Andrea Pazienza

Visca c’è. Come quelle scritte un tempo frequenti sui ponti dell’autostrada, rappresentazione minimale di un’immanenza che non deve sottostare all’onere della prova antologica (o scherzo organizzato su scala nazionale da un gruppo di buontemponi? O addirittura – come sostenuto da qualcuno negli anni passati – indicazione relativa alla presenza, e alla reperibilità, di stupefacenti? Tutte storie che sarebbero garbate parecchio al protagonista di questo omaggio…).Visca c’è. La leggenda, cresciuta a cavallo tra l’Abruzzo (il liceo artistico Misticoni di Pescara) e la Puglia («San Severo, la città del mio pensiero», e il ‘buen retiro’ di San Menaio, sul mare) di un fratello maggiore di Pentothal, Zanardi e Pompeo, i personaggi simbolo dell’avventura artistica ed umana di Andrea Pazienza, è diventata realtà. I disegni dell’epoca del liceo che il fratello di Andrea, Michele, aveva mostrato in qualche incontro per appassionati e che il ‘soggetto’ Sandro Visca aveva conservato con il rispetto e la passione che si debbono ai primi passi di un grande talento, sono oggi in buona parte raccolti in questo Visca edito da Fandango, volume postumo ma solo per modo di dire (anche se Paz se ne è andato diciotto anni fa) perché l’impatto che questo autore ha avuto sul fumetto italiano è destinato a durare ancora a lungo.

Visca c’è. Ed è, questa sì, la prova ontologica dell’esistenza di un genio assoluto e consapevole fin dagli anni dell’adolescenza, «uno che sa anche senza conoscere» come dice il suo amico Gino Nardella, attore e scrittore; uno che «sul piano didattico non aveva nulla da imparare», come annota lo stesso Sandro Visca, che fu per un paio d’anni l’insegnante di Figura disegnata, ma anche l’amico, il fratello maggiore, il talent scout, il mentore. Nella prefazione intitolata Lo studente fuori-classe, l’ormai ex prof (oggi artista in proprio e pure quotato) scrive: «… Riusciva a disegnare a memoria qualsiasi cosa, come se nella testa avesse una banca dati: era davvero impressionante, sembrava un computer». E ancora: «… Andrea disegnava alla lavagna, sempre a memoria, muscoli e parti anatomiche di cui conosceva a perfezione la forma, ma spesso non la denominazione». In questa fase, Visca è la vittima preferita, l’agnello sacrificale, il soggetto (l’oggetto?!) di centinaia di caricature, di schizzi, di affettuose provocazioni, disegnate un po’ ovunque, spesso sotto lo sguardo ammirato dello stesso Visca che, dopo un po’, incurante delle lamentele del papà di Andrea, Enrico, a sua volta acquerellista di valore («Gli tolga di testa quelle sciocchezze, ne faccia un artista»), convince Andrea ad utilizzare quel mezzo espressivo che padroneggia per raccontare storie. Giusto, perché in fondo Paz è molto più di un autore di fumetti, è un autore a tutto tondo, un letterato colto e appassionato, capace di usare la parola, dalla citazione di Duchamp al dialetto garganico, la poesia e l’ironia. Uno con una lingua nuova da sperimentare e una voglia enorme di esprimersi, uno che diceva di disegnare poco e di malavoglia e invece era sempre in azione, come dimostrano i materiali di questi disegni, fogli di quaderno a righe o a quadretti, lisci o millimetrati. A questo proposito, e a mo’ di esempio sull’importanza del testo in Andrea, l’ultima tavola della serie Art Gallery, realizzata nel ’76 (a vent’anni) e contenuta in Visca. La tavola è divisa in due parti: in quella superiore, c’è un tipo che sta succhiando una bibita con la cannuccia che chiede: «… perché su carta millimetrata?» e accanto Andrea, i baffi da grande e la sigaretta tra le dita, che risponde: «Beh, è chiaro no…? La carta millimetrata dà al disegno un fondo di aristocraticità, ed è campitura, ed è fatto geometrico, e sa tanto di progetto, di costruzione, e quindi di cosa studiata, pensata, meditata… diventa fatto architettonico, stile, inopinabile verità… »; nella parte inferiore, c’è solo Paz, le bretelle in bella vista, che grida: «Mammaaaa! Porca miseria, ancora carta millimetrata! Ma quella cartoleria della malora non sa venderti altro!».

