Edward Hopper e Berenice Abbott

image

Berenice Abbott, Edward Hopper -1948

Berenice Abbott nasce a Springfield, Ohio, il 17 luglio 1898. Nel 1929, dopo otto anni a Parigi, torna negli Stati Uniti portando con  sé una grande collezione di fotografie di Eugène Atget, insieme alle idee dei modernisti europei. Le sue prime immagini di New York mostrano l’influenza modernista nelle raffinate angolazioni dei punti di vista e nella tendenza all’astrazione. Nella metà degli anni Trenta, comunque, l’influenza di Atget si rivela la più potente, e lo stile di Berenice Abott diventa più diretto e documentario.

Aveva imparato la fotografia lavorando come assistente nello studio di Man Ray, dal 1923 al 1925; lui  la incoraggia nei fotoritratti, lui le fa apprezzare Atget. Decide di dedicarsi alla fotografia di ritratto immortalando personaggi famosi, tra i quali Max Ernst e Hopper. Diversamente da Man Ray, le sue foto cercavano di catturare la gestualità e le espressioni. Questo era il suo stile. Aldilà del ritratto intenso del pittore firmato dalla fotografa, Abbott e Hopper hanno dei punti in comune. Nel 1938 Life pubblicò alcune foto da lei scattate, parte del lavoro di documentazione Changing New York.

image

Berenice Abbott, da Changing New York

In una foto in particolare, 5th Avenue, nos. 4,6,82, la rivista sottolineava una somiglianza stilistica con i dipinti di Edward Hopper. Abbott replicò dicendo che aveva “cominciato a fare questo tipo di cose prima del pittore” e che “la fotografia era il mezzo migliore per farle”. Questo articolo approfondisce in modo interessante il loro rapporto, concludendo che “Hopper fissa certo dei momenti, ma, nei suoi dipinti, è sempre presente la sensazione di un ‘prima’ e di un ‘dopo’, in sintonia con la vita americana, fatta di scambi e instabilità. Il tempo sfugge, allora, in Hopper, ovvero non è completamente bloccato come nei quadri del grande metafisico De Chirico. Il tempo è una componente fondamentale anche nel lavoro di Berenice Abbott, che si propone di immortalare quei cambiamenti urbani che stanno caratterizzando la New York degli anni Trenta, ancora ferita dalla Grande Depressione del ’29, ma presto liberata dalla paura grazie al New Deal roosveltiano”. Comunque il confronto delle suddette due New York evidenzia il profondo rapporto, da subito, tra fotografia e pittura.

Berenice Abbott: “La fotografia è un’affermazione penetrante”

BDC217EE-62BC-431C-9FAE-E9B7CD86682F-194-0000000131118AA8_tmp

Berenice Abbott, Dorothy Whitney, Paris, 1926 © Berenice Abbott/Commerce Graphics/

Nel 1929, dopo otto anni a Parigi, Berenice Abbott tornò negli Stati Uniti portando con  sé una grande collezione di fotografie di Eugène Atget – facendolo peraltro conoscere – insieme con le idee dei modernisti europei, come si si nota nelle sue prime raffinate e astratte immagini di New York. L’incontro decisivo è con Man Ray, di cui fu assistente dal 1923 al 1925; lui  le fece apprezzare Atget – grazie al quale lei sviluppo il suo approccio più diretto e documentaristico; lui la incoraggiò sulla via dei ritratti dei personaggi del momento, Max Ernst, Edward Hopper, James Joyce, Peggy Guggenheim, Djuna Barnes, la principessa Bibesco, e molti altri;  a differenza del ‘maestro’ Man Ray, le sue foto cercavano di catturare più la gestualità e le espressioni. L’occasione per conoscere il lavoro di Berenice Abbott è la prima mostra antologica a lei dedicata in Italia, al Museo Man di Nuoro (17 febbraio-31 maggio). Le 82 stampe originali esposte – realizzate tra la metà degli anni Venti ai primi anni Sessanta – sono suddivise in tre macro sezioni – Ritratti, New York e Fotografie scientifiche – che ripercorrono le principali fasi della sua produzione, oltre al materiale documentario proveniente dal suo archivio.

Così Berenice Abbott illustra la ‘sua’ fotografia, soffermandosi sul concetto di selettività.

«Ma che cosa fa di  un’immagine un lavoro creativo? Sappiamo che non può essere solo la tecnica. E’ allora il contenuto? E se sì, che cosa è il contenuto? Sono questioni basilari alle quali i fotografi illuminati devono saper rispondere da sé.

Prima di tutto diciamo che cosa la fotografia non è. Una fotografia non è un dipinto, non è una poesia, una sinfonia, una danza. Non è solo una bella immagine, non è un esercizio contorsionistico di tecnica e di mera qualità di stampa. E’, o dovrebbe essere, un documento significativo, un’affermazione penetrante, che si può descrivere con un termine molto semplice – selettività.

Per definire la selettività, si può dire che essa dovrebbe essere concentrata su temi capaci di colpire fortemente con il loro impatto e di attivare l’immaginazione al punto da costringerci a occuparcene. Le immagini sono sprecate se il motivo che ti spinge ad agire non è forte ed emozionante. (…) Il fotografo crea e sviluppa un modo di vedere migliore, più selettivo, più acuto se guarda sempre più intensamente ciò che accade nel mondo».
(da Roberta Valtorta, Il pensiero dei fotografi, Bruno Mondadori, pgg. 118-119)