Black Gold Hotel – La Mongolia di Michele Palazzi premiata al WPP

«La Mongolia è un Paese che sta cambiando, dove la gente, e soprattutto i giovani, ha lo sguardo puntato verso il futuro, non vuole guardare com’era e com’è, ma come vorrebbe diventare», racconta Michele Palazzi nell’intervista a Chiara Rancati per l’agenzia Ansa. Il senso di sospensione tra il vecchio e il nuovo della società mongola è l’essenza di Black Gold Hotel, progetto premiato al World Press Photo come migliore storia nella categoria Daily life.

Michele Palazzi

Michele Palazzi © Copyright ANSA

«L’idea è nata da una curiosità personale, una ricerca un po’ nostalgica di ciò che sta scomparendo la Mongolia in questi anni vive una crescita economica molto rapida, e i mutamenti che questo genera l’hanno resa la scelta perfetta per vedere come la mentalità contemporanea, capitalista, intacca inesorabilmente il modo di vita tradizionali».

Michele Palazzi

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Poi diversi viaggi, nella capitale Ulan Bator e nel deserto dei Gobi, incontrando della società mongola le sue diverse componenti: «Nel deserto ho vissuto il momento emotivamente più forte vivendo con i nomadi e come loro, perché‚ per ritrarli nei loro gesti quotidiani devi unirti al loro lavoro, aiutarli a curare i cammelli, spostarti con loro. E questa condivisione di stile di vita, in un luogo così atipico e lunare, mi ha fatto vedere un barlume di storia, ci ho rivisto una tradizione millenaria». Una prospettiva che si ritroverà anche nel suo prossimo progetto nel Guingzhou, nella Cina del Sud: «La politica di espansione dei centri urbani scelta dal governo cinese porta a uno spopolamento delle aree rurali, un processo che è ormai inarrestabile; quello che vorrei fare è raccontare in immagini questo processo, che sta cambiando la struttura ossea del Paese e del mondo». I premiati del World Press Photo 2015

Michele Palazzi

Michele Palazzi © Copyright ANSA

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Eroe e carnefice. Dalla finestra

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L’immagine più straziante del massacro di Charlie Hebdo – un agente a terra che implora clemenza in un gesto disperato al carnefice, che lo fredda subito dopo. E’ straziante perché quel gesto, rubato a una dinamica della ferocia aldilà di ogni immaginazione, resta impresso nella sua umanissima gratuità. E’ straziante perché  l’uomo a terra è musulmano come il killer, a ricordare con un beffardo paradosso del destino che l’Altro che il terrorista vuole cancellare non è così Altro da lui. E’ straziante come lo sono le immagini che congelano la diade inestricabile di Bene e Male. E infine è straziante perché è pentito l’autore di quella immagine, tratta da un video che ha violato l’intimità della famiglia di Ahmed. Come ha osato prendere quel video e diffonderlo? Ho sentito la sua voce e l’ho riconosciuto. Poi ho dovuto vederlo girare tutto il giorno, ha detto il fratello della vittima, Marek Melabet. Ero completamente in panico – racconta l’ingegnere che lo ha diffuso (per 15 minuti, ma sono bastati) – dovevo parlare con qualcuno, ma ero solo in casa. Ho messo il video su Facebook e ho fatto un errore. La compulsività del voyeur affacciato alla finestra sul cortile ha avuto la meglio.

L’ultimo reportage di Michel du Cille

 

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Fotografo del Washington Post ,  Michel du Cille – vincitore di tre premi Pulitzer – è morto di infarto in Liberia mentre realizzava un reportage sull’epidemia di Ebola. Il Washington Post lo ricorda per la sua capacità di catturare immagini delle lotte e dei trionfi dell’uomo e definendolo uno dei più bravi fotografi al mondoIn questa intervista parla del suo ultimo reportage.

small_120417-205413_211239_nysw115_pulitzer_priQual è stata la più grande sfida nel raccontare Ebola, fisica o mentale?
Mentale…  Credo che il mondo debba vedere quanto sono orribili e disumanizzanti gli effetti di Ebola. Dopo otto viaggi nel continente africano, non mi lamento più della durezza della vita. Per me ogni viaggio lì un’esperienza quasi spirituale. Penso sia in parte dovuto al fatto che mi relaziono bene al mondo dell’Africa occidentale. Crescere in Giamaica era molto simile; la cadenza, il linguaggio del corpo delle persone erano molto simili.

C’è una storia analoga che ti ha preparato a questa?
No, niente nei miei 40 anni come fotoreporter è mai stato paragonabile.

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Dal racconto di Lenny Bernstein, giornalista del Washinton Post, ripreso dal Post , Dodici giorni in Liberia, senza toccare nessuno:

«DuCille non si comportava alla mia stessa maniera. Nonostante si lavasse le mani col cloro tanto spesso quanto me, aveva perso da tempo l’istinto umano di autoconservazione: probabilmente era accaduto quando aveva passato sette mesi a fare foto in posti dove si commerciava droga – o dove era costretto a schivare pallottole – in Afghanistan. In Liberia, è entrato in un ex ospedale di Monrovia che fungeva da centro di trasferimento per i malati e i morti della città, dove i corpi invadevano il pavimento. Questo ha richiesto che si attrezzasse coprendo ogni centimetro della propria pelle con un “kit per la protezione personale”, quelle specie di tute da astronauta che sono diventate un simbolo dell’epidemia. Indossarla e poi togliersela di dosso è un processo lungo e complicato. Un solo errore nella procedura, e rischi che il virus venga a contatto con la pelle. Mi sono rifiutato di andare in qualsiasi posto dove fosse richiesto di indossarlo».