Il portiere e lo straniero

Se Albert Camus non avesse giocato in porta quand’era ragazzo non avrebbe mai scritto Lo straniero in quel modo fantastico. O meglio ancora: Albert Camus ha scritto Lo straniero in quel modo fantastico perché, da ragazzo, ha giocato in porta.” Intorno a questa idea, che a prima vista potrebbe apparire bizzarra, Emanuele Santi ha iniziato alcuni anni fa un viaggio che l’ha portato prima sulle strade labirintiche di Algeri e dintorni poi a un romanzo intrigante, coinvolgente e appassionante, Il portiere e lo straniero, edito da L’asino d’oro (2013, pp.138, euro 12). Santi non è un accademico, né un critico letterario, né un giornalista o uno scrittore di professione. E’ un quarantatreenne straordinariamente curioso, capace di infilare lo studio, la ricerca e la passione per il racconto e per lo sport negli interstizi del suo lavoro di aeroportuale turnista. Lo fa settimanalmente sulle pagine di Left-Avvenimenti, con la rubrica “Calcio mancino”. L’ha fatto in modo più esteso e approfondito con questo romanzo.

Letteratura e sport sembrano appartenere (per l’antico vizio di separare corpo e mente) a due mondi diversi, inconciliabili, senza vie di comunicazione tra loro. Tranne a chi vive dentro di sé la passione per l’uno e per l’altro e comprende quanto la pratica sportiva possa incidere sulla formazione e sugli strati più profondi dell’inconscio e della personalità. Di quest’esperienza non c’è forse testimone più attendibile di Albert Camus, che proprio nell’anno del suo Premio Nobel, il 1957, aveva scritto su France Football: “Dopo tanti anni in cui il mondo mi ha concesso molte esperienze, ciò che so con maggiore certezza sulla moralità e sul dovere lo devo al calcio”.

La citazione era assai nota, ma solo Santi l’ha inseguita con il fiuto e la costanza di un ricercatore per portare alla luce le tracce dell’esperienza di giovane portiere di calcio sulla costruzione narrativa e la scrittura di Camus. In particolare su uno dei suoi capolavori, Lo straniero. Santi ci guida per le stesse strade del suo viaggio, della sua ricerca, delle sue straordinarie conclusioni. Lo sguardo è ampio, una visione aerea che parte dalle origini della conquista coloniale francese dell’Algeria, nel 1830, e ci conduce attraverso i luoghi dove il piccolo Albert nacque e crebbe, orfano di guerra, in una famiglia povera, con la sua “fame di mondo”. La sua passione per il calcio lo nutre fin da piccolo e lui si esprime subito nel ruolo che gli è più congeniale, quello del portiere: solo come lo scrittore, “nella condizione necessaria – scrive Santi – di osservare il mondo da un altro punto di vista […] con uno spazio da difendere, a mani nude, le stesse mani dello scrittore, quelle che vorrebbero rispondere agli impulsi del cervello e, invece, il più delle volte vanno da sole, con la memoria dei movimenti imparati e con l’istinto di sopravvivenza”. L’autore segue il percorso dell’adolescente Albert, parallelo a quello del calcio algerino alla ricerca dell’indipendenza dallo sport francese, dove Camus diventa, alla fine degli anni ’20, portiere nella formazione juniores e gran tifoso del RUA d’Alger, terza squadra nazionale. Il romanzo racconta la sua impresa sportiva di “mettere in angolo” la tubercolosi a 17 anni e poi il suo volo verso l’impegno filosofico, politico, letterario, con occhio inguaribilmente appassionato per lo sport e per i grandi portieri.

Emanuele Santi, che si fa lui stesso personaggio tenero e un po’ impacciato del romanzo, cerca nella Casbah le tracce della casa, del liceo e del campo sportivo, vede i bambini algerini “liberi con la palla tra i piedi” come i compagni di Albert negli anni ’20. E comprende, come in un’illuminazione a lungo inseguita, che lo scenario del momento cruciale de Lo straniero, con il protagonista Meursault che uccide un arabo con quattro colpi di pistola, è identico a quello del piccolo campo di calcio dove giocava Albert bambino. E che la scena si può leggere, senza dubbio, come una cronaca incalzante di un’azione di calcio dal punto di vista del portiere, con tanto di terzini davanti a sé, che non riesce a difendere la sua porta dall’attacco avversario. Lo scrittore-viaggiatore Emanuele Santi riporta a casa, con il suo romanzo, un risultato che ha riscontrato in pochi mesi interesse, attenzione, apprezzamento dei lettori, dei critici, degli studiosi. Giusto in tempo per il centenario della nascita di Camus, il 7 novembre. Non a caso sarà anche lui, nel giorno dell’anniversario, tra i relatori di un convegno di studio nella Biblioteca del Senato, a Roma. A ricucire, nella sua originale lettura di Camus, quella linea di confine sottile e invisibile tra la scrittura e l’esperienza sportiva.  (Luciano Minerva)       

Il portiere e lo straniero (di Paolo Zefferi)

Felici i felici

Felices  los amados y los amantes y los que pueden  prescindir del amor. Felices los felices.

