Munch in giardino

Ha ritratto se stesso diverse volte. Questa volta si svela in una fotografia. Edvard Munch è nel suo giardino, a Ekely, intorno al  1930.  Ha un profilo solenne, concentrato, è forse intento a dipingere uno dei suoi inquietanti chiaroscuri.

Oslo si ribella alla proposta di vendere la fotografia  al Centre Pompidou di Parigi. La rirpoduzione – una tra le cinque esistenti  – appartiene alla collezione del Munch Museum.

A novembre il governo di Oslo ha sottoposto al parlamento della città la proposta di cedere la foto – parte della collezione  lasciata in eredità dall’artista – argomentando che in questo modo sarebbe stata accessibile al pubblico, rispettando così la volontà di Munch.  Ma secondo Ivar Johansen, membro del partito di sinistra SV,  Munch voleva che  le sue opere rimanessero insieme, dunque la  vendita è in contrasto con i suoi desideri.  Un prestito a lungo termine potrebbe essere la soluzione migliore – propone Johansen -,  aumentando la conoscenza dell’opera e evitando peraltro che una vendita possa incoraggiarne altre.

Il governo della città ha chiesto al parlamento di votare sulla vendita di altre fotografie di Munch, “quando si siano altri casi, e  siano giustificatei da un punto di vista professionale”. La decisione dovrebbe arrivare nel 2013.

 Il Centre Pompidou è disposto a pagare fino a 30.000 euro per avere la fotografia. Una somma che finanzierebbe le celebrazioni del 150esimo compleanno dell’artista, nel 2013.

Angoscia all’asta
Edvard Munch, Self-Portrait by the Window c. 1940 oil on canvas, 33 x 42-1/2 inches Munch Museum, Oslo

 

 

 

 

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Him

Aveva detto che si sarebbe ritirato. Invece, dopo molte sculture suscitatrici di polemiche – in primis l’indimenticabile Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite – Maurizio Cattelan torna con una nuova, discussa, rivisitazione dell’icona hitleriana.

E questa volta la sua opera Him, raffigurante il dittatore improbabilmente genuflesso, ha come location il ghetto di Varsavia.

L’installazione divide il pubblico.  C’è chi la considera educativa e chi la ritiene offensiva per tutti gli ebrei che vissero e furono deportati dal ghetto di Varsavia, uccisi a migliaia o mandati a morire dal regime nazista. La statua ha attirato un gran numero di visitatori a partire dalla sua installazione il mese scorso, ma alcune organizzazioni hanno criticato la decisione di collocarla in un luogo così sensibile.

Il Centro Simon Wiesenthal ha detto che la statua è “una provocazione senza senso, che insulta la memoria delle vittime ebree dei nazisti “. “La sola preghiera che Hitler aveva in testa era di spazzare gli ebrei dalla faccia della terra”, ha detto Efraim Zuroff, direttore dell’organizzazione.

La statua di Hitler è visibile da un buco in un cancello di legno e gli spettatori possono vedere solo la parte posteriore della piccola figura orante in un cortile.

Cattelan non ha messo in chiaro per cosa Hitler sta pregando. Gli organizzatori della mostra sostengono  che la scultura ha lo scopo di far riflettere sulla natura del male. Fabio Cavallucci, direttore del Centro per l’Arte Contemporanea, che ha curato l’installazione, ha detto: “Non c’è alcuna intenzione da parte dell’artista o del centro di insultare la memoria ebraica. E ‘un’opera d’arte che cerca di parlare della situazione del male nascosto in tutto il mondo.”

Per il rabbino capo della Polonia, Michael Schudrich,  l’installazione provoca il pubblico con una forte domanda morale. Ha detto che è stato rassicurato dagli organizzatori sul fatto che non si cerca di riabilitare Hitler, ma che invece si mostra che il male può presentarsi nelle vesti di un “bambino dolce che prega”. “Ho pensato che potrebbe avere un valore educativo”.

