Selfie stick e Comunismo fotogenico

selfiecina0selfiecina4Molti musei la stanno proibendo, l’asta telescopica per fare autoscatti a distanza, dopo la presa di posizione proibizionista di alcuni importanti nomi statunitensi. Adesso l’oggetto del desiderio del momento entra nel tempio comunista più famoso al mondo, l’Assemblea cinese del Popolo. Nell’ultimo giorno della riunione che ha portato  a Pechino quasi tremila delegati da tutta la Cina, nella solenne Grande Sala del Popolo è apparso il gadget più narciso  del momento. E’ un’immagine solo apparentemente sacrilega, quella che con un gesto individualista e sorrisi di maniera spezza visivamente in senso dell’assemblea riunita nelle stanze del Comunismo par excellence. Perché non sono stati proibiti? La risposta forse è nelle photogallery che rimbalzano da un giornale online all’altro, e mostrano alla platea mediatica globale i delegati cinesi in versione smart, insomma un comunismo fotogenico che appare più simpatico e ammiccante. Forse è solo un altro modo, evoluto e per niente ingenuo, per continuare il discorso visivo che era cominciato con Mao, come si vede in Chinese Propaganda Posters.

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Immagine da ‘China Propaganda Posters’ (Taschen)

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Il fotografo di Mao e l’icona pop

The Tiananmen Gate where the portrait of China's late Chairman Mao Zedong is displayed is seen on a sunny day in Beijing

Piazza Tiananmen , Pechino, dominata dall’immagine di Mao – REUTERS/Kim Kyung-Hoon

La morte di Liu Houmin, fotografo personale di Mao Zedong nei primi anni del regime comunista, e autore molti dei suoi scatti più celebri (come quello in cui Mao gioca a ping-pong, in basso) – ci ricorda quanto la sua figura sia diventata una potente icona pop, a cominciare dai manifesti di propaganda di cui è stato il colorito interprete.

E’ così presente nella cultura cinese che qualche tempo fa Tommaso Bonaventura sviluppò il progetto Se fossi Mao, fotografando attori cinesi specializzati nell’interpretazione (da giovane o maturo) del defunto leader. Nelle campagne i contadini conservano ancora oggi un ritratto di Mao nelle loro abitazioni. Una nostalgia del “maoismo” alimentata certo dalla frustrazione post-sviluppo sconomico, che ha portato anche disoccupazione, sradicamento ed emarginazione.

Mao comunque è una delle grandi icone pop del Novecento. Nell’arte cinese, soprattutto nella pittura, la presenza della sua figura è insistente. Per esempio il pittore Yue Minjun – star quotatissima sul mercato con i ritratti dei diavoli ridenti – nel lavoro Landscapes with No One riproduce fedelmente opere del passato maoista senza però mettere i personaggi. Cercando di suscitare in chi guarda un’operazione di recupero nella memoria.

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Dal 1957 Liu Houmin è stato uno dei pochi fotografi con il permesso di riprendere momenti privati di Mao, del suo braccio destro Zhou Enlai e di altri dirigenti nell’ inaccessibile residenza di Zhongnanhai. Mao non mi ha mai detto ciò che potevo o non potevo fotografare e pubblicare, ricordava Liu. Il suo ritratto di Mao che fuma una sigaretta sorridendo – seduto sui monti Lushan (destra) – è così popolare in Cina che la località è meta di pellegrinaggio per chi vuole farsi fotografare nella stessa posa del leader cinese. La fotografia ha contribuito a sviluppare il culto di Mao, eternandone gli atteggiamenti, tanto che l’arte contemporanea se ne è alimentata. Che sia fenomeno di costume, business o nostalgia di un passato mitizzato, Mao resta.

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Dettagli cinesi di Charles-Henry Bédué

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Charles-Henry Bédué

E’ stato inserito da Foam tra i giovani talenti della fotografia che indicano le direzioni future. Charles-Henry Bédué nel suo progetto L’Habit fait Le Moine descrive  il materialismo nella cultura cinese oggi. Realizzato tra il 2011 e il 2013 a Pechino, il progetto si concentra su oggetti di consumo come abbigliamento, scarpe, borse, telefoni cellulari, prodotti alimentari eccetera – il tutto colto nei luoghi  esclusivi in cui si ritrova  l’élite emergente. Charles- Henry Bédué (1980) lavora con il video e la fotografia. Si concentra su una ricerca personale ed esistenziale. Il suo lavoro è interessante perché cattura una texture diversa in modo dirompente rispetto al ‘blu Cina’ del passato. Isolando il gesto, il dettaglio il fotografo dà un taglio originale del fenomeno sociale che sta rivoluzionando un Paese in crescita costante. Con quei colori, poi, ci porta in un’estetica sgargiante in cui la cosa principale è essere notati, come si addice alle rampeuses di ogni latitudine.

Intervista a Charles-Henry Bédué

Come ha avuto l’idea di fotografare i cinesi?
L’idea è nata mentre stavo lavorando per la rivista cinese creata da Hung Huang, in qualità di fotografo responsabile delle copertine e dei reportage di moda, ogni mese. E’ stato un dolore all’inizio perché facevo quel lavoro solo per guadagnarmi da vivere; non appartengo al  mondo della moda, fotografo i vestiti sulle persone come piatti in un lavandino, o bambini che giocano. Un giorno ho fatto una foto interessante accidentalmente, il tipo di foto in cui niente di “importante” era leggibile . Mi sono reso conto che, senza alcun “giudizio ” su “dove sono e cosa sto facendo là” , la buona immagine poteva emergere di per sé. Ho deciso di togliere le facce perché i volti sono troppo “spettacolari” per me, è troppo facile identificare luoghi, e preferisco lasciare che il lettore immagini quello che vuole. Anche perché la maggior parte delle facce che vedo sono maschere nella società, a causa delle convenzioni sociali .

Il suo punto di vista è spesso stretto sui dettagli e su una specie di texture estetica di quel mondo…
I dettagli sono significativi perché lasciano immaginare il resto. Vedo il mondo come un percorso su carta da parati. Dapprima macchie di colore attraggono il mio sguardo, coprono la realtà ideale che posso solo immaginare, come un velo delicato.

Le mie foto scattate in Cina non parlano specificamente della Cina, sono dettagli del mondo. Il viaggio in sé significa più della destinazione/soggetto che sto attraversando. Ora sono a Parigi, a settembre, spero, a New York, ma il mio sguardo è lo stesso su tutto. L’Habit fait Le Moine si può sviluppare ovunque.

Lei è stato inserito in una rosa dei più innovativi talenti della fotografia. Come vede il suo futuro?
Il futuro si scrive ora. Sto terminando la redazione del mio primo libro Il culto del Sé , la raccolta di tre serie dal mio blog www.charleshenrybedue.tumblr.com. Vorrei mostrare l’unità del mio lavoro, disegnare la strada che ho percorso in questi ultimi quattro anni, dall’Asia all’Europa. Le immagini di questo libro sono vendute direttamente ai compratori senza mediazione di gallerie, con la nuova idea di realizzare una serie sul mio lavoro  nell’intimità della casa . Quando le immagini sono vendute, incorniciate e appese, faccio una nuova “foto della foto” sul posto con una fotocamera di grande formato; il risultato può essere collocato nella stessa location o nella casa di un nuovo acquirente, per creare una mise an abyme del mio lavoro (foto di foto di foto…) che può diventare vertiginosa nel futuro.

ecco

Charles-Henry Bédué

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