“C’è un ‘fuori’ che pesa sull’immagine”. Jeff Wall in mostra a Copenaghen

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Jeff Wall, The Destroyed Room (1978)  (ispirata a La morte di Sardanapalo di Eugène Delacroix)

Per chi volesse conoscere meglio  l’artista fotografo canadese Jeff Wall, c’è una buona occasione europea. Il museo d’arte moderna Louisiana, a Copenaghen, ospita fino al 21 giugno una mostra  a lui dedicata  con 35 fotografie (catalogo Jeff Wall – Tableaux Pictures Photographs 1996-2013).

Il percorso del fotografo, nato a Vancouver nel 1946, parte da studi nel campo dell’arte. Lo si vede subito dalle sue immagini, anche da quella in alto, forse la più famosa, ispirata a un quadro di Delacroix. I loro grandi formati ricordano i quadri dell’Ottocento, la loro ricercatezza in ogni dettaglio presuppone sia accurate preparazioni in set nei quali il fotografo si muove come regista, che il grande lavoro di post-produzione. In Italia le sue foto sono state esposte  al PAC  di Milano. Ecco un frammento sulla sua estetica.

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«Uno dei problemi delle mie fotografie sta nel fatto che, siccome sono costruite, siccome sono, come io dico, “cinematografiche”, si può avere la sensazione che contengano tutto, che non vi sia un “fuori” rispetto a esse, come c’è in generale in tutta la fotografia. Nell’estetica dell’arte fotografica che discende dal fotogiornalismo, l’immagine è chiaramente un frammento di una totalità più grande che in se stessa non può mai essere direttamente esperita. Il frammento, dunque, rende a suo modo quella totalità visibile o comprensibile, forse attraverso una complessa tipologia di gesti, oggetti, modi ecc. Ma c’è un “fuori” rispetto all’immagine, e questo fuori pesa sull’immagine, esigendo da essa significato. Il resto del mondo rimane non visto ma presente, con la sua richiesta di venire espresso o significato nel frammento o come frammento.»

(Jeff Wall, da Roberta Valtorta, Il pensiero dei fotografi, p. 251)

Czech Fundamental al Museo di Roma in Trastevere. Con Josef Sudek

Dopo il successo a Berlino la mostra Czech Fundamental arriva in Italia. 180 opere di 43 grandi fotografi saranno esposte nel Museo di Roma in Trastevere (27 maggio- 19 luglio). Il percorso espositivo ci guida in un dialogo con la fotografia di origine ceca tra il nuovo e lo storico: dai primi movimenti d’avanguardia degli anni Venti si arriva ad un’ampia selezione di artisti contemporanei i cui lavori incarnano un approccio autoriale e sperimentale al mezzo fotografico.

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František Drtikol

Nella prima sezione – Costruttivismo, il Surrealismo e la Nuova Oggettività dal 1920 al 1945 – sono esposte fotografie fondamentali a una visione specificatamente ceca: i nudi di František Drtikol, le composizioni contemplative di Jaroslav Rossler e Jaromir Funke, gli arrangiamenti surreali di Vaclav Zykmund e le nature morte poetiche di Josef Sudek. La seconda sezione presenta l’Arte Informale, il Surrealismo e il Minimalismo del periodo che va dal Dopoguerra agli anni ‘70. La terza e ultima sezione abbraccia la fotografia di studio, il Postmodernismo e la Nuova Sperimentazione degli anni ‘90, concentrandosi sulle diverse visioni moderne e contemporanee di autori cechi e slovacchi che sono stati punto di riferimento nell’arco degli ultimi trent’anni; sono l’ultima generazione non ancora assorbita dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione, che nei decenni successivi hanno cambiato radicalmente la visione della fotografia ceca (e non solo).

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Josef Sudek, Rose in a Glass

 

«Un pomeriggio vado a trovare Phil Rolla nella sua dimora – quella che fu la casa dei doganieri sopra il paese di Bruzella – e improvvisamente il tempo si ferma. Come quando nevicava negli inverni dell’infanzia: la neve ha un effetto incantatorio, trasfigura il mondo. È simile alla poesia che, nelle immagini di Josef Sudek, rende le cose silenziose e diversamente abitabili. Ma non solo neve vedo, nelle foto appese alle pareti della labirintica casa. Anche pioggia, caligine, ombre si posano sulle foglie umide d’acqua, sulla pagnotta avvolta in carta stropicciata, sulla bottiglia cangiante di riflessi accanto alla mezzaluna dell’anguria, sulle striature del legno, sugli oggetti silenti e sui fili d’erba inclinati dal vento. In quelle fotografie, una sedia in metafisico biancore nel giardinopalcoscenico sembra attendere un attore di teatro e parole non dette aleggiano sopra la rosellina inclinata nel bicchiere vivo di bollicine sulle sfumature dei grigi. Questo sbocciare di rosa contrasta con la pera corrosa dal livore, eternata dalla gelatina di sali d’argento: emblema bordato di nero, ematoma mortifero.

