La storia infinita di Scott e Zelda

zAldilà e oltre la letteratura, c’è un romanzo che riguarda Francis Scott Fitzgerald e che è destinato a non finire mai. E’ la storia del suo amore con Zelda, o meglio: la storia di un vero o presunto antagonismo tra i due,  dove lei sarebbe stata adombrata dal successo e dalla prepotenza del marito e non avrebbe potuto esprimere il suo talento di scrittrice.

Un destino che nella sua dinamica  i due condividono con la coppia Sylvia Plath e Ted Hughes – storia rivisitata di recente per le dichiarazioni della vedova di Hughes, e cominciata, editorialmente parlando, con i Diari della stessa Plath  -, anche per la drammaticità dell’epilogo (Sylvia suicida, Zelda morta nell’incendio della clinica psichiatrica in cui era ricoverata).

saveQuali sono gli elementi di questa infinita narrazione? Innanzitutto, gli editori sanno che Fitzgerald è un ‘brand’ che attira ancora oggi molto, almeno quanto Jane Austen. Poi, la storia dei due, belli e dannati, si presta moltissimo a infinite revisioni. Un elemento soprattutto permette questo: la figura ambigua di lei, i suoi problemi psichiatrici, il ricovero. Questo fa sì che il finale sia sempre ‘aperto’, sempre suscettibile di nuove interpretazioni.

La novità di quest’ultimo periodo è che l’interesse si è spostato decisamente a lei, la figura in ombra e vittima della prepotenza maschile dello scrittore affermato, che le impedì di scrivere su argomenti che interessavano a lui. Un interesse così forte che negli Stati Uniti c’è una vera e propria Zelda-mania.

Smith-Guests_on_Earth_horizSono infatti usciti ben quattro romanzi con lei protagonista, ognuno dedicato a un aspetto diverso della sua vita.

Z, tradotto in Italia da Frassinelli, si ispira  alle lettere di Zelda. Beautiful Fools, sul disastroso viaggio a Cuba con cui i Fitzgerald tentarono di ricostruire la loro unione. Call Me Zelda racconta i giorni nella clinica di Baltimora quando lei scrisse Save Me the Waltz (a sua volta molto riscoperto in questo periodo). Da oggi la c’è la versione Kindle di The Collected Writings , che riunisce gli scritti di Zelda.

Ma il titolo più interessante, che rivela un aspetto meno noto, arriverà a ottobre con Guests on Earth di Lee Smith, sul periodo trascorso nella clinica mentale del North Carolina, dove Zelda morì durante l’incendio del 1948.

“L’opera – racconta nel dettaglio questo articolo di Gabriele Pantucci su Repubblica – riporta alla luce la conversazione-conosciuta solo da pochi studiosi – tra Zelda e il marito, alla presenza del dottor Thomas Rennie e di uno stenografo. L’ intransigenza di Scott Fitzgerald nell’impedirle di esprimersi scrivendo risulta un’incontestabile realtà. Lo scrittore era furioso con la moglie foolse con la psichiatra, che avrebbe incoraggiato Zelda a scrivere come terapia per curare la schizofrenia. (…).  Alla sfuriata di Fitzgerald con la psichiatra, Zelda rispose sottomessa spiegando di aver inviato il dattiloscritto direttamente all’editor Maxwell Perkins per non distrarre il marito dalla scrittura: «Scott, ti amo più di qualsiasi cosa al mondo e mi sento una miserabile per averti offeso… per favore amami – la vita è tanto confusa, ma io ti amo».

