Orgoglio e kitsch

Se fosse un’opera di Jeff Koons non ci sarebbe da stupirsene. Evocando associazioni che vanno da Leda e il cigno al mostro di Lochness, è emersa dal lago Serpentine di Hyde Park l’icona letteraria da sempre oggetto di sconfinato désir nelle fattezze prestanti di Colin Firth. La statua di 3 metri e mezzo in fibra di vetro è un omaggio alla serie tv del 1995 Orgoglio e pregiudizio in cui Colin Firth vestiva i panni di Mr. Darcy. Una scena di culto della serie (vedi sotto) mostrava Firth che usciva dall’acqua con la camicia bagnata.

Lo scultoreo sex symbol  è l’ultima espressione del connubio tra arte pubblica e pubblicità. Infatti è lì per promuovere Drama, nuovo canale digitale gratuito britannico dedicato a programmi come appunto  Pride and Prejudice.

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Dolore in Photoshop

Si è aperta una discussione – vagamente surreale, data la tragicità dell’immagine  -attorno alla foto che ha vinto il World Press Photo di quest’anno: quella, di Paul Hansen, dei due fratellini uccisi a Gaza da un missile israeliano.

Fa notare proprio questo stridore  Samuele Pellecchia, fotografo e direttore dell’agenzia Prospekt, nel suo intervento sull’Huffington Post. L’accusa – scrive – non è di aver modificato la fotografia, ma quella di aver lavorato colori e luci della foto drammatizzandola in modo eccessivo, per sottolineare la gravità di una situazione già di per sé profondamente drammatica. Nei blog di fotografi e fotografia si parla di questione etica.

“Per un attimo la luce è rimbalzata sui muri della stradina”, ha spiegato Hansen nel blog Lens sul New York Times. Posto che oramai le foto ritoccate sono la norma, e che l’immagine di Hansen sia semmai stata lavorata male, non in modo eccessivo, resta il fatto – osserva Pellecchia – che i bambini qui davanti sono morti veramente. Che non è teatro. Non è fiction. Che la disperazione che vedo è vera. Non proviamo più nulla – conclude  – perché abbiamo visto troppo e troppo da vicino, quindi ci permettiamo di criticare una foto per come è lavorata – e sottolineo NON modificata – dimenticandoci di guardarci dentro. Di guardare la fotografia. Tirar troppo su il contrasto o desaturare i rossi non modifica ciò che mostra questa foto. In altri casi può succedere, ma non in questo. Può piacere o meno, ma questa è una questione estetica.

Questo commento ci colpisce perché solleva una questione discussa da Susan Sontag in un saggio di alcuni anni fa, Davanti al dolore degli altri. Come reagiamo davanti alla sofferenza, quanto siamo assuefatti a immagini terrificanti? Secondo la Sontag la reazione ottimale è che la fotografia produca un pensiero critico – dunque non necessariamente empatico e ‘commosso’ – che dovrebbe farci pensare che quella cosa accade davvero, e perché accade, e chi la mette in essere.

 Della questione etica/estetica si era discusso anche a proposito della foto premiata  l’anno scorso (se ne è parlato in Ed è subito icona). Un’altra domanda ci si potrebbe fare, come fa notare nel suo blog  Michele Smargiassi: Cosa spinge i fotoreporter, cacciatori di “storia presa dal vero”, a pigiare sul pedale dell’effetto scenografico? Si stilizza per essere accettati da una cultura visuale dominata dalle estetiche della moda e della pubblicità. Effetti speciali per “bucare” l’indifferenza mediatica che stritola la fotografia di reportage. Insomma,  si alza l’intensità degli effetti per catturare sguardi assuefatti. Si cerca la qualità iconica della composizione che si impone immediata all’attenzione. Accanto a tutto questo, nei premi emergono anche scatti più discreti e  complessi. Come quelli segnalati qui: Ebrahim Noroozi, Paolo Pellegrin, Maika Elan, Jan Grarup.

La bisaccia del giornalista

Viviamo in una età di mezzo. Quello che ci stiamo lasciando alla spalle è chiaro. Ma se proviamo a chiederci verso dove stiamo andando le certezze spariscono. “La bisaccia del giornalista” nasce dal bisogno e dalla voglia di capire: chi siamo dove andiamo e come. Cosa è bene portarci dietro e cosa è meglio abbandonare. Ma soprattutto è un libro contro l’indifferenza, contro il feticcio di una presunta obiettività del giornalista che, di solito, maschera l’adesione al pensiero dominante. Per una informazione che smetta di essere forte coi deboli e debole coi forti, che non lasci mai notizie orfane, che sappia uscire dai palazzi del potere per “camminare domandando” all’interno della società.

Fare domande lungo la strada della vita, professionale e non solo, significa fuggire qualunque certezza precostituita; significa essere disposti ad avere ogni volta occhi nuovi per guardare gli stessi luoghi; significa essere capaci di viaggiare sempre “in direzione ostinata e contraria” rispetto al pensiero dominante, senza avere in tasca formule miracolistiche (…).

Questo libro nasce da una insoddisfazione e da una speranza. Dall’insoddisfazione di vedere l’informazione ridotta a “brusio dell’insignificante” (come scrive Todd Gitlin) o peggio, a strumento di/per il potere, come profetizzava lucidamente Pier Paolo Pasolini: due facce di una stessa medaglia. Dalla speranza che un moto d’indignazione condivisa porti al rovesciamento del tavolo, restituendo al giornalismo il ruolo di cane da guardia della società nei confronti del potere, di strumento di partecipazione e riscatto per i senza voce, effetti collaterali di ogni guerra: militare, politica economica. (tratto dall’Introduzione)

La colonna sonora del libro

Dissensi

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