The Border

foto Alex Webb – San Ysidro, California, 1979 – © Magnum Photos

«Siamo a San Ysidro in California, a sud di San Diego. E’ l’ultimo pezzo di terra americana prima del Messico. Stavo lavorando a un progetto sul ‘lungo confine’ e quel giorno ero su una macchina della polizia di frontiera. Quando ho visto dal finestrino l’inizio di questa scena ho cominciato a gridare che fermassero la macchina. Sono corso nel campo, in mezzo ai fiori, e ho scattato. E’ stato veramente un caso.  Ho lavorato tantissimo sulla frontiera, l’ho anche attraversata quattro volte illegalmente insieme a piccoli gruppi di messicani.  Per due volte siamo stati scoperti e fermati, le altre due siamo riusciti a passare. Questa volta invece ero con i poliziotti».

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Alex Webb

La foto colpisce per l’atmosfera rarefatta, quasi sospesa. «Anch’io, riguardandola, la immagino silenziosa, non ho ricordo di rumori, anche se sicuramente si saranno sentite le pale dell’elicottero. Mi ricordo solo di essere corso nell’erba e di aver scattato prima che venissero portati via. Vennero caricati su una macchina che era poco più in là. Guarda le facce dei due messicani, sembra che ci sia rassegnazione, quasi che fosse un destino scritto, ma non c’è paura e poi c’è anche una specie di delicatezza nei movimenti degli agenti. E guarda la mano del ragazzo, sembra quasi sfiorare l’elicottero. non sembra un arresto violento. È un’immagine tipica di quegli anni, che oggi non esiste più».

«Allora molte persone passavano ogni giorno ed era oggettivamente facile attraversare illegalmente: la barriera, che è sull’altro lato di questo campo di fiori gialli, era solo un rotolo di filo spinato non troppo alto che si saltava facilmen-te. Le persone che ho fotografato sapevano che si poteva entrare, essere arrestati, spediti indietro e tornare di nuovo lo stesso giorno o la stessa notte».

A_occhi_aperti_52826485a7e74«Questa è una delle mie foto più conosciute. Penso che sia perché è bellissima ma allo stesso tempo esprime una tragedia. E poi perché parla di un fenomeno che investe il mondo, parla degli stati Uniti ma anche di tutti gli altri confini. si comprende il dramma dell’immigrazione e la tragicità di molte vite ma allo stesso tempo la foto ci regala una sensazione di armonia e di curiosità: un insieme un po’ surreale e difficile da accettare. È questo che la rende interessante».

La Storia avrebbe confermato l’intuizione della fotografia: da quel momento ogni giorno dei 34 anni successivi la scena si sarebbe ripetuta e continua a ripetersi. Ogni giorno giovani, vecchi e bambini messicani provano a saltare nel mondo del Nord, ogni giorno gli agenti della polizia di frontiera provano a fermarli per ricacciarli nel mondo del Sud e ogni giorno un elicottero osserva dall’alto la recita eterna del gatto e del topo.

(Alex Webb nell’intervista tratta da Mario Calabresi, A occhi aperti, Contrasto)

Mario Giacomelli – App

Poeta, pittore. Fotografo. Manicheo negli implacabili neri e/o bianchi, nostalgico, perturbante. Nomina alcune serie ispirandosi a poeti; quella famosa dei vecchi nell’ospizio è Verrà la morte e avrà i tuoi occhi ; altre sono dedicate a Lee Masters, Montale, Leopardi, Emily Dickinson, Luzi, Borges.