Fitzgerald riottenne il dattiloscritto, si trasferì da Montgomery in albergo a Baltimora ed estorse a Zelda – all’ inizio riluttante – tutte le modifiche che considerò necessarie. Un mese dopo, Maxwell Perkins ricevette la nuova versione col titolo Save Me the Waltz, che Zelda aveva trovato in un catalogo di dischi. Uscì nell’ottobre del 1932: vendette 1.500 copie, fu sminuito o ignorato dai critici, che lo considerarono il tentativo di una moglie intrigante di assicurarsi un passaggio gratuito sulla coda della celebrità del marito. Ben diversa fu la reazione britannica quando il libro fu pubblicato nel 1953, cinque anni dopo la morte di Zelda, e il Times Literary Supplement definì la sua prosa “potente e memorabile”. Il romanzo di lui venne pubblicato nel 1934 come Tenera è la notte. Oggi Save Me the Waltz è considerato come complementare a quest’ opera di Fitzgerald”.

Zelda Fitzgerald, l’amore di una vita del Grande Gatsby

Tracciando Gatsby

Francis Scott Fitgzerald – BartlebyCafé

“E il naufragar m’è dolce…”

Tra i ricordi studenteschi più incancellabili si trovano certo le metafore leopardiane, immagini che scolpiscono le idee con tratti perentori. Per esempio nell’Infinito, il termine “le “morte stagioni”  per tempo ormai trascorso, “la presente e viva, e il suon di lei”  per tempo presente fatto di azioni quotidiane;  “e il naufragar m’è dolce in questo mare”…

Un saggio indaga la forza cognitiva della metafora, dichiarata dal poeta con la dinamica del piacere estetico metaforico attribuito alle ardite analogie che la mente scopre in un punto. Il piacere intellettuale che deriva da questa fulminea scoperta si produce nella metafora viva (per dirla con il filosofo Paul Ricoeur), qualora il lettore sia in grado di ‘saltare’ il significato metaforico (quello che oggi chiamiamo il focus della metafora, o elemento ricevente), per concentrare l’attenzione sul veicolo metaforico, ovvero l’elemento emittente dell’immagine.

A questa riflessione è dedicato Quel punto acerbo. Temporalità e conoscenza metaforica in Leopardi di Antonella Del Gatto, pubblicato dall’editore Olschki (pagine 116, euro 22) nella Biblioteca dell’Archivum Romanicum. Analizzando di alcune Operette e Canti si segue, all’interno dell’imponente metaforologia leopardiana, l’evoluzione di alcune tra queste immagini che proiettano la loro forza sull’architettura testuale: prima fra tutte, proprio quella del punto. Anche con la mediazione di un interprete raffinato come Giovanni Pascoli (a cui è dedicato l’ultimo capitolo del volume), si propone un’interpretazione della metafora leopardiana secondo la concezione che oggi chiameremmo interattiva, per cui essa si presenta come un conflitto concettuale aperto, il punto d’arrivo della strategia comunicativa di un pensiero consapevolmente e orgogliosamente analogico. (sopra, Giacomo Leopardi secondo Tullio Pericoli)

