To Be or Not to Be

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To Be or Not to Be, la commedia del 1942 di Ernst Lubitsch con Carole Lombrad e Jack Benny, riproposta nelle sale in versione restaurata e rimasterizzata,  ha avuto un imprevisto successo.  Sorpreso è lo stesso Vieri Razzini, della Teodora Film, che ha avuto l’idea di ridistribuire il film:

«Ci pensavamo da anni, ma quasi più come provocazione, come riflessione su un modo diverso di stare al cinema, godendosi un film solo per la sua bellezza senza effetti speciali, divi, e tutto il resto. Già se questi fossero stati i dati definitivi saremmo stati contenti. Così è un sogno».

Il film fu girato tra il 6 novembre e il 23 dicembre del 1941. Durante la lavorazione, il 7 dicembre, ci fu l’attacco giapponese di Pearl Harbour, che convinse gli Stati Uniti a entrare in guerra contro la Germania nazista. Il monologo di Amleto To be or not to be – sfondo ironico del film – è una riflessione sulla necessità o meno di entrare in campo e di agire. Con questo film il comico entra nel terreno della tragedia e la messinscena teatrale – è la storia di una compagnia di attori polacchi rimasti senza lavoro dopo l’invasione tedesca, poi coinvolti in un complotto antinazista – corrode la Storia e il Potere con il potere della satira.

“Eppure – scrive Lorenzo Rossi su Doppiozero – non esiste una risata che sia eccessiva, forzata o stonata in Vogliamo vivere!. E anzi, il tatto, la leggerezza e la sensibilità con cui il regista affronta temi tanto scottanti – e forse il celebre “tocco” per cui è diventato famoso in questo film lo troviamo proprio qui – ci lasciano il dubbio che lo stile di Lubitsch sia davvero l’unico possibile, l’unico autentico (proprio perché frutto di una costruzione estrema) e l’unico veramente efficace. E che Tarantino, a quasi settant’anni di distanza, abbia saccheggiato a piene mani Vogliamo vivere!  più di qualsiasi altro film per scrivere e realizzare Bastardi senza gloria, ci convince ancora più del fatto che il sapiente gioco di Lubitsch nell’utilizzare la Storia con la esse maiuscola e gli eventi reali anche terribili ad essa correlati, come elementi drammaturgici modellabili e riducibili ai propri scopi narrativi e alla propria concezione del mondo, rimanga uno degli approcci più brillanti e sagaci di sempre nei confronti del cinema storico, della satira politica e della commedia”.

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The cinema of Ernst Lubitsch

Ernst Lubitsch Film Clips 

Teodora Film

 

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Bergman pubblicitario

Ingmar-BergmanIngmar Bergman è di solito ricordato per la natura intensamente seria, e spesso cupa, dei suoi film. Parla spesso di  morte, angoscia, assenza di Dio. Niente di più lontano dal mondo pubblicitario. Eppure Bergman ha diretto una serie di spot sul sapone.  L’anno era il 1951, lui aveva 33 anni. L’industria cinematografica svedese, la sua principale fonte di reddito, era appena andata in sciopero per protestare contro le alte tasse del governo sull’intrattenimento. Con due ex mogli, cinque figli, una moglie ed un sesto figlio in arrivo, Bergman aveva bisogno di trovare un altro modo per fare soldi. Una soluzione si è presentata quando gli è stato chiesto di creare una serie di spot per il nuovo sapone antibatterico Bris (breeze, in inglese). Bergman si buttò nel progetto. In seguito ricordò:

ingmar-bergman-1341621650_bOriginariamente, ho accettato gli spot Bris per salvare la mia vita e quella delle mie famiglie. Ma questo era davvero secondario. La ragione principale per cui volevo fare pubblicità era che mi stata data una totale libertà economica  e potevo fare esattamente quello che volevo con il messaggio del prodotto. Comunque, ho sempre avuto difficoltà a essere ostile  quando l’industria si rivolge alla  cultura con l’assegno in mano. (a destra: Ingmar Bergman, foto di Irving Penn)

Arruolò il suo direttore della fotografia preferito in quel momento, Gunnar Fischer, e insieme fecero nove piccol film, della durata di poco più di un minuto ciascuno, che dovevano essere proiettati nelle sale cinematografiche nel corso dei successivi tre anni. Colse l’occasione per sperimentare  la forma visiva e narrativa. La cosa interessante è che in questi spot ci sono già molti dei dispositivi stilistici e dei motivi che avrebbe usato nei suoi capolavori: specchi, doppi, entrare o uscire da una storia come con un telescopio.  Non c’è bisogno di capire lo svedese per riconoscere il marchio del maestro.

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Slate – Dana Stevens parla del Bergman pubblicitario

Il colonnello Chabert

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Per parlare della morte, dell’effetto che i morti hanno sui vivi e del fatto che è meglio che i morti restino morti, Javier Marías a un certo punto degli Innamoramenti parla di un racconto di Balzac, Il colonnello Chabert.  “Un eroico colonnello dell’Impero, dato per morto ma scampato alla morte, – scrive Lanfranco Binni nell’introduzione all’edizione Garzanti – reclama invano la propria identità e i propri diritti; neppure l’aiuto di un avvocato riesce a ridargli il suo posto nella vita. Disgustato dalla meschinità che lo circonda, il colonnello sceglie di «morire» un’altra vola diventando un vagabondo senza nome. La lezione del dramma è riassunta dalle parole di un testimone: «Esistono nella nostra società tre uomini, il prete, il medico e l’uomo di legge, che non possono stimare il mondo. Essi vanno vestiti di nero forse perché portano il lutto di tutte le virtù e di tutte le illusioni». I conflitti d’interesse, l’egoismo spietato, sono i veri protagonisti dei due racconti; la loro forza è invincibile e condanna alla sconfitta chiunque agisca sulla base di valori diversi.  Birotteau e Chabert sono due ingenui; non c’è posto per loro in una società in cui tutto, dalla legge alle passioni, è asservito al denaro e alle ambizioni di potere”. (XXXIV-XXXV)

Ecco il passaggio in cui Chabert incontra la moglie, ormai sposata a un altro:

Il colonnello fece con la mano un segno a sua moglie per imporle il silenzio. Rimasero così, per una mezza lega, senza proferire parola. A Chabert sembrava di vedere davanti a sé i due bambini.

«Rosine!».

«Signore!».

«I morti hanno dunque torto a ritornare?».

«Oh no, no, signore! Non credetemi ingrata. E’ solo che, al posto della sposa che avevate lasciata, voi trovate una donna che ama, e una madre. Se non è più in mio potere amarvi, so tuttavia quel che vi debbo, e posso ancora offrirvi tutto l’affetto di una figlia».

«Rosine», riprese il vecchio teneramente, «io non ho più nessun rancore contro di te. Dimenticheremo tutto», aggiunse con uno di quei sorrisi la cui dolcezza è sempre il riflesso di un’anima bella. «Non sono così indelicato da pretendere una finzione d’amore da una donna che non mi ama più».

La contessa gli lanciò uno sguardo così carico di riconoscenza, che il povero Chabert avrebbe voluto rientrare nella fossa di Eylau. (pag. 56)

Il colonnello Chabert – film

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