Mario Giacomelli merita di essere scoperto e riscoperto nel modo intelligente, coinvolgente e istruttivo che propone l’editore Contrasto. Non con un libro, ma con un’applicazione per iPad e iPhone. In Mario Giacomelli – The Great Photographers, acquistabile si iTunes al prezzo di 9,99 euro (che inaugura la serie sui grandi fotografi, i prossimi saranno Salgado e William Klein) ci sono quasi trecento fotografie; saggi di autori sia italiani che internazionali – Caujolle, Crawford, Morello, Scianna, Mauro, Fofi, Valtorta – sull’opera di Giacomelli, accompagnate da immagini di riferimento; una biografia dell’artista scritta dal figlio Simone organizzata per decade e accompagnata dalle fotografie del periodo e documenti originali; una intervista a Giacomelli realizzata dal grande fotografo Frank Horvat negli anni 80; dieci video in cui l’artista commenta le proprie opere, e di vari autori che lo ricordano – Gianni Berengo Gardin, Tullio Pericoli, Achille Bonito Oliva, Enzo Carli, Alessandra Mauro; cinque lezioni speciali dedicate ad altrettante fotografie, analizzate anche con micro-filmati che zoomano su certi dettagli.

L’abbinamento fotografia-tablet è molto azzeccato. Questa applicazione – di facile sfoglio, che condensa a un livello qualitativamente alto diversi contenuti, lo dimostra. Aspettiamo le prossime. (Cristina Bolzani)

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(Scanno)

dal saggio di Roberta Valtorta

Diverso da tutti, ostinatamente indigeno della sua stessa fotografia, Giacomelli può definirsi un primitivo. Egli entra nel corpo delle persone come dei luoghi così come dei pensieri e delle paure, della profondità in cui memoria e oblio si confondono, e al tempo stesso della tecnica fotografica, nella quale penetra così fortemente e violentemente da riportarla a uno stato di originaria, quasi rustica grezzezza dominata da un sostanziale manicheismo che vede l’esistenza del solo bianco e del solo nero. I due colori opposti in Giacomelli producono un effetto greve di funerale, di se stesso o del mondo (che è poi il paesaggio contadino nel quale la natura viene sottoposta alla cultura attraverso il lavoro e lo sfruttamento) con le sue forme, le sue fatiche e le sue consunzioni, oppure generano la meraviglia e il bagliore discontinuo di un aldilà misterioso, lontano ma anche terreno ed estremamente presente e radicato nelle cose: il suo sentimento del mondo-paesaggio può dirsi infatti panteistico, e l’immagine ha un fondo arcaico, radicale e sovrastorico.

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dall’intervista a Mario Giacomelli di Frank Horvat

Mario Giacomelli: Se dovessi scegliere tra le cose fatte, salvarne una, salverei l’ospizio. Non per l’ospizio in sé, dell’ospizio non me ne frega niente. Quello che mi importa è l’età, il tempo. Tra me e il tempo c’è una discussione sempre aperta, una lotta continua. L’ospizio me ne dà una dimensione più esatta. Prima di fotografare io dipingevo, si potrebbe pensare che dipingere non abbia niente a che fare con il tempo, ma anche allora era il tempo che contava. Ogni sera iniziavo un quadro, e mi imponevo di terminarlo quella notte, anche se non andavo a dormire. Per finire il quadro con quella stessa tensione. Perché il giorno dopo sarei stato un’altra persona, non avrei più sentito le stesse cose.

Se fossi Mao

 

L’icona di Mao – indimenticata nella Cina contemporanea – declinata in forma di ritratti da attori specializzati nell’interpretazione di Mao. L’impresa surreal-postmoderna è del fotografo Tommaso Bonaventura (Contrasto). Il servizio, pubblicato sull’edizione web del Times, ha vinto il Sony World Photography Award 2010 nella sezione ritratti. Abbiamo intervistato Ivan Franceschini, sinologo, ispiratore e organizzatore del reportage. (foto da Cineresie)

 