 Felici gli amati e gli amanti e coloro che possono fare a meno dell’amore. Felici i felici.  (Borges)

E felice quella scrittura – come questa di Yasmina Reza – che condensa dei mondi psicologici in poche pagine, inanellando intuizioni che raccontano di relazioni e di coppie. Un abile e baluginante caleidoscopio in ventuno monologhi che alterna sarcasmo pungente e comicità, momenti lirici e tragicomici . Già famosa per Il Dio del massacro e Art, Yasmina Reza continua anche in questo libro l’investigazione a freddo della relazione con l’Altro e della sua spesso ossimorica fenomenologia.  La forma del racconto è oltrepassata dalla maggiore laconicità, spesso spiritosamente elegante, di una scrittura che sa essere teatrale e lirica nel suo variare attorno  all’idea – attitudine inesausta alla felicità; e mettendosi  Al di sopra delle cose, come recita un suo titolo del 2003 .  La prima sua opera aveva come titolo  Una desolazione. Con gli anni ha sviluppato questo sguardo sensibile alle esistenze inquiete , all’incomunicabilità e alla solitudine. “Un teatro dei nervi”, per definizione dell’autrice stessa.

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Yasmina Reza, Felici i felici, Adelphi  yasmina

recensione Le Figaro

Yasmina Reza: «Les couples me dégoûtent»

Il dio del massacro – BartlebyCafé

 

Incipit

Stavamo facendo la spesa per il weekend al supermercato. A un certo punto lei ha detto, vai a metterti in fila ai formaggi che io intanto penso al resto. Quando sono tornato il carrello era mezzo pieno di cereali, biscotti, buste di liofilizzati e creme da dessert, ho detto, che ce ne facciamo di tutta questa roba? – Come che ce ne facciamo? Ho detto, che senso ha tutta questa roba? Hai dei figli, Robert, e a loro piacciono i Cruesli, le merendine, adorano i Kinder Bueno, e mi indicava le confezioni a una a una, ho detto, è assurdo ingozzarli di zucchero e grassi, è assurdo questo carrello, lei ha detto, che formaggi hai comprato? – Un caprino di Chavignol e un morbier. Ha gridato, e il gruyère? – Me lo sono scordato e di sicuro non ci torno, c’è troppa gente. – Se compri un formaggio solo sai benissimo che devi comprare il gruyère, chi mangia il morbier a casa nostra? Chi? Io, ho detto. – E da quando in qua mangi il morbier? Chi è che lo vuole il morbier? Ho detto, smettila, Odile. – A chi piace quella schifezza di morbier?! Sottinteso «a parte tua madre», ultimamente mia madre ci aveva trovato un bullone, ho detto, Odile, stai urlando. Ha strattonato il carrello e ci ha buttato una confezione da tre di tavolette Milka al latte. Ho preso le tavolette e le ho rimesse sullo scaffale. Lei le ha rimesse nel carrello ancor più rapidamente. Ho detto, io me ne vado. Ha risposto, ma vai, vai, non sai dire altro, è l’unica risposta che trovi, appena sei a corto di argomenti dici me ne vado, tiri subito fuori questa minaccia grottesca. E’ vero che dico spesso me ne vado, riconosco che è vero, ma non vedo come potrei non dirlo, dato che è l’unica cosa che ho voglia di fare, dato che non vedo altra via di uscita se non la diserzione immediata, ma riconosco anche che lo comunico sotto forma, sì sotto forma di ultimatum. Allora, hai preso tutto, dico a Odile spingendo bruscamente il carrello,  o dobbiamo ancora comprare altre stronzate? – Ma come mi parli! Ti rendi conto di come mi parli?  Dico, va’ avanti. Vai! Niente mi irrita più dei suoi risentimenti improvvisi, quando tutto si ferma, tutto si pietrifica. (pag. 11-12)