Visca, il libro, è una gioia per gli occhi, è l’amico ritrovato, impreziosito dai ricordi di questo complice che poi è diventato il suo primo personaggio, la vittima che diventa difensore del talento di fronte alla pochezza della scuola e alla povertà culturale di certa provincia. Tra le sezioni, le vignette e le storie che lo compongono, con Sandro Visca che diventa, di volta in volta, cameriere subdolo, poliziotto, bounty killer, rapinatore di farmacie, innamorato respinto, non si possono non segnalare la prima e l’ultima. La prima è un autentico capolavoro (non vi preoccupate, uso le parole con misura) intitolata «S. Visca in Slumberland», ma la citazione di Winsor McCay, il papà di Little Nemo, si ferma al titolo. In realtà si tratta di una serie di nudi caricaturali, essenziali nel tratto quanto strabordanti, tavola dopo tavola, in ognuna un ritratto di Visca alle prese con un frammento dello straordinario immaginario di Andrea: «S. Visca le suona a M. Alì», «S. Visca pugnala il padre di un alunno», «S. Visca viene lapidato da un commando israeliano in via Gioberti a L’Aquila», «S. Visca uccide un barista col kung-fu» (è l’immagine scelta per la copertina), «S. Visca viene cucinato a poco a poco dai cannibali pugliesi», «S. Visca affronta un rinoceronte e lo abbatte a pugni» (vedetelo quel doppio corno che entra da destra e sembra in movimento verso l’omino rigorosamente nudo), e così seguendo fino al finale nobile e drammatico, «Sandro Visca – questa volta scritto per esteso, n.d.a. – torturato dai fascisti». Eccezionale. Ma la poliedricità del talento di Andrea si vede anche nella sezione finale, Caccia e fresca, il giornalino che Visca aveva inventato, organo di una fantomatica Federazione Internazionale Caccia e Pesca, per prendere in giro, con la complicità di Andrea, autore di disegni e battute, un suo caro amico, Federico Fiorenza, colpevole di essere un cacciatore. Lo scherzo durò due anni e mezzo e Fiorenza ha avuto la costanza di conservare tutti i numeri del giornalino in cui è facile ritrovare, segni e disegni a parte, lo spirito di Andrea. Come in questo annuncio tratto dall’inevitabile posta del cuore: «Vendonsi (testuale, n.d.a.) cane paralitico per ferma da fermo».

Apparso quasi di straforo nelle avventure di Pentothal, e anche in quelle di Zanardi, segno che Paz non l’ha mai dimenticato, Visca, il personaggio, dimostra di possedere in nuce quasi l’intero potenziale dell’arte di Andrea; Visca, il libro, arriva dunque a colmare una lacuna altrimenti imperdonabile, vista la qualità del lavoro; Visca Sandro, infine, il professore, è un signore che ha passato la sessantina e che ha visto in azione il genio da cucciolo. Consapevole di questa fortuna, si gode i suoi ricordi e i disegni conservati tra le carte più preziose.

