Nicolas De Staël chiude ad Antibes. Cioran e lo “specialista della vertigine”

de staelDi Nicolas De Staël (Pietrogrado 1914- Antibes 1955) chiude al museo Picasso di Antibes la mostra sul tema del nudo e della figura, che documenta per la prima volta questo suo periodo con opere in gran parte inedite. Di famiglia nobile, la sua vita fu inquieta e culminò nel sucidio, proprio mentre la sua pittura si stava affermando. Un’inquietudine che trasferisce nel segno , aggrovigliato specie nel primo periodo insieme alla densa stesura del colore, per por approdare a formati più grandi e più nette geometrie. Fu una meterora dell’espressionismo astratto. Dopo anni nei quali passò quasi inosservato, una mostra al Guggenheim nel 1965 affermò definitivamente l’artista franco-russo. Come accade a Klee, è dal nord Africa che de Staël riceve le impressioni più forti; il colore, insieme alla luce,  è l’elemento fondamentale delle sue opere piuttosto del disegno. Cerca di conciliare figurativo e astratto, ricavandone pure forme che sono fuori dal tempo ma comunque concrete e materiche.

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Così Cioran ricorda Nicolas De Staël.

«Incominciamo con un rimorso: ho incontrato de Stael molte volte (frequentavamo lo stesso salotto…) intorno al 1950. Desiderava che andassi a visitare il suo studio. Ho promesso senza mantenere la promessa. Non si nasce impunementemente nei Balcani, nello spazio ideale della trascuratezza e del fallimento. Non avendo intuito le sue rossotribolazioni, non ho mai avuto con lui una conversazione approfondita. La sua franchezza sfiorava talvolta la provocazione. Un giorno, a un suo amico pittore che andava un po’ troppo in là nella spogliazione e nella semplificazione, disse senza mezzi termini in mia presenza: “Perché affaticarti? Metti soltanto la tua firma sotto una tela bianca”. Il suo suicidio ha lasciato tutti perplessi. Come spiegarlo? Lo straordinario non ha bisogno di commento. Si può tuttavia fare un’ipotesi che sarà una risposta soltanto per coloro che hanno affrontato l’abisso delle notti in bianco. De Staël Stael conosceva questo abisso da bicchiereiniziato, da specialista della vertigine. Rimpiangerò sempre di aver ignorato la misura delle sue prove. Se l’avessi intuita sarei sicuramente diventato suo amico, giacché esiste una complicità fra gli insonni, fra questi maledetti puniti per reato di lucidità. Vegliare vuol dire essere coscienti al di là del sopportabile, non poter dimenticare, subire la continuità dell’intollerabile. Mentre quelli che dormono incominciano ogni mattina un altro giorno, per l’insonne oblio non è possibile, poiché giorno e notte egli affronta incessantemente lo stesso inferno. Fu al terzo tentativo che per De Staël l’incubo ebbe fine. Non si tratta dunque di un’improvvisazione ma nicolasdi una necessità, di un compimento, insomma di una liberazione. Le sue opere degli ultimi anni testimoniano una febbre, un’apocalissi interiore che esigeva il coronamento della morte. I suoi rossi, in modo particolare, sono così violenti, così animati, che sembrano portatori di un messaggio, di un addio folgorante. E’ in seguito a tormenti senza nome che egli deve aver scelto l’irreparabile. Le ultime lettere rivelano chiaramente i suoi dubbi sul proprio avvenire di pittore, come pure il suo terrore dinanzi al vicolo cieco. Egli non vedeva come avrebbe potuto evolversi, come avanzare ancora. D’altra parte, incominciava a tormentarlo il successo sempre maggiore che incontravano le sue tele recenti, mentre le prime gli erano costate sforzi infinitamente maggiori. Vedeva in ciò una sorta di ingiustizia che aggravava le sue insonnie. Non si possono spingere impunemente gli scrupoli tanto oltre. E tutti questi scrupoli, così contraddittori, alimentati dal suo squilibrio, non potevano che accelerare la sua fine. Ancora giovane – aveva soltanto quarantun anni – era giunto al termine di se stesso. Dopo tutto avrebbe potuto rinunciare alla pittura, cessare – senza dramma – di puntare su se stesso, e abbandonarsi ad un nulla qualsiasi, dunque tollerabile. Ma non ha voluto sopravvivere a se stesso, odiava la rassegnazione. Da vero artista, si è rifiutato di venire a patti con la mediocrità della saggezza».  (dal Corriere della Sera)

Nobili “nullità”

