Brassaï en abyme

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da Rosalind Krauss, Teoria e storia della fotografia, Bruno Mondadori

«Questa operazione porta il nome di messa en abyme e consiste nel mettere all’interno di una rappresentazione un’altra rappresentazione che raddoppia la prima. Brassaï ha chiaramente messo in opera questa tecnica in una fotografia molto famosa, che rappresenta una serie di coppie sedute ai due lati di un tavolo, in un caffè di Montmartre. In questa immagine la situazione che esiste nello spazio ‘reale’ è raddoppiata da un suo riflesso nello spazio virtuale dello specchio situato all’interno del campo fotografico. Mettendo il soggetto della fotografia en abyme, l’immagine riflessa nello specchio mette anche, evidentemente, la rappresentazione fotografica stessa en abyme in quanto rappresentazione interiorizzata del proprio processo di fabbricazione. La messa en abyme mostra che le fotografie stesse sono immagini virtuali che non fanno che rinviare l’immagine del mondo del reale. Siamo così costretti a riconoscere che la ‘virtualità’ dei personaggi riflessi non è né più né meno grande di quella dei personaggi ‘reali’ che vediamo nell’immagine fotografica. Attraverso questo schiacciamento deliberato dei livelli di ‘realtà’, Brassaï istituisce la superficie della fotografia come un campo di rappresentazione capace di rappresentare il proprio procedimento di rappresentazione.

kraussMa non è solo per marcare le condizioni specifiche del discorso fotografico che Brassaï fa questo, perché la duplicazione della situazione ‘reale’ prodotta dallo specchio registra allo stesso tempo un’altra duplicazione: i quattro personaggi da un  lato del tavolo hanno come doppi – per il genere, il gesto e il portamento – i quattro personaggi che stanno loro di fronte. La giustapposizione stabilita dal campo della fotografia e dal suo funzionamento en abyme porta a vedere queste coppie simmetriche come rappresentazioni l’una dell’altra».

(da Rosalind Krauss, Teoria e storia della fotografia, Bruno Mondadori, pag.152)

Picasso/Brassaï

brassaiNel 1932 – si racconta qui – a Brassaï, soprannominato da Henry Miller l‘occhio di Parigi, fu chiesto di fotografare le sculture di Picasso  – all’epoca praticamente sconosciute –  per il primo numero della rivista Minotaure, a cura di André Breton. Picasso aveva appena compiuto cinquant’anni. Era  già un artista affermato, prossimo ai riconoscimenti da tutto il mondo .

Quando arrivò al numero 23 di rue La Boétie ed entrò nello studio di Picasso, Brassaï  capì subito che oltre al suo modesto incarico fotografico c’era una maggiore ricompensa – un invito nel mondo privato di Picasso e il dono di prospettive intime della sua mente singolare.  Dopo ogni seduta Brassaï sarebbe tornato a casa e avrebbe registrato con cura i suoi colloqui con Picasso su pezzi di carta, che poi affastellava in un vaso gigante – non con l’ intento di una futura pubblicazione, ma intuendo che i pensieri di Picasso sulla vita e l’arte sarebbe stati di enorme valore in futuro. Le annotazioni proseguirono per trent’anni, nei quali i due si conobbero a vicenda mentre esploravano insieme argomenti senza tempo come l’ego, il processo creativo, il ruolo dell’infatuazione romantica per l’arte. Nel 1964 Brassaï – scrittore oltre che fotografo di talento – decise di rendere pubblico il  tête-à -tête e dunque nacque  Conversations with Picasso , la cui  brillantezza Henry Miller coglie nella prefazione:

In qualche modo inspiegabile, mi sembra che lo spirito che anima Picasso non può mai essere pienamente valutato con il suo lavoro, per quanto  prodigioso possa essere. Non nego la grandezza della sua opera, ma resta il fatto che l’uomo è e rimarrà di gran lunga più grande di qualsiasi cosa o di tutto ciò che egli compie con le sue mani. Lui è molto di più del pittore, dello scultore, o di qualunque cosa possa scegliere di essere dandogli vita. Lui è fuori misura, un fenomeno umano. In una  di queste conversazioni Picasso disse la sua ammirazione per i disegni di Brassaï  insistendo perché facesse una mostra, e cominciò a sondare il fotografo sul perché avesse abbandonato la matita.  Nonostante il successo di Brassaï come fotografo, Picasso vedeva l’abbandono di qualsiasi tipo di talento  come codardia creativa, compromesso, un modo di svendersi. Allora diede al fotografo consigli validi anche per tutti gli artisti che lottano per imporsi, con perseveranza: Quando hai qualcosa da esprimere, ogni sottomissione diventa insostenibile nel lungo periodo. Bisogna avere il coraggio della propria vocazione e di fare una vita della propria vocazione. La  ‘seconda carriera’ è un’illusione ! Sono stato spesso troppo distrutto , e ho sempre resistito alla tentazione di vivere in qualsiasi altro modo diverso dalla mia pittura. All’inizio non vendevo a un prezzo elevato, ma vendevo. Questo è ciò che conta.

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* Il Musée Picasso a Parigi ha riaperto dopo una chiusura di cinque anni.

Anne Baldassari

Anne Baldassari, direttrice del Musée National Picasso di Parigi, spiega l’opera “La Célestine (La femme à la traie) – AP Photo/Elaine Thompson, File

Proust sedotto dalla fotografia

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Colazione in campagna con Proust –  foto da “Album Proust”, a cura di Luciano De Maria, Meridiani Mondadori, 1987

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Tra i  fotografi più originali e memorabili del Novecento, Brassaï è stato anche giornalista, scultore e scrittore. Amava la letteratura e la lingua francese più di ogni altra.Arrivato a Parigi nel 1924 , Brassaï iniziò da autodidatta leggendo Proust; catturato dalla sensualità e dalle strategie visive della sua scrittura, ben presto si convinse di aver scoperto uno spirito affine.  Scrisse:  «Nella sua battaglia contro il tempo – nemico della nostra esistenza precaria, sempre all’offensiva anche se mai apertamente così – era nella fotografia – nata anche dal desiderio secolare di fermare il momento, di strapparlo dal flusso della durata, e fissarlo per sempre in una parvenza di eternità – che Proust trovava il suo migliore alleato». Nella sua scrittura Brassaï citava Proust, e dai libri annotati nella sua biblioteca sappiamo che trascorse tutta la vita a studiare e sezionare la prosa di Proust , spesso riga per riga.

brassai 1Grazie alla sua esperienza di fotografo e autore Brassaï scopre un aspetto trascurato di Proust, offre uno studio affascinante del ruolo della fotografia sia nella sua opera che nella cultura all’inizio del Ventesimo secolo. Brassaï ci mostra come Proust fosse molto interessato a possedere i ritratti dei suoi conoscenti , e come il processo con cui  ricordava e scriveva fosse molto simile al modo in cui le fotografie si imprimono e rivelano le immagini della vita.  Il saggio in inglese,  Proust in the Power of Photography.