Ma non è tutto. Perché un’altra iniziativa (con tanto di documentazione editoriale) rilancia il mito del giovane Paz, ormai quasi un fenomeno letterario, alimentato nei mesi scorsi dai ricordi di Enrico Fraccacreta (Il giovane Pazienza, Edizioni Zereozerosud) e dalla ricerca di Roberto Farina (I dolori del giovane Paz, Coniglio Editore). La vicenda segue di un paio di anni l’epopea di Visca appena raccontata. Siamo all’Università (intesa come periodo di studi), l’anno è il 1975 e Andrea frequenta il Dams a Bologna insieme al già citato Gino Nardella, «uomo di cultura e straccion» (cfr. Pentothal), una zia dalle parti del lago di Lesina (cfr. Il partigiano), un paio di romanzi coerenti (bello Il senso della vita è non rompere i coglioni per Stampa Alternativa), qualche spettacolo a metà tra la provocazione e il cabaret. Uno che può dire, con un filo di rabbia per l’amico assente, «conosco Andrea Pazienza da quando era ancora Pazienza Andrea». I due condividono la tana bolognese di via Emilia Ponente e le vacanze estive, al punto che Nardella scrive: «A Bologna tentavamo di intossicarci. Sul Gargano tentavamo di disintossicarci. Nessuna delle due azioni riusciva fino in fondo». Per farla breve, Gino ritrova, trent’anni dopo, negativi e provini delle foto, un centinaio di scatti in bianco e nero che lui e Andrea hanno fatto a Peschici, allora un’isola ancora legata alle terra e sospesa tra cielo e mare, per l’esame di Tecniche della Fotografia. Non ricorda molto di quell’esame, a parte il voto (tra i più bassi) riportato sul libretto. Non ricorda nemmeno perché Andrea giocasse gigione con un metro da muratore, misurasse cose, persone, animali, monumenti, situazioni estemporanee a violare la sacralità della quiete meridionale. Porta le foto da un suo amico fotografo, un ragazzo giovane che non sa niente di Andrea Pazienza, quello le guarda e dice «ma questo non è morto», «si muove, è vivo» e decidono di mettere su una mostra. Il risultato è un sorprendente fotofumetto (se vale fotoromanzo…) senza parole, un gioco – direi consapevole in questo – in cui Andrea disegna con il corpo e attorno al corpo, plastico quanto allampanato, le bretelle chiare a fare contrasto sulla camicia scura. Lo vediamo pensieroso nei vicoli, disperso in un totale assolato, istrionico in una sequenza che sa di saltimbanco. Addirittura crocefisso alla croce di ferro del belvedere. Nardella tenta di ricordare cosa volesse dire quel metro da muratore, forse «un paese a misura d’uomo» (e pensare che l’avevano scelto sulla base del risultato di una seduta spiritica, di quelle col piattino), ma sa benissimo che «forse era una cosa improvvisata, Andrea aveva trovato ‘sto metro nella macchina, e voleva usarlo nelle foto, boh…». Ma sono anche altre le cose che Nardella ricorda, l’umore di quella giornata a Peschici, il ‘loading’ nel computer Paz dei dati che avrebbero contribuito a sfornare Pentothal, l’inquietudine dei vent’anni bolognesi nella domanda «ci sarà qualcuno, in giro, che valga l’arte dell’incontro? … Dice che di esseri umani come si deve ne incontri uno ogni sacco d’anni. Qui di anni ne sono passati venti. E poi, quanti anni sono un ‘sacco’ d’anni?».

Personalmente ritengo che proprio questa storia del metro sia il segno della genialità di Paz, il gioco – occasionale più che inconsapevole, la sfida, l’assurdo che irrompe in una situazione e la ribalta, l’Arte (proprio così, con la A maiuscola) che non ha bisogno di essere spiegata, perché in fondo il Bello è una categoria così privata che sono tante le cose che ci piacciono e non sappiamo nemmeno perché. Sarebbe bello sapere cosa passava per la mente di Andrea mentre misura l’altezza di una fontana, l’ampiezza di un vicolo, la base dell’arco di una porta di pietra, sotto lo sguardo prima perplesso, poi divertito, di anziani e bambini. Sarebbe bello, ma non necessario: in fondo a nessuno interessa sapere a cosa pensassero Mozart o Coltrane quando componevano.

