Kaputt

Nel 2011, in occasione della grande retrospettiva al Guggenheim, aveva giurato che non avrebbe mai più lavorato come artista. Poi, una prima smentita di se stesso con quel molto discusso Him – Hitler in preghiera nel Ghetto di Varsavia. E ora, la rivisitazione e messa in scena di una sua idée fixe.  Una suggestione che prende spunto da un’immagine forte ripresa dal Kaputt di Curzio Malaparte, che racconta di centinaia e centinaia di teste di cavallo, recise da una mannaia (i cavalli dell’artiglieria sovietica sorpresi dal vento che scende dal mare di Murmansk e imprigionati nel ghiaccio).

La Fondazione Beyeler ospita Kaputt, una nuova installazione in cui sono, per la prima volta, raccolte le cinque versioni del lavoro Untitled del 2007. I cinque cavalli imbalsamati appesi sono però diversi dai singoli cavalli che Cattelan ha presentato in passato, e che davano una sensazione di solitudine tragica che qui non c’è. Semmai i cinque sembrano sospesi in uno stato di limbo interrogativo tra la vita e la morte.

Per Kaputt l’unica informazione che abbiamo è che coinvolge creature imbalsamate che “conficcano direttamente la testa nella parete nella nostra coscienza”, dice Cattelan.

‘Until the laughter gets stuck in our throat … ’ – FT, intervista a Cattelan

Maurizio Cattelan – BartlebyCafé

Cattelan – Art Basel

 

 

[youtube_sc url=”http://youtu.be/FEVUGhBKkO0″%5D

[youtube_sc url=”http://youtu.be/jCD_A2D0AuM”%5D

Appointment with Sigmund Freud

c58796b2a248690575c6d37cc04ee96b-calle_sophie_appointment

E’ noto lo stile autobiografico dell’artista concettuale e fotografa Sophie Calle, che l’ha fatta apprezzare nel 2007 con  Prenez soin de vous. Il suo lavoro Appointment with Sigmund Freud – di cui parliamo in occasione del giorno di nascita dello psicoanalista, il 6 maggio 1856 – precede di due anni la famosa performance alla Biennale di Venezia che l’ha fatta conoscere. Anche qui la storia dell’artista

 

 

 

ha una funzione importante.  Sollecitata a realizzare una esibizione dal titolo Appointment al numero 20 di Maresfield Gardens a Londra, dove Sigmund Freud visse gli ultimi anni, la Calle si inventa un intreccio tra la sua vita e quella di Freud. Assembla dei propri testi e oggetti personali con oggetti della collezione personale di Freud, creando un racconto della sua infanzia e delle sue relazioni adulte che ha come sfondo l’ambiente nel quale si è storicamente cominciato a decifrare e teorizzare tutto questo. ‘Prove’ della sua esistenza, esperienze, traumi, sono così disseminate, ‘proiettate’ tra le icone della storia della psicoanalisi, come per esempio il famoso divano. Il libro mostra le varie fotografie della installazione accanto a delle annotazioni che le descrivono. img-thingDunque l’appuntamento diventa un incontro con il fantasma di Freud, un divertissement immaginario, a suo modo anche un tantino narcisistico e kitsch, ma affascinante. Perché anche qui Sophie Calle esercita l’arte di colmare i vuoti dell’assenza; in questo caso quella di Freud, in   Prenez soin de vous quella dell’amato, nell’opera dedicata ai ciechi Aveugles l’assenza di immagini. Per lei – che peraltro ha filmato la madre  mentre moriva – “l’arte è una terapia contro l’assenza”.

Così racconta quell’esperienza. «Nel 2006 mia madre stava molto male. Avevo paura che morisse in mia assenza, perdendo qualche parola importante. Ho deciso di mettere una telecamera accanto al suo capezzale. Poi, quando è morta, ero insieme a lei. Tutte quelle riprese non avevano più senso, mi suscitavano emozioni violente. Con il tempo, riguardando le immagini, mi sono accorta che la cosa più incredibile è non aver visto la morte arrivare. Ci sono undici minuti in cui mia madre non c´è già più e io non me accorgo. Sono partita da questo video per costruire una mostra più ampia, in cui ho aggiunto testi, fotografie, estratti dal suo diario e il viaggio che ho fatto al Polo Nord per seppellirla simbolicamente. Mia madre mi ha trasmesso la curiosità, la voglia di mettersi in scena, di raccontare storie. Ha scritto da sola il suo epitaffio: Je m´ennuie déjà, sono già annoiata». (qui l’intera intervista)

Prenez soin de vous 

Aveugles

Voir la mer

In The Studio: Sophie Calle, artist

Calle secondo Rosalind Krauss

Alberi alla Hockney

Gli alberi sono il fattore comune di quasi tutta l’opera recente di Hockney – i quadri realizzati all’aperto, i collage fotografici, le tele dipinte a memoria nel nuovo studio. Solo le stampe di ritratti eseguiti al computer costituiscono un’eccezione, ma c’è un nesso preciso, in quanto gli stessi quadri di alberi sono dei ritratti, in cui ogni pianta gigante è un individuo:  «come vecchi amici»,  «una fila di alberi che amo».

Era una sensazione che avevo provato anch’io, poiché anch’io avevo passato del tempo a pensare agli alberi. Lavorare al mio libro su John Constable che avevo terminato nell’agosto di quell’anno, – aveva significato trascorrere due anni in compagnia virtuale di un uomo, morto da 162 anni, che aveva dato agli alberi molta importanza. Uno degli scritti più eloquenti di Constable riguardava un frassino di Hampstead che conosceva bene e davanti a cui passava ogni giorno. Lo chiamava young lady, e ne aveva descritto la  «distruzione» da parte di individui senza cuore che lo avevano fatto morire, infilando un chiodo nel tronco per fissarvi un cartello e potandone i ami senza cura. (…)

Gli alberi hanno un duplice carattere. Come lascia intendere Constable –  e anche Hockney -, si stagliano nel paesaggio come se fossero personaggi, a volte eroici, altre eleganti o sinistri. Ma sono anche, come spiega Tudge (Colin Tudge è autore di The Secret Life of Trees, ndr), imprese straordinarie dell’ingegneria naturale, capaci di sostenere una tonnellata di fogliame in estate, sfidando la forza di gravità e il vento.  «Naturalmente, – scrive Tudge – gli architetti creano strutture più grandi degli alberi e a volte, come le cattedrali o le moschee, di maggiore bellezza. Ma una cattedrale o una moschea sono edifici: non crescono… Un albero invece può crescere e diventare alto come una chiesa ma è già perfettamente funzionale (se si esclude la funzione riproduttiva) dal momento stesso in cui germina». Mentre cresce, la tensione e le spinte lo trasformano, ma trova sempre un modo per adattarsi. Un albero è più complesso dell’architettura umana, il che spiega alcune delle sue caratteristiche visive.

David Hockney : Gli alberi non seguono le leggi della prospettiva, o almeno non sembra, perché sono complicati, con linee che si diramano in tutte le direzioni. Quando ho cominciato a fare dei collage di fotografie di alberi, ho scoperto che si sarebbe potuto credere che un albero fosse stato ripreso dall’alto, anche se avevo scattato guardando dal basso. (…) Gli alberi esercitano un profondo fascino, danno un brivido che è in parte collegato allo spazio, un certo tipo di brivido che mi tocca profondamente.

(tratto da M. Gayford, A Bigger Message, Einaudi, pgg. 109-110)

David Hockney

L’autoritratto fa bene

[youtube_sc url=”http://youtu.be/xkn0E7pVQE4″%5D