Cattelan intervistato dalla Repubblica difende la sua opera dall’accusa di essere una provocazione – “nessuna mia opera è mai nata con quell’intento” (sic) –  e la definisce  “spirituale”. L’artista ha deciso di portare il suo Hitler inghinocchiato in un luogo simbolo della Shoah “perché dialogasse con la città”. “Ho pensato al gesto di Willy Brandt che arrivando a Varsavia 25 anni dopo la guerra andò a inginocchiarsi davanti al monumento dedicato agli ebrei vittime della Shoah. Da qui è nato il dialogo con quel posto”.

 “Da una mostra mi aspetto che ponga delle domande, più che dare risposte. Una mostra è fatta da opere il cui stesso significato cambia con il tempo. Vent’anni fa non ci ponevamo le domande di oggi. Se un’opera realizzata più di dieci anni fa, come è il caso di Him, continua a provocare discussione significa che assolve ancora il suo ruolo”.

“Hitler incarna l’immagine della paura. Mettendolo in scena non ho fatto che impossessarmi di un’icona del XXI secolo. Non c’è mai stata alcuna intenzione di offendere nessuno. Semmai c’è la fortuna di continuare a dialogare ancora attraverso le opere. Non tutte sopravvivino ai loro autori, quasi nessuna”, chiosa Maurizio Cattelan.

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Un ricordo d’infanzia di Leonardo

Una sola volta, a quanto mi è noto, Leonardo ha inserito una comunicazione sulla sua infanzia in uno dei suoi protocolli scientifici. In un punto che tratta del volo del nibbio s’interrompe all’improvviso per seguire un ricordo che affiora in lui dai suoi primi anni di vita.

Questo scriver sì distintamente del nibbio par che sia mio destino, perché nella mia prima ricordatione della mia infantia e’ mi parea che essendo io in culla che un nibbio venissi a me e mi aprissi la bocca colla sua coda, e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle labbra.

Un ricordo d’infanzia, dunque, e anche molto singolare. Singolare per il suo contenuto e per il periodo della vita in cui è situato. Che un uomo possa conservare un ricordo di quando era un lattante forse non è impossibile, ma non si può assolutamente considerarlo certo. Quello però che sostiene questo ricordo di Leonardo, che un nibbio apra la bocca a   un bambino con la sua coda, suona così improbabile, così fiabesco che a nostro giudizio sembra più conveniente un’altra interpretazione, perché risolve in una volta sola entrambe le difficoltà. La scena con il nibbio non dev’essere un ricordo di Leonardo, bensì una fantasia che si è costruito più tardi e che poi ha collocato nella sua infanzia. Spesso i ricordi d’infanzia degli uomini non hanno nessun’altra origine; in genere non vengono fissati e ripetuti a partire dall’esperienza vissuta, come i ricordi consci dell’età matura, ma vengono ripresi solo in seguito, quando l’infanzia è già passata, e quindi sono modificati, falsati, messi al servizio di tendenze più tarde, per cui in generale non possono essere più nettamente distinti dalle fantasie (…).

Se è vero che i ricordi d’infanzia incomprensibili e le fantasie di un individuo costruite su questi ricordi sottolineano sempre la parte più importante del sui sviluppo psichico, allora il fatto, confermato dalla fantasia del nibbio, che Leonardo abbia trascorso i suoi primi anni di vita con la madre deve aver avuto un influsso decisivo sulla formazione della sua vita interiore. Tra gli effetti di questa costellazione dev’esserci stato anche questo: il bambino che nella sua giovane vita aveva trovato un problema in più rispetto agli altri, cominciò ad almanaccare con particolare fervore su questo enigma, e così divenne precocemente un ricercatore, tormentato dai grandi quesiti sulla provenienza dei bambini e sul ruolo del padre circa la loro origine. L’intuizione di questo nesso tra la sua indagine e la sua storia infantile gli fece poi esclamare in seguito che probabilmente era destinato da sempre ad approfondire il problema del volo degli uccelli, dal momento che già nella culla era stato visitato da un nibbio. Sarà in seguito nostro compito, e neppure difficile, dimostrare che la sua sete di sapere rivolta al volo degli uccelli deriva dall’esplorazione sessuale infantile.

(tratto da Sigmund Freud, Racconti analitici, Einaudi, pgg.559-559 e 566)

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