In un’altra immagine, la grande squadra appoggiata al muro forma una piramide sopra una brocca: ma in Sudek la geometria non riesce a imporsi. Il chiaroscuro della vita prevale. Lo ritroviamo nei grovigli vegetali, nei fiori alla Chardin dentro il vaso posato sul davanzale: fiori di campo, trovati appena fuori casa. Lo cogliamo, quel vitale chiaroscuro, negli esterni visti dalla finestra dello studio, quasi sempre appannata, dove il cacciatore di magia attendeva con pazienza il momento giusto per aprire l’obiettivo su gocce, rami, steli, brandelli di muro, bagliori, sagome umbratili impastate in musica crepuscolare. Non aveva fretta, l’uomo dall’unico braccio. Sapeva aspettare.

Praga, la città di tre popoli – il ceco, il tedesco, l’ebraico – la capitale della Boemia, la città dei poeti e dei cabalisti accompagnata dalle onde della Vtlava, la capitale magica d’Europa – così la definisce André Breton – nelle fotografie in mostra appare talvolta dietro un ricamo di pesco, colto nel momento del risveglio di primavera o in quello dell’abbandono autunnale. La città d’oro, dove Sudek è vissuto tutta la vita alla ricerca dello stupore.

In certe vedute si profila una pianura increspata sotto un cielo di nuvole; o ci vengono incontro tronchi spogli e dilaniati come il braccio perduto dal fotografo durante la Prima guerra mondiale; stavo per scrivere artista, ma lui non considerava arte la fotografia».

(da Cacciatore di magia – Alberto Nessi)

Nella vasca di Hitler

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© Lee Miller Archives England 2015 / http://www.leemiller.co.uk

E’ il 30 aprile 1945. Il giorno in cui Hitler si suicida con Eva Braun. Il 29 le truppe americane avevano liberato il campo di concentramento di Dachau. Il 30 Lee Miller entra per la prima volta nel lager: l’orrore che si apre davanti ai suoi occhi viene fermato nei suoi scatti immortali e le scava nell’anima; nel Dopoguerra il trauma lascia i suoi segni e smette di fatto di fotografare. Lo stesso giorno, i soldati della 45esima divisione avevano avuto dai locali la dritta sulla casa del Führer, e la Miller e il suo compagno di allora, il fotografo star di Life David Scherman, vanno nell’appartamento. Lei si fa un bagno nella vasca da bagno di Hitler, e Scherman la immortala nell’acqua. Su una sedia la giacca militare della donna; per terra ci sono i suoi scarponi militari sporchi di fango: è il fango di Dachau. Quegli scarponi la connotano chiaramente come membro dell’esercito alleato e rappresentano un atto radicale di cambio di potere.

Ho fatto uno strano bagno quando mi sono lavata lo sporco del campo di concentramento di Dachau nella stessa vasca da bagno di Hitler a Monaco, disse. Otto giorni dopo, l’8 aprile 1945, la Germania firma la capitolazione: la guerra scoppiata l’1 settembre 1939 ha fatto 65 milioni di morti.

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© Lee Miller Archives England 2015 – http://www.leemiller.co.uk

Ritratti e autoritratti tra glamour, Surrealismo e foto di guerra storiche sono esposti per la prima volta a Vienna, nel Museo Albertina (8 maggio – 16 agosto). Ex compagna e modella di Man Ray, Lee Miller (1907-1977) è stata ingiustamente poco considerata come artista. Da Man Ray la Miller imparò a Parigi la fotografia e lo stile surrealista. Nelle sue foto di nudi Lee Miller è creativa insieme al fotografo con il suo modo di mettersi in scena. Dal 1942 è una delle poche fotografe di guerra autorizzate a seguire le truppe Usa in Europa. E da ‘embedded’ nell’aprile 1945 documenta con immagini scioccanti la liberazione dei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau.

Le vite di Lee Miller