La mostra, se vi capita di incontrarla, non fatevela scappare. E’ intitolata Tracce d’Andrea Pazienza, uno ogni sacco d’anni ed è curata da Nardella e da Carlo Damiani. Le foto sono stampate con cura, la sequenza, davvero efficace, è accompagnata da una serie di disegni inediti e fotocopie d’annata dalla collezione privata (suppongo) di Nardella che spesso, in occasione della prima in qualche località, propone uno spettacolo dedicato a Pazienza. Inoltre è anche l’occasione per procurarvi al modico prezzo di cinque euro questo Uno ogni sacco di anni – Andrea Pazienza a Peschici nel 1975, 50 fotografie e qualche scritto in memoria di un genio del XX secolo di Gino Nardella, edito in proprio per finanziarie e sostenere «la mostra, che altrimenti non si mostra». Non lasciatevi ingannare dalla cifra, davvero poco più di un contributo, solitamente ritirato da una onlus (nel mio caso Amnesty International ): il volumetto è ben confezionato, le foto (restaurate e impaginate da Francesco Gravino, che ha curato anche la grafica) sono nitide e il testo di Gino Nardella è un piccolo viaggio nell’età dell’oro di uno dei più grandi artisti italiani del nostro tempo, una sorta di seguito ideale e cronologicamente corretto del Paz di Visca. E spicciatevi: in Rete ho visto che c’è gente che lo mette in vendita per 45 euro, sostenendo che è molto raro, invece è solo difficilmente reperibile. Ma sempre nella Rete, a cercar bene, un po’ del materiale in questione è già in circolazione, e magari c’è anche il modo per procurarsi il libro e magari anche per sapere dove è la mostra o come si fa ad organizzarla. Perché questa opera di proselitismo? Per convinzione artistica, per militanza culturale (l’onore dei fumetti) e per quella simpatia personale che mi fa condividere le parole con cui Gino Nardella termina il suo scritto: «C’è che in presenza di una specie di dio in terra ti senti bene, lo guardi in faccia, lo ascolti, te lo bevi pure quando sta zitto, insomma ti trovi davanti al più grande spettacolo che esista, quello di un’anima referenziatissima, e poi te ne vai così contento che non ricordi manco com’era vestito. Eccolo Pazienza Andrea. Uno ogni sacco d’anni».
(Francesco De Vitis)

Nel paese di Coconino

Se vi garba l’idea di portarvi in vacanza un fumetto (una novella illustrata, un romanzo a disegni, fate voi, se ve lo portate siete già oltre questa discussione che mi accompagna da quando ho cominciato ad apprezzare le nuvole parlanti), non perdete di vista le offerte della Coconino Press, casa editrice a cavallo tra Bologna, Milano e Parigi, raffinata sin dalla scelta del nome, l’immaginario paese in cui George Harriman ambientò le avventure di Krazy Cat (e non a caso una delle collane di punta deve il nome al topo Ignatz).E’ operativa da qualche anno, subito in bella evidenza per le scelte rigorose di autori e di grafica, di formato e perfino di carta, ma io l’ho scoperta solo la scorsa estate a causa della mia passione per Andrea Pazienza, del quale aveva pubblicato (oltre al mitico Francesco Stella) due raccolte di disegni veloci, spesso incompiuti, sempre potenti, Superpaz 1 ed Extrapaz, che vale la pena di possedere non fosse altro per un fantastico Pippo sognante che fa capolino da uno dei due (non ricordo quale). In quell’occasione feci il mio primo acquisto via Internet (quando c’è di mezzo il Paz non ci sono uffici stampa che tengano) e, per abbattere un po’ le spese di spedizione, ordinai anche un paio di Tardi, sperando di ritrovare (magari sotto altro titolo) una fantastica storia dei miei vent’anni, Il paese chiuso, pubblicata all’inizio degli Ottanta dall’Isola Trovata e da me incautamente prestato a una sbarba (si diceva così allora) e mai più rivista, neanche per sbaglio in qualche mercatino dell’usato.

