Joyce suona la chitarra

Il lavoro di James Joyce ha ispirato molti musicisti – da John Cage a Kate Bush a Lou Reed. Lui stesso era un grande amante della canzone (la sua unica raccolta di poesie si intitola Chamber Music), e i lettori  di Joyce sanno che  molti dei suoi racconti e romanzi hanno migliaia di allusioni e citazioni di canti popolari e classici. E’ meno noto che il grande scrittore James Joyce era anche cantante e compositore. E che gli capitò di condividere il palco con il cantante lirico John McCormack.

joyce_pianoDi solito è ritratto al pianoforte  ma Joyce suonava anche la chitarra (la foto sopra, 1915,  fu scattata a Trieste dall’amico Ottacaro Weiss ). La chitarra di piccole dimensioni è ora in fase di restauro.

James Joyce Plays the Guitar, 1915

Restauro della chitarra di James Joyce

James Joyce the… Musician?

 James Joyce as a tenor

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“Sarai il quarto grande B”

Pears, tenore dalla voce considerata strana e secondo qualche critico provvista di una sola nota bella, divenne il primo Peter Grimes, il pescatore violento e crudele che per avidità di denaro distrugge la sua vita e quella dei suoi giovani apprendisti, ossessionato dalla disumanità e dal disprezzo degli altri. Subito si cominciò a confondere il personaggio con il suo autore, e lo stesso Britten lo confermò, lusingato, in un’intervista all’ americano Time: «Il soggetto di Peter Grimes è molto vicino al mio cuore, ed è la lotta dell’ individuo contro le masse: più malvagia è la società, più malvagio è l’ individuo». Britten pensava al suo pacifismo che lo aveva isolato dai compatrioti in guerra, ma un critico spiccio come Andrew Porter concluse che non era il pacifismo a isolare Britten, ma la lotta personale contro la sua omosessualità, rappresentata dai suoi personaggi sessualmente repressi: che nel 1983, a compositore sepolto da anni, fu indicato da un venerato studioso come «l’orribile sestetto», che rappresenta «la visione omosessuale prevalentemente negativa» di Britten. E i sei sono Peter Grimes dell’opera omonima, il capitano Vere e il maestro d’ armi Claggart di Billy Bud, il servitore Quint di Giro di vite, il re degli elfi Oberon di Sogno di una notte di mezza estate, lo scrittore Aschenbach di Morte a Venezia. Dodici opere, tante composizioni per orchestra, inni sacri, canzoni, musica vocale e da camera, Britten era un compositore irrefrenabile, e la sua musica, secondo gli esperti, è impressionistica, neoromantica, eclettica, evita l’avanguardia del suo tempo, è molto raramente atonale, mai dodecafonica, una musica basata su un “progresso conservatore”, che secondo Britten «deve piacere il più possibile alla gente». Ricordi del mare davanti a casa a Lowestoft, nel Suffolk, dell’ infanzia accanto a una madre che amava la musica e gli diceva, «sarai il quarto grande B, dopo Bach, Beethoven, Brahms», incubi di innocenza violata, come era capitato a lui bambino, da parte di un insegnante”. (da Natalia Aspesi, Repubblica, Benjamin Britten un musicista chiamato il quarto B)

