Les enfants terribles

Che ruolo ha nell’arte il disegno infantile, la creatività libera da sovrastrutture culturali? Una mostra a Lugano indaga l’essenza della fanciullezza, la sua presunta innocenza, la sua dimensione ludica e liberatoria. Ma anche i suoi aspetti inquietanti.La mostra Les enfants terribles. Il linguaggio dell’infanzia nell’arte 1909-2004 ripercorre un arco di tempo che va dalle Avanguardie del primo Novecento ad oggi: circa 120 opere di 30 artisti internazionali. In particolare l’esposizione si sofferma sul confronto fra i linguaggi figurativi, mostrando quali forme dell’arte moderna sono debitrici del vocabolario infantile.

L’incipit – unico esempio che precede le Avanguardie – è rappresentato dalla tavola Ritratto di fanciullo con disegno (1520) di Giovanni Francesco Caroto, nella quale è visibile, nel foglio sorretto dal ragazzo ritratto, un disegno raffigurante una figura umana tracciata in modo del tutto simile a quello di un bambino dei nostri giorni. E’ una premessa, collocata quale punto di avvio della mostra, che rende il mutamento radicale, intervenuto con la modernità, nel rapporto fra arte colta e disegno infantile.

I primi artisti ad interessarsi al disegno infantile sono stati Wassily Kandinsky con Gabriele Münter e il Gruppo del Cavaliere Azzurro. Anche Paul Klee ha raccolto numerosi disegni sul tema, compresi quelli del figlio Felix. Hanno osservato con grande attenzione il disegno infantile anche Pablo Picasso, Juan Miró, Jean Dubuffet, Alexej Jawlensky, Fortunato Depero. Le opere di questi artisti, in molti casi vere e proprie icone delle Avanguardie, compongono la sezione storica della mostra. Ordinata filologicamente, la sezione presenta i disegni di bambini appartenuti agli artisti affiancati alle opere degli artisti stessi: un accostamento che permette di rilevare la presenza, nei loro lavori, di una grande varietà di elementi caratteristici della creatività infantile.

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Silvana Editoriale
Museo Cantonale d’Arte di Lugano
Paul Klee
Pablo Picasso

Brancusi alla Tate Modern

Apre in questi giorni alla Tate Modern di Londra una importante mostra dedicata allo scultore rumeno: Constantin Brancusi. The essence of things. Un’occasione per contemplare la purezza primordiale delle sue forme.Le sue sculture innovative – si afferma nella presentazione della mostra sul sito della Tate – hanno introdotto per la prima volta l’astrazione e il primitivismo nella scultura. E sono state fondamentali per lo sviluppo dell’arte moderna, allo stesso modo della pittura di Picasso. Le sculture semplificate di Brancusi sono riconosciute come icone del Modernismo.

Constantin Brancusi – leggiamo dal sito della Collezione Peggy Guggenheim – nasce a Hobitza, un villaggio rumeno, il 19 febbraio 1876. Studia Arte alla Scuola di Arti e Mestieri di Craiova dal 1894 al 1898, quindi alla Scuola di Belle Arti di Bucarest dal 1898 al 1901. Desideroso di continuare la propria educazione artistica a Parigi, vi si reca nel 1904 e si iscrive all’Ecole des Beaux Arts nel 1905. Partecipa l’anno seguente con alcune sculture al Salon d’Automne dove incontra Auguste Rodin.

Subito dopo il 1907 ha inizio la sua maturità artistica. Stabilitosi a Parigi, lo scultore mantiene stretti contatti con la Romania, ritornandovi frequentemente ed esponendo a Bucarest quasi ogni anno. A Parigi i suoi amici sono Amedeo Modigliani, Fernand Léger, Henri Matisse, Marchel Duchamp e Henri Rousseau. Nel 1913 cinque sculture di Brancusi sono presenti all’Armory Show a New York. Nel 1914 Alfred Stieglitz allestisce la prima personale dell’opera di Brancusi nella sua galleria “291” a New York.

Brancusi non è mai stato membro di movimenti artistici organizzati, anche se subito dopo il 1920 frequenta assiduamente Tristan Tzara, Francis Picabia e molti altri dadaisti.

