Contro la memoria

Piperno continua a riflettere sulla memoria.   Lo aveva fatto nel suo ultimo romanzo, Inseparabili – sottotitolo ‘Il fuoco amico dei ricordi’, appunto – e con questo saggio, dal titolo provocatorio, dedicato a Proust, decostruisce la vulgata dello scrittore   che detiene il brand, si può dire, del valore simbolico del ricordare, del temps retrouvé eccetera, vedi rito (ma involontario) della madeleine. Tutto questo – sulla scia della lucida e nichilista lettura di Beckett – per spiegare che, come si dice di persone che possono farci del male, il tempo è meglio perderlo che trovarlo. E che comunque, il tempo è irrimediabilmente perso. Insomma, le vera ossessione è quella per l’Oblio.

“La cosa su cui Proust si concentra è sulla capacità dei suoi personaggi di dimenticare (…). E tutto sommato lo stesso Narratore è molto più ossessionato da tutto quello che la sua mente è incapace di ricordare che da quello che effettivamente ricorda. L’esibita diffidenza proustiana per qualsiasi forma di intellettualismo, d’altronde, la dice lunga sulla sua sfiducia nei confronti della possibilità degli uomini di conservare in vitro ciò che ormai ha smesso di esistere. Ebbene, tale attenzione maniacale prestata alla Memoria e all’Oblio è parte integrante della profezia proustiana. E solo alla luce della Shoah, la tensione irrisolta tra ciò che andrebbe conservato e ciò che è destinato a essere dimenticato, così drammaticamente messa in scena dalla Recherche, perde il suo afflato lirico, e assume un’ineludibile rilevanza tragica” (p. 38).

Dunque,  anche attraverso la lettura di Beckett  Piperno smonta il presunto sentimentalismo proustiano. Ma cosa pensava Beckett di Proust esattamente?

“…il procedimento proustiano è quello di Apollo che scortica Marsia, e afferra senza sentimentalismo l’essenza, le acque frigie (…) Proust non commercia in concetti, ma persegue l’Idea, il concreto. Egli ammira gli affeschi dell’Arena di Padova perché il loro simbolismo è trattato come una realtà speciale, letterale, concreta, che non è la mera trasmissione pittorica di una nozione. (…) per Proust l’oggetto deve essere un simbolo vivente, non un simbolo in sé. (…) Il punto di partenza di Proust dev’essere situato nel simbolismo, o ai suoi margini. Ma egli non procede di pari passo con France, verso un elegante scetticismo e le mode marmoree, né (…) con Daudet e i Goncourt verso le “notes d’aprés nature”…. (…) Egli non sollecita fatti e non cesella delle sfere ornamentali cellinesche. Egli muove dai Simbolisti, e va all’indietro versoFoto di Samuel Beckett Hugo. E per questo motivo egli è un solitario e una figura indipendente. Il solo contemporaneo della stessa tendenza regressiva è, per quanto mi risulti, Joris Karl Huysmans. Una tendenza però che egli destestò e represse in se stesso…. (…)
Questa tendenza romantica di Proust ci torna spesso alla mente. Egli è un romantico nella sua sostituzione dell’affettività all’intelligenza, nel suo opporre lo stato affettivo particolare a tutte le sottigliezze dei rinvii razionali, nel suo rifiuto del Concetto a favore dell’Idea, nel suo scetticismo di fronte alla causalità. Così le sue spiegazioni puramente logiche — in quanto opposte a quelle intuitive — di certi effetti sono invariabilmente irte di alternative. E’ un romantico nella sua ansia di compiere la sua missione, di essere un servo affezionato e fedele. Egli non cerca di eludere le implicazioni della sua arte, quale essa gli è stata rivelata. Scriverà come ha vissuto nel Tempo. Si eleva artificiosamente fuori del Tempo, per dar rilievo alla sua cronologia e casualità al suo sviluppo. La cronologia di Proust è estremamente difficile da seguire, la successione degli eventi è spasmodica, e i suoi temi e caratteri, benché sembrino obbedire a una quasi insana necessità intrinseca, sono presentati con buon dostoievskiano disprezzo per la volgarità di una concatenazione plausibile (L’impressionismo di Proust ci riporta a Dostojevskij)”. (tratto dal sito marcelproust.it)

Tornando al tempo, per Beckett ogni pagina dell’opera proustiana è dominata da un “irredimibile nichilismo”. Sostiene che “le creature di Proust sono vittime di questa condizione e circostanza predominante  – il Tempo; vittime come lo sono gli organismi inferiori, consapevoli soltanto di due dimensioni e confrontate all’improvviso con il mistero dell’altezza: vittime e prigioniere. Non è dato sfuggire alle ore e ai giorni. E neppure al domani e allo ieri” (p. 42)

Lo stesso Proust pensava che le sue pagine migliori fossero quelle sull’Oblio scritte nella parte di Albertine disparue che racconta il rimarginarsi della ferita dell’innamorato che guarisce dalla malattia amorosa. “lui si sta abituando all’assenza di Albertine, non meno di quanto, a suo tempo, si abituò all’assenza della nonna. Ancora una volta l’Abitudine si rivela la preziosa ancella dell’Oblio” (p. 70).

