Isabella Bird e la Cina del XIX secolo

birdDeterminata avventuriera e fotoreporter, Isabella Bird affascinò l’Inghilterra vittoriana, e fu strenua sostenitrice dell’emancipazione femminile. In una bella photogallery di immagini in bianco e nero del Guardian, ci fa vedere con grande efficacia documentale la vita quotidiana in Cina nel 1890.

Fu una delle più grandi viaggiatrici e scrittrici di viaggio di tutti i tempi. Il suo libro più importante è The Yangtze Valley and Beyond, una coinvolgente esplorazione nella Cina interna e oltre,  fino al Tibet, alla fine del XIX secolo.

Descrivendo il viaggio, Isabella offre un mix ricco di osservazioni e racconta due episodi nei quali è stata quasi uccisa dalla folla anti-stranieri. Per molti aspetti Isabella Bird ha inventato il modello della letteratura di viaggio.

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Isabella Bird – da The Yangtze Valley and Beyond

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Bambini europei con servitori cinesi, Fukien

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Soldati a Chungking, 1896

foto tratte da Isabella Bird: A Photographic Journal of Travels Through China 1894-1896 by Debbie Ireland is out now (Ammonite Books and the Royal Geographical Society)

Tamara de Lempicka, o la modernità

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Tamara de Lempika – Chambre d’Hotel

Dalle prime nature morte ai celebri ritratti, divenuti icone di una nuova modernità, l’arte di Tamara de Lempicka è al centro di una grande mostra allestita a Torino, a Palazzo Chiablese, dal 19 marzo al 30 agosto. Esposte 80 opere, tra le più significative della pittrice polacca, per illustrarne il percorso creativo influenzato dall’arte antica quanto dalla lezione delle avanguardie storiche, con un occhio a recenti ricerche che ne hanno fatto emergere gli aspetti più intimi e segreti. Tra le opere esposte, La conchiglia uno straordinario trompe‐l’oeil del 1941, e alcuni dipinti dedicati alle mani, in cui la Lempicka riprende un soggetto al quale alcuni fotografi – Kertész, Kollar, Dora Maar ‐ avevano dedicato particolare attenzione negli anni Venti‐Trenta, qui messi a confronto con i quadri.

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Tamara de Lempika – Fruits dans una coupe

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«Quel che colpisce nei suoi dipinti, quelli rimessi in circolazione, è la cerebrale, immediata corposità dei soggetti raffigurati, ovvero un’acrobatica sintesi di logos e di eros, di gelo e di fuoco che induce a confronti eccelsi con Ingres…» Così Giancarlo Marmori presentò il volume dell’editore Franco Maria Ricci stregato dalla pittrice, tanto da pubblicare, nel 1977, un libro dedicato a lei.

Tamara de Lempicka dà evidenza infatti ai volumi, e del viso nota soltanto alcuni dettagli, il viso e le mani. Gli occhi, soprattutto. Si ripetono quegli sguardi, stralunati, languidi, freddi, spesso rivolti verso l’alto, come quelli di una madonna del Pontormo, come quelli di lei stessa nelle foto scattate alla maniera di Greta Garbo. Sono quadri ai nostri occhi ancora modernissimi: per il taglio, per la sobrietà glamour dei soggetti, per i pochi e smaglianti colori. Figure che mettono in contrasto, con la loro posa evocativa del sacro, una natura profana che così ne è messa in risalto, sottolinea Marmori, come in un «esercizio ateo di élite. Le cose sacre, asseriva Oscar Wilde, sono le sole che valga la pena di profanare».

02_Nu-adosseNel suo immaginario pittorico ricorrono spesso i nudi femminili, ma reinterpretati in una chiave originalmente espressiva. Nudi che «a differenza delle molte beautés stilizzate di quel tempo, figurano sovente incalzati sino alla capitolazione del ritegno e quali oggetti di commedie e drammaturgie del pudore (…) I criteri selettivi delle anatomie risultano essere per la Lempicka la floridezza e la salubrità, abbinate ad abulia intellettuale. (…) In contrapposto a questo serraglio di adorabili sprovvedute, s’impone la serie delle dinamiche, alcune ambigue, altre spavalde». Attraverso di loro l’artista icona dell’Art Déco racconta un certo mondo stravagante degli anni Venti e Trenta, per cui ci si trova davanti una «sorta di cartellonistica haute bourgeoise e, a sprazzi, aristocratica, fra le due guerre, a una figurazione non indifferente ai suggerimenti della pubblicità per squisitezze e vanità dell’epoca».

07_Nu-coucheAnche la sua vita come l’arte mantiene un tono di irrequietezza. Dopo aver sposato Tadeus Lempicki a San Pietroburgo, con il quale ha la figlia Kizette, in seguito si unisce in matrimonio con il barone ungherese Raoul Kuffner. Segue una sequenza di altri ammiratori, come Vittorio Foschini, incantato dalle sue mani e dal loro «lento gesticolare»; mani che sembrava che «accarezzassero sempre».

Ma la perla biografica ha per protagonista D’Annunzio. Nel 1927 andò a trovarlo al Vittoriale per farne un ritratto (mai eseguito); nei dieci giorni di soggiorno l’allora ventottenne artista fu piuttosto impegnata a respingere la corte assidua del Vate, letteralmente incantato dalla «donna d’oro». D’Annunzio usò tutte le sue arti per sedurla, arrivando al punto di visitarla nella sua stanza dopo averle scritto un biglietto tassativo: «Vogliate o non vogliate, sarò questa notte da voi». Fu inesorabilmente respinto. «Vecchio nano in uniforme», lo apostrofò lei. E poi fuggì con il primo treno.

“Sono un maniaco”. “Perfetto”

La cosa più divertente, sconosciuta a molti, della grande mostra di Henri Cartier-Bresson all’Ara Pacis era un filmato  (sopra) in cui si vedeva il fotografo camminare tra la folla, saltellare, scattare veloce. Un modo, il suo, di avvicinarsi ai soggetti con grazia veloce, “a passi felpati”  come lui ricorda nell’intervista a Yvonne Baby . Un rapace di immagini con movenze da ballerino.

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 «A lei dispiace stare ai margini?

Per niente. Non voglio che mi riconoscano, e spesso vengo scambiato per un tedesco o un inglese. Se per caso qualcuno scopre chi sono, dice: “Questo è il Tal dei Tali” ma la foto è già stata scattata. E’ fantastico che ci siano tanti turisti con le macchine fotografiche: grazie a loro ci si confonde con la folla e si può osservare e lavorare con una certa tranquillità. Inoltre, mi sembra importante che, in un’epoca in cui spesso si tende a un individualismo ipertrofico, molte fotografie esibiscano una sensibilità comune e un aspetto quasi anonimo. Bisogna viaggiare leggeri (io ho un apparecchio da cui non mi separo mai e solo quando vado a scattare un reportage mi porto due obiettivi in più) e avvicinarsi a passi felpati: non si agita l’acqua se si vuole pescare.

Un giorno che scattavo foto a una vendita di gioielli, una signora si è rivolta a me, preoccupata: voleva sapere se ero un giornalista. Per via delle mie origini normanne, non ho risposto né sì né no, ma solo: “Sono un maniaco”. “Perfetto” ha detto la signora “continui pure”. E’ proprio così, la fotografia per me è una mania, un’ossessione, un fanatismo.»

da Henri Cartier-Bresson, Vedere è tutto – Interviste e conversazioni, Contrasto, pgg. 42-43

H. Cartier-Bresson risponde al Questionario di Proust – da Vedere è tutto, Contrasto