Eccole, sono le ‘modelle’ della duchessa di Guermantes. Pazienza se Cioran, che pure per anni cercò i superstiti tra gli aristocratici che ispirarono Proust e i personaggi della sua Recherche, abbia concluso con la sua spietata fermezza che erano delle nullità.  Modelli ispiratori della duchessa Oriane de Guermantes furono, la contessa Laure de Chevigné  discendente del marchese de Sade e solo modello confermato da Proust; la contessa Elisabeth Greffulhe.  Poi Madame  Geneviève Straus, per il noto “esprit”E infine  Hélène Standish. Nullità? Che importa la grandezza vera o presunta; per Proust erano figure dal fascino irraggiungibile; presenze-feticcio di un mondo dal quale era inevitabilmente escluso. Ma poi ci penserà il Tempo a stravolgere quei personaggi avvolti nell’aura aristocratica, e quando anche la parvenu par excellence madame Verdurin diventerà principessa di Guermantes, anche  l’amore per la nobiltà si rivelerà – come tutti gli amori del resto – illusorio. In quella grande illusione in cui si risolve la vita; per quanto scandita con ordine, fin dall’infanzia a Combray, dalle due possibili passeggiate, quella dalla parte di Guermantes, o quella dalla parte di Swann (Méséglise). La morte è orribile, ma la vita? Non è una successione di morti? Un cimitero di amori, amicizie, e di personalità successive e contraddittorie.  Ogni istante cambiamo, moriamo.   Proust – BartlebyCafé

Laure de Sade, contessa de Chevigné – foto Nadar

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Libro, ferita e terapia

Il libro come ferita, la scrittura come terapia

Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle (SQ 87)

“Un libro deve essere un pericolo”, termina la citazione in epigrafe. Il libro infatti non serve a imparare, non deve essere letto col distacco di un giornale; deve invece procurare una lesione e uno spasimo, deve svegliare e fustigare, deve sconvolgere e rimettere tutto in discussione; deve in qualche modo cambiare la vita del lettore. Cioran riconosce che i suoi libri sono nati dal malessere e dalla sofferenza, ed è questo che essi devono trasmettere a chi legge. E’ insomma un errore voler facilitare il compito del lettore: egli non te ne sarà mai grato. Al lettore non piace capire, gli piace invece segnare il passo , gli piace in certo modo essere punito.

Ma non basta: “Guai al libro che si può leggere senza interrogarsi per tutto il tempo sull’autore!” (SQ 157). Non bisogna credere alla letteratura, soltanto ai libri che esprimono lo stato d’animo di chi li ha scritti, a quelli redatti a caldo, da cui traluce la vittoria sulla disperazione. Bisogna credere ai libri in cui l’autore parla molto di se stesso, in cui è materia della propria opera, nei quali egli stempera la violenza che vorrebbe usare contro il mondo, e ne fa atti mancati: “Se si scrive è per sbarazzarsi di qualcosa, non esiste letteratura impersonale” (AM 152). (…)

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Insomma, poiché le ossessioni espresse si attenuano, la scrittura lo ha aiutato a sopportare gli anni; essere “imbrattacarte” gli ha davvero impedito il suicidio. Se non si frequentano assiduamente le farmacie, scrivere è la più grande risorsa: “Esprimere è salvarsi, anche se si scarabocchiano soltanto sciocchezze, anche se si è privi di talento. Nei manicomi si dovrebbe fornire ciascun ospite di tonnellate di carta da riempire. L’espressione come terapia (AM 181).

La scrittura diventa sopportabile solo insieme alla visione che perirà. Scrivere libri ha un qualche rapporto con il peccato originale: il libro equivale infatti a una perdita d’innocenza, a un atto d’aggressione, a una riedizione della caduta originale. Pubblicare le proprie tare per far passare il tempo ad altri: ecco una sconcezza, una profanazione della propria intimità. Una tentazione se si vuole.
E’ dunque consolatorio sapere che la letteratura è destinata a perire. Anzi: è auspicabile che sia così: “A che pro la farsa dei nostri interrogativi, dei nostri problemi e delle nostre ansietà? Non sarebbe preferibile, dopotutto, orientarci verso una condizione di automi? Alle nostre tristezze individuali, troppo gravose, subentrerebbero tristezze tristezze in serie, uniformi e facili da sopportare; non più opere originali o profonde, non più intimità, dunque non più sogni né segreti. Felicità, infelicità perderebbero ogni senso perché non avrebbero un dove da cui emanare; ognuno di noi infine sarebbe idealmente perfetto e nullo: nessuno” (TE 139).

 

(tratto da A. Castronuovo, Emil Michel Cioran . Liguori)

Antonio Castronuovo

Ama nesciri – BartlebyCafé