Intervista a Ivan Franceschini (di Cristina Bolzani)
Non bastava l’ossessione per l’icona di Mao dilagante nell’arte contemporanea (e di certi mega-souvenir molto premiati da certa borghesia cinese, oltre che dagli stranieri in cerca di ‘cineserie’, ottimi acquirenti). Adesso scopriamo che esistono attori cinesi specializzati nell’impersonare il Grande Timoniere, divisi per fasce d’età. C’è chi interpreta il Mao giovane, chi è specializzato in Mao maturo… Ci racconta come ha fatto questa pittoresca scoperta?
E’ successo per caso, una sera di ottobre del 2007. Ero sceso in un internet bar sotto casa per controllare la posta elettronica e quando mi sono voltato per dare un’occhiata alla persona che sedeva in fianco a me è stato come avere un’apparizione: era il presidente Mao! Era identico in tutto e per tutto, dal taglio di capelli all’abbigliamento, dai lineamenti alla corporatura. Non ho potuto fare a meno di guardare lo schermo del suo computer e, singolarmente, egli stava navigando su internet alla ricerca di foto storiche del vecchio presidente, cosa che mi ha lasciato a bocca aperta. Dopo qualche minuto, si è presentato come Du Tianqing, attore specializzato nell’interpretare Mao, nonché calligrafo e pittore nello stile di quest’ultimo. Ricordo ancora il pretesto con cui Du ha attaccato bottone: voleva che lo aiutassi a cercare il suo nome su Google. Diceva di voler vedere se qualche sito all’estero avesse parlato di lui, ma in realtà cercava solamente di dimostrarmi la sua importanza. Mi ha lasciato poi il suo biglietto da visita e, anche se mi ero ripromesso di contattarlo al più presto per un’intervista, per quasi due anni non ne ho fatto più nulla, fino a quando, nel 2009, non ho deciso di riprendere la sua storia insieme a Tommaso Bonaventura, il fotografo di Contrasto di cui potete ammirare le foto su Cineresie.info. Tra l’altro, nel 2009 quando, in occasione del sessantesimo anniversario della fondazione della Repubblica, è uscito Jianguo Daye, un polpettone patriottico in cui recitavano i sosia di decine di leader politici cinesi, questa particolare figura professionale di attori specializzati nell’interpretare Mao è salita alla ribalta.

Nel suo reportage su Cineresie lei fa un profilo di questi attori. Che cosa l’ha colpita di più di loro: la somiglianza fisica, l’immedesimazione psicologica, l’abnegazione in un Mito pressoché intramontabile…?
Indubbiamente ciò che mi ha colpito di più è stata l’immedesimazione psicologica di questi attori con il personaggio che interpretano, un ruolo che ricoprono non solo sul palcoscenico, ma anche sulla vita reale. È difficile stabilire fino a che punto si tratti di un gioco consapevole, finalizzato a stupire/coinvolgere lo “spettatore”, e quanto invece sia la conseguenza di un processo spontaneo d’immedesimazione. Chiaramente ciò varia di caso in caso. Alcuni, come Du Tianqing, sembrano sentire la necessità di interpretare Mao anche nella vita quotidiana, annullandosi nella personalità del vecchio presidente e godendo così di riflesso del suo prestigio; altri sono invece pienamente consapevoli che si tratta solamente di un personaggio, un ruolo impegnativo, ma niente di più. La loro somiglianza fisica a volte (ma non sempre) è straordinaria e questo non rende certo la loro vita semplice. Zheng Qiang, un altro sosia, mi ha confessato di essere un po’ stanco di essere tempestato da richieste di fotografie, anche se non ha negato che la sua somiglianza fisica gli ha portato non pochi vantaggi, ad esempio il fatto che molti nella sua vita di tutti i giorni gli accordano un trattamento di favore. Certo, non sempre l’appeal del vecchio presidente funziona: ricordo un imbarazzante episodio in cui io e Tommaso abbiamo accompagnato Du in un supermercato per scattare una fotografia e lui non ha fatto altro che provare a stringere mani a commessi che in realtà non volevano saperne. Non mi ha colpito particolarmente invece la grande ammirazione che questi attori sembrano nutrire per la figura che interpretano, ma forse è stato solamente per forza d’abitudine: in fondo è ancora piuttosto raro qui in Cina sentire parole critiche nei confronti dell’ex presidente, al di là della generica considerazione che egli nella sua vita forse ha commesso qualche errore.

