L’autoritratto fa bene

(autoritratti di Gerhard Richter e David Hockney)
L’interesse dell’autoritratto nasce dal rapporto che questo intrattiene con l’identità, l’Io del soggetto. E’ dunque un rapporto dialettico, controverso, fluttuante, che ispira da sempre, insieme al tema dello specchio e del doppio, pittori e scrittori. Meno frequentato l’uso dell’autoritratto in fotografia. Cristina Nunez può essere definita ‘maestra’ in questo campo, non solo perché da anni tiene dei corsi in Europa e Stati Uniti, ma anche per il taglio specificamente psicologico della sua didattica (che va incontro a una forte pulsione contemporanea all’auto-rappresentazione per immagini, basti pensare a Facebook).

Le tante crisi vissute – scrive Nuñez presentando i nuovi corsi –  mi sono sempre servite per guardarmi dentro, e dopo un percorso di conoscenza, rinascere più forte e più saggia. Ora, in questa grande crisi economica, la mia piccola ditta individuale è in forte crescita…
 
Chi segue i suoi corsi deve ritrarsi in solitudine, per esprimere emozioni, identità potenziali, il corpo, e i luoghi consueti; insieme agli altri che fanno parte della proria rete di legami; insieme al mondo, con persone del proprio o di altri gruppi e comunità.
 
 
Attraverso lo sguardo, metafora del suo potere creativo, – sostiene in questa intervista – l’auto-ritrattista acquisisce un triplice ruolo, in quanto è allo stesso tempo autore, soggetto e spettatore. – spiega Nuñez – Da lì la potenza comunicativa dell’autoritratto: l’autore attira a sé lo spettatore come sussurrandogli nell’orecchio “questo ti riguarda”. E lo invita a immergersi nell’intricata dinamica di identificazioni e relazioni tra i tre ruoli, e attraverso questo scambio assicura la sua immortalità nei cuori e nelle menti dei posteri. L’auto-ritrattista possiede un potere intrinseco e una libertà di azione che è paragonabile a quella degli dei: l’autoritratto, come ha detto una volta Michel Tournier, è l’unica immagine possibile del creatore (e il suo sguardo) nel momento stesso della creazione.

L’espressione di emozioni o desideri difficili è particolarmente efficace nell’autoritratto. L’oggettivazione del “male” in una foto, separandoci da ciò che è negativo, funge da motore catartico, rinnovatore. Non rimangono più barriere per arrivare all’essenza.

Ogni autoritratto, al di là dello sguardo sulla propria interiorità, è sempre una sorta di performance. È assolutamente impossibile costruire la propria immagine in modo inconscio. Il nostro agire o recitare è mediato senz’altro da quello che noi vogliamo che gli altri vedano di noi. Nonostante questo esiste uno spazio, un rapporto tra sé e sé che rimane, a mio avviso, indipendente dallo sguardo dell’altro e che racchiude un intenso dialogo interiore di percezione, pensiero, giudizio e accettazione. Un processo meraviglioso che non ha bisogno di parole, perché l’opera contiene tutto e non ha bisogno di essere tradotta per colpire nel segno.”

In questa pagina ci sono gli autoritratti, oltre che di Cristina Nuñez, di Diane Arbus, Richard Avedon e Sarah Moon. Ma una fotografa statunitense, Cindy Sherman ora in mostra al MoMA di New York – ha fatto dell’autoritratto, vissuto come mutevole soggetto di fiction,  la cifra del suo trentennale percorso artistico, e di un business senza pari. Il suo autoritratto Untitled (in basso) è uno scatto da record che ha raggiunto un valore di quasi quattro milioni di dollari.
 

 

[youtube_sc url=”http://youtu.be/tiszC33puc0″%5D