Bingo! Eccolo lì il mio paese chiuso, con il suo grottesco senso della proprietà e il poetico Arturo sempre a spasso tra muri e cancelli per onorare il suo titolo, che poi è anche quello della nuova edizione, Il signore di Montetetro (devo dire che quando l’avevo letto sul catalogo, qualcosa era scattato nella mia testa). Per amor di cronaca va citato anche il co-autore Jean Claude Forest, anche perché è proprio quello di Barbarella… Detto di questo primo approccio, ho contattato redazione e ufficio stampa e loro mi hanno gentilmente inserito in indirizzario, facendomi arrivare, via via, una serie di proposte tutte meritevoli di considerazione.

Nell’ultimo invio, per esempio, la ristampa di un capolavoro di Lorenzo Mattotti, l’onirico e fantasmagorico viaggio de Il signor Spartaco, il bianco e nero (e noir) di Città di vetro firmato Auster (proprio lui, Paul, il romanziere), Karasik e Mazzucchelli, e il contributo del socio fondatore Igort alla collana Ignatz, movimento transnazionale di nuove narrazioni con tanto di manifesto del nomadismo fumettista, con l’avvio della nouvelle grapique d’ambientazione giapponese Baobab n.1, veramente notevole.

Ma di cose notevoli in questi mesi i coconini me ne hanno spedite parecchie. Comincerò da quelle che mi hanno più colpito: il fantastico, nel vero senso della parola, Interiorae di Gabriella Giandelli, la quotidianità di un condominio controllato da un coniglio bianco, servitore del Grande Buio che, nascosto nell’oscurità delle cantine, assorbe le energie di chi vive nel palazzo, le loro storie, le loro emozioni; a seguire L’arrabbiato, primo episodio della nuova serie di Baru, storia di Anton e della sua rabbia che i pugni sanno trasformare in successo, ma già impaginato con un senso malinconico di parabola, il processo, i genitori anziani, il padre sorridente quanto ostile in passato, l’amico Mo ancora al suo fianco. Per completare il quadro (personalissimo, come il cartellino di certi cronisti di boxe) Fats Weller dell’accoppiata Igort – Carlos Sampayo, umanissimo ritratto di un musicista dal talento straordinario, il jazz per raccontare il mondo, per accompagnarne i cambiamenti; Gli innocenti di Gipi, scampagnata a sorpresa di uno zio con relativo nipote bambino, con un che di essenziale che sa di neo-realismo, e La guerra di Peter, raccolta di alcune tavole pubblicate da Sergio Staino, da Bobo a De Andrè per dire no ad ogni ipocrisia intorno alla guerra. Catalogo completo su Internet, http://www.coconinopress.com, sito all’altezza delle aspettative (con tanto di anteprime).

Con Coconino Press avrei finito qui ma (sono sicuro che non se ne avranno a male) vorrei dedicare qualche riga ad un altro paio di vicende (sempre personali, diciamo) attinenti al fumetto. Innanzitutto segnalare le interviste ai protagonisti de i dolori del giovane Paz! – Contributi alla biografia negata di Andrea Pazienza, a cura di Roberto Farina per Coniglio Editore, coraggioso tentativo di scrostare il mito da un glamour sempre più fastidioso. Poi, ricordare un dolore più recente: un anno fa, di questi tempi, moriva in Iraq Enzo Baldoni, giornalista, scrittore, uomo di pace e traduttore (forse sarebbe più corretto dire autore italiano, Garry Trudeau approverebbe) di Doonesbury. Non ho molto da dire su di lui, non l’ho mai conosciuto personalmente. Se riuscite ancora a trovarlo, non fatevi mancare il Linus speciale uscito nel settembre 2004, Enzo Baldoni. Parole di un uomo di pace. Per non dimenticare.
(Francesco De Vitis)