Ma il pregio del saggio di Piperno è anche quello di raccontare la Recherche come di una “palestra ebraica” per i personaggi ebrei – prima di tutti Monsieur Swann – che la popolano e il loro snobismo e mimetismo  (che li accomuna agli omosessuali). Anche per la qualità di meticcio, figlio di un’ebrea e di un cattolico, e di omosessuale, Proust ha uno sguardo antropologico severo sulla smania degli ebrei di piacere in società, caratteristica che glieli fa rendere insopportabili (lui che aveva esattamente lo stesso desiderio di essere ben accolto). E però lo scrittore abbaccia con romantico ardore la causa ebraica nell’Affaire Dreyfus (anche per l’affinità tra la famiglia di Dreyfus e quella dell’amata madre), che insieme alla Grande Guerra diventa un nucleo portante della sua opera .

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Inseparabili

Gli ‘inseparabili’ che non possono vivere lontani – proprio come una specie di pappagallini – sono i fratelli Filippo e Samuele Pontecorvo. Il romanzo racconta il loro rapporto, le loro vicende sentimentali, e quell’invisibile  ‘fuoco amico’ dei ricordi che sono all’apparenza  unificatori, un fuoco che dirompe nel finale. Perché – spiega Piperno – la memoria è un’arma a doppio taglio.

Il racconto delle due vite ha uno sfondo perturbante; il ricordo di una adolescenza  sconvolta in modo indelebile dalle accuse rivolte al loro padre,  di aver molestato la fidanzata tredicenne di Samuele. La storia sbattuta in prima pagina dai mass media infanga la rispettabilità del medico e della tranquilla famiglia borghese ebrea, portando il presunto reprobo Leo Pontecorvo a vivere i suoi ultimi mesi nascosto nel seminterrato e relegando la moglie Rachel in un silenzio tanto ostinato quanto enigmatico e pieno di conseguenze. La colpa troneggia nelle loro vite, e non solo quella presunta paterna ma anche la loro più reale, per non aver saputo chiedere la verità al loro padre, prigionieri dell’ignavia. Del resto la forza del romanzo – seconda parte di un dittico cominciato con Persecuzione – è di aver ritratto con lucidità e divertito distacco una borghesia vacua e cialtrona, inutile a se stessa e al mondo (anche se magari si milita in Medici senza Frontiere per un periodo) ma ancora capace di un qualche risveglio.

Se il primogenito Filippo diventa famoso per caso, per il successo di un film tratto da una sua graphic novel – e la cosa lo porterà al centro di un continuo assalto adulatorio dei media e delle fan, finchè le minacce di estremisti islamici ne faranno una maschera grottesca della fama ex nihilo, Samuel invece è una figura patetica, ha una parabola discendente, da operatore finanziario a New York passa al più tradizionale commercio di cotone, ma il business all’antica non lo protegge dalla rovina. Il sesso domina nella storia. Che sia quello negato dalla moglie di Filippo al compulsivo dongiovanni, o il problema di impotenza di Samuel con relativa propensione masturbatoria, o quello tabù che ci si immagina sia stato oggetto della depravazione paterna.

Piperno riesce ad avere un ‘tono’ molto preciso e riuscito, un ritmo solo in apparenza appesantito dal fraseggio elaborato. In realtà i suoi personaggi sono godibili, e per quanto piuttosto antipatici riescono a catturare il lettore. E’ un’ambivalenza originaria: Piperno costruisce le sue narrazioni attorno all’atteggiamento antagonistico dell’autore con i suoi personaggi: “Ci sono due tipi di personaggi, quelli in cui il lettore ha difficoltà a entrare in empatia, i secondi in cui si prova piacere nell’identificarsi”, dice a Rai Letteratura in Lo scrittore contro i personaggi. E lo fa con ironica disinvoltura, esibisce una ricercatezza di lessico e metafore non fine a se stessa, ma semmai continua eco di quella letteratura che lui ama – Proust – e di quel distaccato, ma intelligente, a volte feroce sguardo introspettivo mai sazio di sfumature.

