Stile (e gastronomia)

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Un biglietto marcelliano (datato 1909), all’attenzione della sua cuoca: Vorrei che il mio stile fosse brillante, chiaro e solido come il vostro gelato, che le mie idee fossero saporite come le vostre carote, e anche nutrienti e fresche come la vostra carne.

(J-P e R. Enthoven, Dictionnaire amoureux de Marcel Proust, Plon/Grasset)

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Manet, Une botte d’asperges

Quel coté Compton-Burnett di Bill Brandt

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Bill Brandt – Parlourmaid and underparlourmaid ready to serve dinner, 1933

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Ivy Compton-Burnett

Le due cameriere sono una un’emanazione folgorante del mondo compton-burnettiano, di quegli interni inglesi scanditi dalla dialettica servitù-padroni che tanto ha ispirato la scrittrice. Intervistato per un documentario della BBC nel 1983, quando gli viene chiesto di questa immagine, Bill Brandt afferma, forse non del tutto in malafede , che chiunque avrebbe potuto fare questa foto. Brandt era stato colpito dalla cura dei dettagli che le cameriere avevano mostrato nella loro funzione; un tratto che lui aveva enfatizzato con i toni scuri, ben lontano dai grigi riccamente sfumati preferiti dai contemporanei famosi. Molte delle sue immagini, infatti, hanno una scala di toni ridotta, e le aree più scure diventano blocchi di nero, le aree bianche del tutto sbiancate. Più di molti altri fotografi, il lavoro di Brandt ha questo timbro stilistico, molto imitato e volgarizzato dalle successive generazioni di studenti di fotografia . Continua a leggere

La sconosciuta Joan Fontaine di Ophüls

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Joan Fontaine nel film Lettera da una sconosciuta – Max Ophüls ,1948

“Permettimi, amore mio, di raccontarti tutto, tutto dal principio; ti prego, non stancarti di dovermi ascoltare per un quarto d’ora, di ascoltare chi per una vita intera non si è mai stancata di amarti”. In un lungo triste monologo in forma epistolare  una donna scrive il suo amore assoluto per “il famoso romanziere R.” , che riceve la lettera nel giorno del suo quarantunesimo compleanno. “Ieri il mio bambino è morto”, comincia. E poi: “Adesso al mondo mi sei rimasto solo tu, tu che di me non sai nulla”.

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Joan Fontaine con Louis Jourdan

In Lettera di una sconosciuta di Stefan Zweig lo scrittore viennese leggendo parole già di per sé drammatiche scopre che la sua autrice è già morta; e che proprio la morte le permette questa confessione. La scrittura elegiaca di questa operina compie il prodigio di farla vivere ancora, anzi di farla vivere per la prima volta nella mente di chi lei ha amato.  Lei gli racconta di averlo visto da bambina, sua vicina di casa, e di come quell’immagine abbia fatto germinare un amore durato quindici anni, “con la dedizione di una schiava, di un cane”. Un amore che declina al parossismo la capacità di forgiare un Altro, e oscilla tra fantasia di annullamento nell’Altro –  amore ”disperato, umile, sottomesso, attento e appassionato” –  e lo struggente desiderio di essere ‘riconosciuta’. Ma il ‘riconoscimento’ non avviene. Passano gli anni, loro due si rivedono, quando lei è adolescente e donna. Hanno qualche notte d’amore, ma R. non la riconosce. Del resto il volto di una donna, scrive lei con improvviso e lucido disincanto, è per un uomo “solo lo specchio di una passione, di un gesto infantile, di un moto di stanchezza, e svanisce altrettanto facilmente di un’immmagine allo specchio”. Così, tra un amato narciso che non sa vedere oltre la sua immagine, e un’amante persa nella creazione labirintica e mentale suscitata dalla sua passione, lo scrittore reinventa in modo iperbolico  l’archetipo dell’amore non corrisposto.

Ophüls nel film Lettera da una sconosciuta – interpretata da Joan Fontaine, morta all’età di 96 anni – rende l’intreccio più melodrammatico.  La scena memorabile ripropone la circolarità  tipica del suo cinema: il finto viaggio in treno al Prater, in cui Lisa è finalmente felice. Ma è solo un  giro in giostra. Una finzione. Magica, come il cinema.

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