Inverno a Reggio Emilia – Sarah Moon

Sarah Moon sarà a Fotografia Europea per presentare il suo ultimo libro Inverno a Reggio Emilia, edito da Silvana Editoriale. L’artista, affascinata dalla città che già conosceva e dalla sua atmosfera, lo scorso inverno ha approfondito la sua ricerca concentrandosi sui giardini segreti della città. Il libro Inverno a Reggio Emilia è composto dalle fotografie scattate in città nell’arco di un anno.

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ph Sarah Moon

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Sarah Moon

«E quando hai scattato la foto buona, te ne rendi conto? O non sei mai sicura?
Qualche volta me ne rendo conto, ma la maggior parte delle volte, anche quando credo di averla scattata, cerco un po’ oltre e subito lo dimentico.

È esattamente quello che mi succede.
Perché tutto questo è talmente breve, che subito dopo non si è più sicuri. Ad un certo punto, dico a tutti: Ecco, abbiamo finito, ma gli propongo di fare ancora un altro rullino, per ogni evenienza, e poi un altro ancora. Perché ho paura che mi sia sfuggito qualcosa, di fronte a tutte quelle condizioni riunite così laboriosamente e che domani non saranno più là. So che nel mio modo di lavorare c’è come un terrore del tempo. Quando sono commossa dalla bellezza di una ragazza, è per ciò che ha di effimero, per il senso dell’attimo che bisogna cogliere. Sento la bellezza che passa e sfiorisce, e questo mi fa disperare, perché mi chiedo se sono stata all’altezza di questo privilegio e se ho saputo fare quello che bisognava per renderne conto. La nostra angoscia, il nostro senso di colpa, deriva dal fatto che noi sappiamo che tutto ciò dipende da noi, dallo sguardo che rivolgiamo alle cose. Non è solo l’istante in cui si fotografa che è troppo breve, non solo la giornata di lavoro, ma tutta la nostra esistenza di fotografi: abbiamo sempre questa paura che sia già finita. Forse dovrei semplicemente dirmi che non bisogna restare troppo tempo senza lavorare, che bisogna far girare la macchina, perché, se non gira, non mi dò una possibilità che tutto questo succeda. Dovrei accettare la possibilità di sbagliare, dirmi che alla fine questo non ha nessuna importanza, che, se non posso permettermi di sbagliare un lavoro su commissione, ho quanto meno il diritto di sbagliare ciò che faccio per me stessa. Dovrei dirmi: Ogni giorno farò una foto.»

(dall’intervista a Sarah Moon – MaledettiFotografi)

“Una buona foto è un miracolo”. In mostra le Vestiges di Josef Koudelka

L’intervista di Frank Horvat a Josef Koudelka fa parte del libro Entre Vues, conversazioni con alcuni importanti fotografi del ’900. La versione italiana è pubblicata per la prima volta su Maledetti Fotografi. (traduzione di Giancarlo Biscardi).
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Vedi, io ti conosco da meno di un’ora, ho visto alcune tue foto e so di te solo alcune cose che mi sono state raccontate. Ma se dovessi rendere l’idea che mi sono fatta di te con una sola immagine, direi: È uno che vive con un sacco a pelo. Questo sintetizza un modo diverso di utilizzare il tempo, più efficace del mio. Non che io sia insoddisfatto della mia vita. Ma so che troppo spesso ho fatto delle cose che mi erano indifferenti o che mi allontanavano da me stesso; mi sono sforzato troppo di assecondare le idee o i desideri degli altri. Se mi fosse possibile rivivere qualche ora della mia vita, credo che sceglierei dei momenti in cui fotografavo per me, nelle strade di New York o in India. O anche dei momenti nel mio studio, come quando facevo i ritratti.

1389116384338koudelkaIo ho avuto la fortuna di poter fare sempre ciò che volevo, di non lavorare mai per altri. Forse è un principio stupido, ma l’idea che nessuno possa comprarmi è importante per me. Io rifiuto di lavorare su commissione, anche per progetti che sono deciso a portare avanti comunque, per me stesso. È un po’ uguale con i miei libri. Quando il mio primo libro, quello sugli Zingari, è stato pubblicato, ho fatto fatica ad accettare l’idea di non poter più scegliere le persone a cui mostrare le mie foto, l’idea che chiunque potesse comprarle.

Quali sono i tuoi punti di riferimento? Voglio dire in letteratura, in pittura, in musica…

Ci sono delle cose che mi piacciono molto, ma che non pratico. La musica l’ho sempre un po’ praticata e mi piacerebbe ascoltarne più spesso, ma non ne ho la possibilità, per mancanza di tempo e di spazio.
Quando ero ragazzo leggevo molto, durante i miei studi un po’ meno, da quando ho lasciato la Cecoslovacchia non leggo quasi più. Sempre per la stessa ragione: perché non ho un posto per me. Quando viaggio, non so dove dormirò e penso a dove coricarmi solo quando è il momento di aprire il mio sacco a pelo. È una regola che mi sono data. Mi sono detto che devo saper dormire bene dovunque, perché il sonno è importante. In estate spesso dormo fuori, smetto di lavorare quando non c’è più luce e ricomincio il mattino presto. Un giorno vivrò diversamente e allora ricomincerò a leggere. Non sento questo modo di vivere come un sacrificio: per me sarebbe un sacrificio vivere altrimenti. Per quanto riguarda i miei punti di riferimento… non so quali sono.  Continua a leggere

“Sono un maniaco”. “Perfetto”

La cosa più divertente, sconosciuta a molti, della grande mostra di Henri Cartier-Bresson all’Ara Pacis era un filmato  (sopra) in cui si vedeva il fotografo camminare tra la folla, saltellare, scattare veloce. Un modo, il suo, di avvicinarsi ai soggetti con grazia veloce, “a passi felpati”  come lui ricorda nell’intervista a Yvonne Baby . Un rapace di immagini con movenze da ballerino.

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 «A lei dispiace stare ai margini?

Per niente. Non voglio che mi riconoscano, e spesso vengo scambiato per un tedesco o un inglese. Se per caso qualcuno scopre chi sono, dice: “Questo è il Tal dei Tali” ma la foto è già stata scattata. E’ fantastico che ci siano tanti turisti con le macchine fotografiche: grazie a loro ci si confonde con la folla e si può osservare e lavorare con una certa tranquillità. Inoltre, mi sembra importante che, in un’epoca in cui spesso si tende a un individualismo ipertrofico, molte fotografie esibiscano una sensibilità comune e un aspetto quasi anonimo. Bisogna viaggiare leggeri (io ho un apparecchio da cui non mi separo mai e solo quando vado a scattare un reportage mi porto due obiettivi in più) e avvicinarsi a passi felpati: non si agita l’acqua se si vuole pescare.

Un giorno che scattavo foto a una vendita di gioielli, una signora si è rivolta a me, preoccupata: voleva sapere se ero un giornalista. Per via delle mie origini normanne, non ho risposto né sì né no, ma solo: “Sono un maniaco”. “Perfetto” ha detto la signora “continui pure”. E’ proprio così, la fotografia per me è una mania, un’ossessione, un fanatismo.»

da Henri Cartier-Bresson, Vedere è tutto – Interviste e conversazioni, Contrasto, pgg. 42-43

H. Cartier-Bresson risponde al Questionario di Proust – da Vedere è tutto, Contrasto