorio di passare da una metafora all’altra per il puro piacere di correre del cavallo di razza. Come in altri artisti della sua stagione – Evelyn Waugh, Jean Cocteau, René Crevel & Co. – la metafora filante taglia di sbieco i cieli plumblei della prosa quotidiana, del lavorio forzato. Senza darlo a vedere Fitzgerald praticava l’arte per l’arte nell’accezione meno intesa, perché per qualcuno potrebbe non esserci nient’altro. Al primo romanzo fungere da surrogato alla dissipazione; e una volta scoperta l’intensità dell’arte niente di quello che dovesse capitargli potrà rivaleggiare per importanza col processo creativo. Qualunque cosa scriva Fitzgerald non sarà mai davvero brutta. E lo snobismo piccoloborghese, e gli ideali di seconda mano, e i sogni adolescenziali – che cosa li riscatta? La fedeltà nell’idealizzarli e, più che mai, la dignità che a questi conferisce il suo stile “di porcellana”. Gente di porcellana, lui e Zelda, lo erano diventati già nel ’25, all’apice del successo. Avrà modo di vedere la famiglia come gli ultimi dolcetti rimasti nel piatto. Crepato. “Scrivere bene è nuotare sott’acqua trattenendo il respiro”. Il piatto crepato non è una campana di vetro, né una campana fessa. Non fa acqua e non emette note false. Fitzgerald va letto e riletto per – orecchio permettendo – coglierne il ritmo, il delicato meccanismo interno; non dovrebbe poi riuscir troppo difficile distinguere l’oro dalle scorie in quello che si legga. A distinguere il professionista, anzi il campione dal dilettante sarà un aroma, un sentore del futuro in una riga. Se scrittori come lui oggi sembrano darci le spalle è perché sono ancora davanti a noi. (da Il Crollo, Adelphi, Nota al testo)

Gatsby

La morte della farfalla

Superzelda

[youtube_sc url=”http://youtu.be/0ToXI3H31qk”%5D

[youtube_sc url=”http://youtu.be/vk3ta22wVGA”%5D

Ogni cosa è da lei illuminata

Al centro del racconto inedito di Annamarie Schwarzenbach  – ambientato nella sua prediletta Engadina, che lei definiva “il mio luogo più proprio e più originario, quello dove mi muovo con più sicurezza e dove mi sento leggera come da nessun’altra parte” – c’è un amore lesbico. Un testo di coming out scritto a ventun anni “in cui nulla veniva dissimulato”, fa notare il nipote della scrittrice Alexis  Schwarzenbach, che ha ritrovato il manoscritto nell’Archivio svizzero di letteratura di Berna, e ne ha curato personalmente la pubblicazione: “Ogni cosa è da lei illuminata si colloca in uno spazio che si credeva vuoto. Benché Annamarie Schwarzenbach avesse scritto già a vent’anni a un amico di poter ‘amare con vera passione solo le donne’ e , stando a un rapporto del 1934 della polizia zurighese, la sua omosessualità fosse ‘ben nota a tutta la città’, fin dal  momento della sua riscoperta nel 1987, grazie all’opera di tre autori che vi si interessarono contemporaneamente, le si è

sempre rimproverato di non aver tematizzato a sufficienza l’omosessualità nella sua opera, o di averla rappresentata in modo troppo velato”.

_______________________

L’inizio:

Vedere una donna: solo per un secondo, solo nel breve spazio di uno sguardo, per poi perderla di nuovo, da qualche parte, nell’oscurità di un corridoio, dietro una porta che non ho il diritto di aprire –

ma vedere una donna, e sentire nello stesso istante che anche lei mi ha vista, che i suoi occhi si fissano su di me, interrogativi, come se dovessimo incontrarci sulla soglia dell’ignoto, questa frontiera oscura e malinconica della coscienza…
sì, sentire in questo secondo che anche lei si arresta, quasi dolorosamente interrotta nel flusso dei suoi pensieri, come se i suoi nervi si contraessero, sfiorati dai miei. E non ero forse stanca, le immagini della giornata non si confondevano forse in me, vedevo ancora campi innevati, e le ombre della sera che si allungavano su di essi, vedevo la folla al bar, giovani ragazze passarmi davanti, condotte dai loro ballerini come bambole, ridevano incoscienti sopra le esili spalle, il viso rivolto all’indietro, il loro riso veniva sommerso dal jazz che riempiva echeggiando la sala, e ci si sottraeva a tutto questo in un angolo, allora Li mi fece un cenno, il suo piccolo viso si contrasse, bianco, sotto le alte sopracciglia depilate. Spinse il suo bicchiere verso di me costringendomi, ostinata, a vuotarlo, posò le mani affusolate intorno alla nuca del norvegese, ballando, e fluttuò davanti a me mentre lui fissava lo sguardo sulle sue labbra.

[youtube_sc url=”http://youtu.be/N6kbfB_e7BI”%5D

Libri di Annemarie Schwarzenbach

La vita in pezzi