Negli anni ’30 l’artista intraprende lunghi viaggi, visita l’India, l’Egitto e i Paesi europei. Nel 1935 riceve l’incarico di realizzare un monumento ai caduti per il parco di Turgu Jiu in Romania e progetta un insieme che comprende recinzioni, tavoli, sgabelli e una Colonna senza fine. In India progetta un tempio della meditazione per il maragià di Indore.

Dopo il 1939 Brancusi lavora da solo a Parigi. Termina il gesso Grand coq, la sua ultima scultura, nel 1949. Nel 1952 è naturalizzato francese. Muore a Parigi il 16 marzo 1957.

Su Internet
Brancusi alla Tate
Collezione Peggy Guggenheim

Trasgressioni d’autore

Tutto comincia con Déjeuner sur l’herbe di Manet. La giovane donna nuda che guarda con una fissità un po’ insolente verso di noi decreta la fine dell’acquiescenza alla tradizione. Violando regole formali e tabù, l’arte interroga se stessa, e cerca un effetto problematico, di dolore e sgomento, nello spettatore.«Che cosa chiedo a un dipinto?» domanda Lucian Freud. «Gli chiedo di stupire, disturbare, sedurre e convincere». Nei centocinquanta anni che seguono la Déjeuner, l’arte affina il suo potenziale trasgressivo: diventa un modo per conoscere la verità su noi stessi e sul mondo, riflette su se stessa, anche se resta pur sempre legata alla tradizione.

Anzi. Il richiamo alla stessa tradizione diventa uno dei modi-alibi con cui si cerca di proteggerla dagli attacchi indignati. Antonin Proust per difendere il lavoro dell’amico dallo scandalo dice infatti: «Donne nude pranzano con uomini abbigliati, una tale corruzione non fu tollerabile, e gli scrittori dell’epoca gridarono all’indecenza immemori del dipinto di Giorgione al Louvre, dal quale Manet dichiarò apertamente di aver tratto ispirazione».

Il genere del nudo con Manet viene stravolto, il modello diventa un soggetto significativo. Da quel momento l’arte sprigiona la sua ambiguità, la capacità di essere una cosa e il suo opposto, così come Studio di donna seduta che indossa una maschera di Thomas Eakins, esemplifica il sessimo, ritraendo la sottomissione della modella, e nello stesso tempo lo critica.

Una tendenza, quella di rappresentare e insieme prendere le distanze da ciò che si rappresenta, che è caratteristica della pop art, ma anche dell’arte moderna in generale. E ritroveremo nell’arte moderna anche quello sdoppiamento tra immagine e titolo, di cui la pipa di Magritte che “non è una pipa” è un prototipo.

Da Monet, dal demistificatore della sacralità della tradizione, formale e contenutistica, parte dunque Anthony Julius nello stimolante saggio che affronta il tema della trasgressione nell’arte. Molte sono state le opere che hanno superato i limiti. Lo hanno fatto in vari modi, ci spiega. Distorcendo le regole artistiche della tradizione, o denigrando credenze e sentimenti del pubblico, o anche sfidando le regole dello Stato.

In una suggestiva contiguità l’autore passa in rassegna opere dal diverso grado di forza e valore. Magritte, Dalì, Duchamp, Francis Bacon, Goya. Fino ai protagonisti della scena contemporanea. I fratelli Chapman, Andrés Serrano, Gilbert&George, Paul McCarty, Christo, Anselm Kiefer.

Per arrivare alle inevitabili domande sul futuro dell’arte, e sul rischio incombente che la nevrosi trasgressiva la svuoti di significato. (Cristina Bolzani)

da Trasgressioni (Bruno Mondadori, Milano 2003, 32 eur)
Tra gli aforismi sulla cultura moderna espressi in Minima Moralia (1951) di Theodor Adorno, figura l’epigramma: ‘Ogni opera d’arte è un crimine mancato’. In quest’affermazione fluttuano sia il trasgressivo che la sua negazione, il ‘crimine’ che è stato ‘mancato’. Benché sia stata formulata in riferimento all’arte in generale, forse sarebbe meglio leggerla come un’enunciazione sulle capacità e il destino dell’arte in regime di estetica trasgressiva».

Su Internet
Marcel Duchamp
Tout-fait – The Marcel Duchamp studies online journal
Pablo Picasso
René Magritte
Christo and Jeanne-Claude
Francisco Goya