Neil Powell, Benjamin Britten – A Life for Music, Hutchinson

Paul Kildea, Benjamin Britten – A Life in the 20th Century, Allen Lane

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Dopo aver festeggiato Verdi e Wagner, Antonio Pappano nel centenario della nascita di Benjamin Britten dirige, in apertura di stagione, l’opera più famosa del compositore inglese: Peter Grimes L’opera, in un prologo e tre atti, è tratta dal poema The Borough di George Crabbe e racconta la vicenda, ambientata in un piccolo borgo sulla costa inglese, di un rozzo pescatore accusato ingiustamente dell’omicidio del suo giovane mozzo. La prima esecuzione, il 7 giugno 1945 alla Sadler’s Wells Opera Company di Londra, fu un trionfo, Britten divenne improvvisamente famoso e fu considerato il nuovo paladino della musica inglese. La rappresentazione del Peter Grimes, in una Londra gravemente ferita dalla guerra, riposizionò la musica inglese sulla scena internazionale dopo anni in cui aveva dominato un atteggiamento conservatore. Il momento politico cruciale caricò Peter Grimes di un immenso valore simbolico. Le recensioni dell’epoca lo definirono come un opera ‘di genio’, ‘imponente e originale’, ‘sorprendente’. Le convenzioni operistiche ottocentesche sono adottate da Britten per raccontare un dramma che contiene in sé la grandezza del mare e la chiusura di un piccolo borgo nel quale si consuma una tragedia che nessuno tenta di impedire.

Alkan esce dall’ombra

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Amico di Liszt e Chopin, Charles–Valentin Morhange, detto Alkan, nasce nel 1813. La sua vita scorre oscuramente a Parigi.  Non riesce ad avere una cattedra nel conservatorio, non diventa Accademico di Francia, suona pochissimo in pubblico e si mantiene come insegnante di pianoforte. Così sconosciuto che quando muore, nel 1888, un cronista spiritoso scrive che Alkan aveva dovuto morire per far sapere di essere stato vivo. Ma tra i musicisti Alkan è una leggenda, da pianista e compositore. Alkan, il pianoforte visionario al Palazzetto Bru Zane a Venezia è l’occasione per scoprirlo. Un festival che propone il suo repertorio, dal 28 settembre al 3 ottobre: la musica per pianoforte a pedaliera, le trascrizioni per pianoforte dei concerti di Beethoven e Mozart, il ciclo delle 48 Esquisses, la Grande Sonate “Les Quatre Âges”, l’integrale della musica da camera. Purtroppo tra gli interpreti mancherà Marc-André Hamelin.

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“Alkan e Liszt si conobbero nel 1828 a Parigi in casa della principessa della Moskova: il primo aveva quindici anni, il secondo diciassette, Alkan aveva vinto nel 1824 il Premier Prix nel concorso annuale del conservatorio di Parigi ed aveva fatto nel 1827 una tournée in Belgio, mentre nel 1827 Liszt, enfant-prodige del concertismo, si era addirittura ritirato – momentaneamente – a vita privata. Liszt, sul pianoforte, era un fenomeno che già a quindici anni aveva retto splendidamente il paragone con i più celebri virtuosi dell’epoca, con gli Hummel, con i Moscheles, con i Kalkbrenner. Alkan possedeva doti altrettanto strepitose di strumentista, ma non di concertista, perché era schivo di carattere e privo di quel tocco di compiaciuto esibizionismo che il concertismo richiedeva imperiosamente. Sappiamo che Liszt suonò, quella sera nel palazzo della principessa, e che Alkan rimase molto impressionato, tanto da mettersi a piangere dalla disperazione, dopo essere tornato a casa, e da non poter chiudere occhio per tutta la notte.

L’ultimo Sudio, Il Festino di Esopo in mi, ispirato al banchetto degli animali (si riconoscono benissimo l’asino, il leone, il cane, le colombe), è un tema con variazioni che compendia tutta la poetica di Alkan, il realismo, il simbolismo, il fantastico, l’umoristico, il grottesco. Ecco qualche didascalia: marziale, quasi-corni, lamentevole, tempestuoso, impavidé, e scampanantino, trombata, abbajante, preghevole, il tutto sotto la cappa di un tempo, Allegretto senza licenza quantunque, che esige la consultazione di un esperto linguista.

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A fare da contrappeso all’Alkan babilonico abbiamo l’Alkan salottiero che forniva musica alle sue allieve parfumées et froufrounnantes per la buona ragione che lui, con le lezioni, ci campava”. (P. Rattalino, Guida alla musica pianistica, pgg. 8 e 11)

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