Di questi ritratti colpisce la postura convincente, la gestualità così vicina all’originale nei minimi dettagli. Come lavorano questi attori per assomigliare all’originale? E nella vita interpretano solo i sosia di Mao o fanno anche altri ruoli, o altri lavori?
Questi attori studiano per anni gli scritti di Mao, la sua calligrafia, il suo stile oratorio, la sua pronuncia, in un processo di apprendimento che non ha mai fine. A volte cercando di ovviare ai propri deficit fisici con un pesante trucco, oppure, nel caso in cui avessero problemi di statura (Mao era notoriamente alto), indossando scarpe con tacchi talmente elevati da rendere complicata la deambulazione. A parte alcuni professionisti, come la superstar Tang Guoqiang, molti di loro non interpretano altri ruoli, cosa che favorisce un’immedesimazione pressoché totale con il personaggio. Chiaramente, i sosia di Mao scoprono la propria somiglianza con il presidente solamente andando avanti con l’età, in genere dai quarant’anni in su. Prima di allora essi hanno una vita piuttosto ordinaria: chi faceva l’uomo d’affari, chi il funzionario pubblico, chi l’attore dell’opera di Pechino, chi il capo villaggio, etc. Poi ad un certo punto arriva l’illuminazione: qualcuno fa loro notare la loro somiglianza con Mao ed ecco che la loro vita prende una svolta inattesa. Per un certo periodo affiancano il lavoro originale alle apparizioni pubbliche nelle vesti del presidente, lavorando come Mao part-time, fino al momento in cui non ritengono di essersi sufficientemente “affermati” per abbandonare il vecchio lavoro e dedicarsi all’attività di sosia full-time. In questo senso, emblematica è la storia di Yi Xiaojian. Come ho scritto nel mio reportage su Cineresie.info, ex dirigente in un dipartimento commerciale di distretto, egli ha scoperto per la prima volta la sua somiglianza con Mao nel 2004, in occasione di un’intervista ai giornalisti di un quotidiano locale. Per qualche anno, Yi ha affiancato le esibizioni al lavoro ordinario nella burocrazia, fino a quando, nel 2007, un drammatico incidente stradale lo ha spinto a riflettere a fondo sul proprio futuro, portandolo a decidere di lasciare il proprio lavoro per dedicarsi all’interpretazione di Mao a tempo pieno.

Nel suo reportage lei racconta di un attore che si fa chiamare ‘presidente’ e che dice di sognare spesso Mao, un altro che si porta il neo in tasca nell’eventualità di un’interpretazione estemporanea.
Che idea si è fatto dell’equilibrio psichico di questi Zelig postmoderni?
Come dicevo poco fa, è difficile stabilire fino a che punto questi comportamenti siano naturali e quanto invece siano il frutto di un calcolo. Chiaramente dipende da persona a persona. In alcuni casi, in particolare il solito Du Tianqing, mi è sembrato che l’immedesimazione fosse spontanea, anche se non disinteressata. Era lui che al telefono si faceva chiamare “presidente” e diceva di sognare Mao. Le sue convinzioni poi sembravano sincere. Ricordo una scena in cui eravamo a pranzo intorno ad un tavolo e lui ha cominciato a fare un’apologia della Rivoluzione Culturale, sostenendo che il presidente Mao non ha mai sbagliato in vita sua. La moglie, il suo cane da guardia, è prontamente intervenuta a zittirlo, con un secco: “Non parlare bene della Rivoluzione culturale davanti alla gente!”. E lui subito zitto, ma era chiaro come la pensava.