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Incipit

Basta frequentare se stessi con assiduità per capire che, se gli altri ti somigliano, be’, allora degli altri non c’è da fidarsi. Da una vita Filippo Pontecorvo non faceva che ripeterselo. Per questo non era cosi sorpreso che Anna, sua moglie, da quando aveva saputo che il cartone animato del marito – prodotto con pochi spiccioli e senza grandi pretese – era stato selezionato alla Quinzaine del Réalisateurs del Festival di Cannes, per ritorsione gli avesse inflitto il più drastico sciopero sessuale che il loro strambo matrimonio avesse mai conosciuto. Peccato che tanta consapevolezza non alleviasse in lui lo sconforto: semmai lo incrementava subdolamente.

Somigliamo a noi stessi

Con le peggiori intenzioni

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Con le peggiori intenzioni

Succede raramente, ma succede. All’improvviso, quello che sulla carta era uno dei tanti romanzi scritto da uno dei tanti esordienti, comincia a vendere, e vendere. Sarà il tam tam dei lettori, sarà l’effetto mediatico degli articoli sui giornali, dove veri critici o modesti recensori si dividono tra chi loda e chi stronca. E’ fatta. Il libro in questione diventa il caso letterario del momento e poi – l’iperbole dilaga irrefrenabile – viene consacrato ‘romanzo dell’anno’.Se ci si astrae dal tourbillon di commenti e ci si concentra sulla lettura dell’opera prima del trentatreenne Alessandro Piperno, di padre ebreo e madre cattolica giansenista, si ha in effetti il piacevole incontro con una storia gradevole e stilisticamente convincente, seppure non sempre avvincente.

Le frasi spesso vi hanno una lunghezza che pare oggi desueta. L’aggettivazione è ricca, a volte ridondante, ma più spesso duttile nel cogliere le sfumature, nel descrivere ambienti e personaggi. E di questi ultimi, l’introspezione rende i tratti con spiccata chiarezza. A cominciare da Bepy, nonno del protagonista, con il suo vitalismo cialtrone, l’abbronzatura perenne, i vestiti chiari, la somiglianza a Tognazzi. O la giovane Gaia (unico personaggio che non si ispira a una persona reale) di cui Daniel s’invaghisce: creatura altoborghese tra Britney Spears ante litteram e Brigitte Bardot, che, dopo un fuggevole incontro nell’infanzia, lui conosce in un’estetizzata villa a Positano.

Solo gli avverbi sono troppi, vien da pensare. Ma il bravo protagonista sembra leggerci nel pensiero, perché verso la fine del romanzo scrive: «D’altronde avrete ormai capito che Daniel Sonnino è predisposto all’abuso avverbiale – pratica condannata sin dalla prima lezione in qualsiasi rispettabile scuola di scrittura creativa. Forse è Bepy ad avermi contagiato con il germe dell’avverbio: da lui deriva la consapevolezza che la più screditata tra le forme grammaticali del discorso dia colore alla vita, la caratterizzi, si occupi delle sfumature. E soprattutto è come se l’avverbio s’incaricasse di preparare la grande entrée dell’aggettivo sul palcoscenico della frase».

La saga familiare ebraica dei Sonnino culminata nella Roma pariolina degli anni Ottanta ci immerge in un clima narrativo stimolante, a cui contribuisce felicemente quella ‘sensazione di noia prolungata’ (ha scritto, indicandola come un difetto, Giovanni Pacchiano sul Sole) di certe parti. Un’opera prima che contiene inevitabilmente tracce delle influenze letterarie più forti. Si sente che Piperno ha respirato a lungo l’atmosfera sontuosa del fraseggio proustiano. Si avverte l’attrazione tardoromantica per un certo compiaciuto masochismo – non a caso è citata la Claudia Chauchat della montagna incantata manniana – che sfocia nella simbolica scena finale, distruttiva e liberatoria, dove Daniel asseconda fino in fondo l’irrefrenabile talento di pensare contro se stesso, di guardare con ferocia alle proprie radici.

Insomma, né un capolavoro né una storia senza qualità. Semplicemente – me è davvero semplice riuscirci? – un romanzo ben scritto.
(Cristina Bolzani)

da Con le peggiori intenzioni, Mondadori 2005
«Bepy sentì di non avere scampo diverse ore dopo aver incassato la diagnosi di tumore alla vescica, quando tra il novero sterminato d’interrogativi agghiaccianti scelse: Potrò ancora scopare una donna o tutto finisce qui?
Sebbene tale dilemma possa apparire una patologica inversione delle priorità, per lui, nell’estremo frangente, risultò più spaventoso lo spettro della compromessa mascolinità che l’orrore del nulla: forse perché nel suo immaginario impotenza e morte coincidevano, anche se la seconda era preferibile alla prima, se non altro per il conforto dell’assenza eterna…» (p.11)