Olschki

Giacomo Leopardi

Leopardi e il tema della vita come rappresentazione scenica

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Doso la polvere

I sogni, annuncia l’autrice nell’impavida poesia d’apertura, lei li ha uccisi tutti «con una lancia sola». Non così la memoria: a questa concede dei ritorni, perché la memoria, a differenza dei sogni, si lascia tenere a freno, si lascia dosare, come dice il titolo della raccolta: ma anche questa a un certo punto s’impone un gesto deciso, un non voler più vedere, un «lasciar fuori» a costo di chiudere fuori se stessi, come dice il notturno finale, dodici scarni versi in cui nel silenzio della casa si sentono battere le ore. La casa è talvolta un luogo di benessere e raccoglimento dove Anna siede comodamente fra oggetti rassicuranti, libri, teiere, vestiti e con la vista del suo annatoscanogiardino – è la durata, talvolta è invece un luogo caotico, con roba sparsa dappertutto, e che cos’è il caos se non la voce del provvisorio e del contingente? Anna abita a Venezia, la città cinta da un filo rosso, la città “monile” che si può rendere solo con l’ossimoro di “realtà immaginata” e dove paradossalmente «è sempre tutto uguale» e «sempre tutto diverso». A Venezia non arriva il futuro, non si può «oltrepassare il passato», ci si muove come con l’occhio a uno specchietto retrovisore, e si va a piedi. Andare, andare a piedi: è un leitmotiv della raccolta. Passi, tanti passi: lei potrebbe raccontare la propria storia tenendosi a questa semplice unità di misura. Una storia non solo veneziana, perché troviamo Anna anche a Parigi, a Siviglia. È il nostro nomadismo d’oggi. Ricordiamo che lei è da anni un’appassionata fotografa. Fotografia rigorosamente in bianco e nero, e non è un caso: anche nelle sue poesie non sparge colori, tranne che nel ricordo della madre (nella perfetta Ti ho cercata) e in Ho visto dove per un istante appare un’intoccabile – biblica o classica? – danzatrice al bagno. Anche il nero convenzionale della depressione («La depressione non è») consiste solo in variazioni di un bianco legato al corpo. In una sua famosa conferenza del ’50, Problemi della lirica, Gottfried Benn bollava l’uso dei colori nella poesia come un cliché buono per un’analisi dall’oculista, e lo metteva insieme ad altri vecchi trucchi quali similitudini, tono serafico ed emozioni paniche. Nulla di tutto questo nella disadorna Anna, che non è tenera nemmeno con le emozioni, se si eccettuano poche calde note per due defunte, la nonna e la madre, come l’accorata Ultime cose con quella sapiente chiusa che esalta una frase delle più banali col troncarla a metà. L’eros è oggetto di un’ispirata ma alquanto malinconica riserva in due che sono fra le più intense liriche della raccolta: La voce era tutto e Cercando quando. «C’era un tempo in cui un noi / ci doveva essere», anche se mai furono scritte lettere d’amore e lei è rimasta a guardare l’uomo passare davanti alla finestra. Ironica e saggia, nella seconda raccomanda a un poeta che vorrebbe amarla di aspettare «a settembre, / che ci spezza sull’autunno / senza nemmeno un rumore / di speranza». La speranza come rumore risibile, aleatorio: è solo un esempio del felice rinominare le cose comuni a metà strada fra percezione e invenzione, di cui consiste la lingua poetica dell’autrice. Così anche dove, in biblioteca, ferma su un libro, sta per attribuirsi una «temperatura egologica fredda / e l’incapacità di sentire gli altri»: «concetti strani», dice, sapendo benissimo che non sono tali, e che siamo soltanto nel drammatico gioco del saputo e rimosso. Rime e assonanze sono ritorni ovvero implicite ripetizioni, e anche di queste Anna fa un uso parco. Più proprie le sono le anafore che riprendono interi sintagmi e, in tanto disincanto, sembrano cercare (vedi Vi guardo) un cantabile, quasi una nenia che plachi le implacabili dissonanze del desiderio: in vita volevo dormire, e se da morta vorrò invece essere viva?

(prefazione di Anna Maria Carpi)

QUI, DOVE VIVO

In queste due dozzine di anni
ho calpestato
queste migliaia di pietre,
a due piedi
a quattro piedi
a decine di piedi,
ho baciato sotto quell’unico lampione
cinque bocche
venti bocche
quante bocche,
ho dormito in questo letto
con quante persone
tante persone,
i sogni
li ho infranti tutti
con una lancia sola.

LE QUATTRO DELLA NOTTE

Le quattro della notte
e poi le cinque del mattino
il sei di settembre
che sarebbe anche fine estate.

Rovisto
nelle tasche della memoria
e doso la polvere.

È che non voglio più
vedere troppo, vedere tutto.
Voglio lasciar fuori,
anche quando
mi chiudo fuori.

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Doso la polvere – La Vita Felice

letteraturanecessaria – recensione

Poetarum Silva

Recensione sul Sole24Ore

Intervista a Anna Maria Carpi – BartlebyCafé