Sono così spostati verso un culto totalizzante, o c’è dietro un business in grado di motivare al meglio queste interpretazioni?
Se la vocazione personale ha indubbiamente un forte ruolo nel determinare la svolta “maoista” di queste persone (alcuni di loro infatti per interpretare il presidente abbandonano lavori stabili e ben retribuiti), alle spalle delle loro interpretazioni c’è un giro d’affari notevole. Non si tratta solo di apparizioni pubbliche in occasioni di commemorazioni e cerimonie legate al Partito o di film e telefilm patriottici, ma anche vere e proprie attività commerciali. Più uno dei sosia di Mao ha insistito con me e con Tommaso perché li presentassimo a qualche agenzia pubblicitaria italiana per fare da testimonial. Ci assicuravano che ci avrebbero pure pagato una commissione…

Com’è stato lavorare con loro su un set fotografico? Divertente? Si direbbero dei divi abituati a ogni ribalta…
Devo ammettere che è stato piuttosto divertente, anche se non è sempre stato semplice. I rapporti tra i vari attori non erano proprio idilliaci, e ancora meno lo erano quelli tra alcuni di loro e la compagnia teatrale di Shaoshan che avevamo come riferimento. Più di una volta abbiamo avuto dei problemi “diplomatici”. Quasi tutti gli attori poi sono impegnati in una competizione a chi assomiglia di più al presidente Mao ed ecco allora continue derisioni nei confronti degli attori provenienti dalle altre province o verso coloro che per interpretare Mao devono indossare scarpe con un tacco di quindici centimetri. Sul set fotografico però non ci sono stati problemi, visto che tutti gli attori sono abituati a stare sotto la luce dei riflettori.

Oggi nell’arte cinese, soprattutto nella pittura, la presenza della figura di Mao è insistente e dilaga da anni. Per fare un esempio di questi giorni, il pittore Yue Minjun – una star quotatissima sul mercato con i ritratti dei diavoli ridenti – ha presentato a Shanghai i suoi ultimi lavori. E si vede che la sua ispirazione da pop e irriverente che era, torna alla storia. “Landscapes with No One” , il titolo della sua serie di quadri, nei quali riproduce fedelmente opere del passato maoista senza però mettere i personaggi. Cercando di suscitare in chi guarda un’operazione di recupero nella memoria. Da osservatore della Cina contemporanea, che cosa pensa di questo ripiegamento nostalgico nella cultura cinese?
Personalmente, di arte non me ne intendo. Posso dire però che in seno ad alcuni settori della società cinese esiste una forte vena nostalgica nei confronti del periodo precedente le riforme, un’epoca in cui tutti avevano di meno ma a nessuno mancava l’indispensabile. Io in genere mi occupo di questioni relative al mondo del lavoro e devo dire che una delle cose che mi hanno maggiormente colpito nei miei studi è la maniera in cui la vecchia classe operaia ormai in declino ancora oggi si riappropria della retorica e del discorso maoista per avanzare le proprie rivendicazioni nei confronti dello Stato. Allo stesso modo, viaggiando nelle campagne ho avuto modo di stupirmi vedendo come in molte zone i contadini tengano ancora oggi un ritratto di Mao in bella vista nelle loro abitazioni. Questa nostalgia del “maoismo” è inevitabile se si pensa alle disuguaglianze sociali causate dallo sviluppo della società cinese negli ultimi decenni e all’enorme carico di frustrazione che queste hanno causato. Non sempre gli apologeti dello sviluppo economico cinese si rendono conto di quest’altro aspetto della Cina di oggi, quella realtà fatta di disoccupazione, sradicamento, abbandono ed emarginazione. D’altra parte però non bisogna scordarsi che Mao è una delle grandi icone pop del Novecento, pertanto sospetto questo sfruttamento della sua immagine in campo artistico e culturale non sia altro che l’ennesimo fenomeno di costume in una società che, come la nostra, è sempre più orientata al consumo e allo spettacolo.

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Se fossi Mao –  Reportage Atri Festival 2010

Tommaso Bonaventura